lunedì 7 luglio 2014

petrolio e trivelle Nel Canale di Sicilia appetiti scatenati: Regione sotto accusa

Èsolo nero inchiostro, per ora. Ma è questione di tempo perché i
petrolieri ronzano con insistenza sul Canale di Sicilia, dove tre piattaforme
posizionate lungo le coste estraggono il 62% di tutto il greggio
ricavato dai fondali italiani. Si capisce, allora, che abbiano tutta l'inten -
zione di popolare di trivelle i tratti di mare rimasti scoperti, facendosi
largo tra aree protette e limiti autorizzativi. L'elenco delle istanze di pro -
spezione, ricerca e coltivazione depositate presso il Ministero dello Sviluppo
comprende 15 nuovi pozzi, cinque permessi di ricerca in vigore dal
tratto di costa di fronte a Licata a quello di fronte a Pantelleria e dieci
richieste di permesso per altri 4mila kmq: uno in fase decisoria a sud di
Capo Passero, 8 in corso di valutazione ambientale, uno nel tratto di
mare tra Marsala e Mazara del Vallo in fase iniziale dell'iter autorizzativo.
Tutto, apparentemente, è sospeso, incagliato nelle burocrazie ministeriali.
Tutto potrebbe precipitare, però, se alle aperture che arrivano da
Roma sullo sblocco dei titoli minerari si aggiungesse un atteggiamento
favorevole della Regione. E si capisce, allora, anche il clamore suscitato
dalla notizia di un accordo da 2,4 miliardi di euro per il “rilancio degli
investimenti” siglato ai primi di giugno tra i petrolieri e il presidente
Crocetta che ha mandato su tutte le furie gli ambientalisti.
Di Crocetta, dicono, ormai ce ne sono due. Il primo è quello green che,
durante le primarie per la guida di Palazzo D'Orleans, aveva aderito alla
campagna U mari nun si spirtusa promossa da Greenpeace firmando
anche un impegno scritto per un mare libero da trivelle grazie alla creazione
di una zona di Protezione Speciale (ZPE) nel Canale di Sicilia.
\Il secondo è quello oil che non perde occasione per fare favori ai petrolieri.
Ad accusarlo è chi quel documento d'impegno lo possiede in
originale, perché s'era preso la briga di farlo sottoscrivere a tutti i candidati
del centrosinistra.
L'ingegnere Mario Di Giovanna, portavoce del comitato “Stoppa la piattaforma”,
ricostruisce così il voltafaccia. Dopo le elezioni regionali, a seguito
di alcune richieste di permesso di ricerca, rianimate dalla sanatoria
del 2013 al limite delle 12 miglia, il Comitato scrive alla Regione per avere
un incontro urgente con il neopresidente in cui dar seguito all'impegno
all'opposizione formale ai permessi e a istituire un tavolo di concertazione
per fermare ogni forma di sfruttamento industriale del Canale,
creando l'area di protezione ambientale. “Le condizioni c'erano tutte”,
spiega Di Giovanna, ricordando le due audizioni, fortemente volute da
Greenpeace, cui erano presenti rappresentanti del Governo, Crocetta e i
suoi assessori. Ma il tavolo tecnico non si insedierà mai e il direttore delle
campagne di Greenpeace, Alessandro Giannì, staccherà una serie di biglietti
aerei a vuoto, vedendosi all'ultimo momento rimandare gli appuntamenti.
Anche i tentativi di contattare gli uffici regionali per far
controfirmare le opposizioni ai permessi di ricerca vanno a vuoto, seguiti
da un cordiale silenzio”, racconta Di Giovanna.
La svolta oil è accompagnata dal curioso ballo delle royalties, le tasse che
le società petrolifere pagano sulle estrazioni. Su proposta del Comitato,
fatta propria dal M5S, nel 2013 il governatore le aveva raddoppiate dal 10
al 20%. Un anno dopo cambierà idea: accartocciato il “modello Sicilia”, i
grillini all'opposizione, a gennaio 2014 fa approvare alla sua maggioranza
un taglio dal 20 al 13%. A bloccare lo “sconto” sarà poi il Commissario
dello Stato, contestando l'illogicità di un provvedimento che pretende di
ricavare maggiori oneri fiscali da una riduzione delle tasse . C'è chi arriva
a mettere in dubbio la stessa autonomia del presidente, ricordando che
Crocetta è stato un dipendente dell'Eni. Petrolio nelle vene, conflitto d'in -

teressi rimasto latente ma fisiologico. il fatto quotidiano 7 luglio 2014

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