giovedì 23 maggio 2013

regali di stato all'Ilva di Taranto viva la politica

Regalo di Stato. E gli utili decuplicano GLI AIUTI PUBBLICI INIZIANO CON LA PRIVATIZZAZIONE A TARANTO. E VANNO AVANTI NEGLI ANN VIVA LA POLITICA Il re dell’acciaio ha distribuito negli anni fondi a destra e sinistra La Ue, con Antonio Tajani, si prepara ora a nuovi sostegni di Salvatore Cannavò Il tesoro dei Riva non costituisce solo una gigantesca truffa allo Stato ma dimostra l’entità del flusso di denaro che dalle casse pubbliche è via via finito nelle voraci tasche dei “padroni delle ferriere”. Il primo regalo, infatti, Emilio Riva lo ottiene al momento in cui, nel 1995, rileva l’Ilva di Taranto dall’Iri. L’azienda, che prima si chiamava Italsider, viene ceduta per 1.460 miliardi di lire ma solo dopo la creazione della Ilva Laminati Piani, la società ceduta, accanto alla vecchia Ilva che rimane una “bad company” in cui vengono nascosti 700 miliardi di debiti. Il gioco è ricostruito da Gianni Dragoni nel suo Capitani coraggiosi (Chiarelettere) e verrà replicato anni dopo con il salvataggio Alitalia. Poco prima, nel 1994, al Ministero del Lavoro viene siglato un accordo sindacale che prevede il prepensionamento per la società Ilva in liquidazione di 4.422 operai mentre la Ilp viene alleggerita di 4.283 unità. Riva si prende così una fabbrica ripulita di quasi 9 mila operai. I sindacati stimarono il costo dei soli prepensionamenti in 1.800 miliardi di lire. Nel 1995 viene concluso l’acquisto dall’Iri e alla fine di quell’anno gli utili passano da 182 a 1.842 miliardi. Dieci volte di più. La stessa cifra dei prepensionamenti che porteranno, poi, nel giro di qualche anno a una trasformazione “genetica” della fabbrica con una manodopera ringiovanita e privata dei vecchi quadri sindacali. Allo stesso tempo, come scrive il rapporto sulle privatizzazioni in Italia redatto da Mediobanca nel 2000, “la privatizzazione non si è tradotta in innovazioni tecnologiche o di prodotto di particolare rilievo”. “Gli impianti dell’Ilva, ancorché tecnologicamente adeguati, comportavano tuttavia un posizionamento della società nella fascia bassa del mercato, dove la forte competizione da parte di produttori esteri (specialmente quelli dell’Est europeo) la esponeva a forti perdite nei cicli congiunturali negativi”. Ai regali iniziali si sono aggiunti, nel tempo, aiuti pubblici provenienti dai fondi europei e di Stato che, nella loro opacità non vengono rendicontati in maniera trasparente. Basta leggere, però, le dichiarazioni del 16 maggio del vicepresidente della Commissione europea, l’italiano Antonio Tajani, per rendersi conto della portata dei sostegni. Entro giugno, infatti, ci sarà un nuovo piano di aiuti al settore dell’acciaio con “un insieme di azioni a tutto campo, che toccheranno i vari aspetti: dai prezzi energetici al cambiamento climatico, dall’accesso alle materie prime e all’utilizzo del rottame alle relazioni commerciali con i paesi terzi”. Un “piano-ombrello”, ha detto Tajani, che “sarà di aiuto anche per l’Ilva”. LA SOCIETÀ dei Riva, nel frattempo, ha ottenuto, nel silenzio generale, un altro finanziamento per 400 milioni di euro dalla Banca europea degli investimenti, ottenuti il 16 dicembre 2010 per il progetto “Riva Taranto Energia e Ambiente”. Duecento milioni sborsati subito e altri 200 concessi il 3 febbraio 2012. Cosa ne è stato fatto non è chiaro. Va detto, però, che la riconoscenza dei Riva per la “cosa pubblica” ha lasciato, nel tempo, tracce visibili. Sono dei Riva, infatti, i 120 milioni buttati nel salvataggio dell’Alitalia che ne hanno fatto il secondo investitore privato dopo Air France con tanta riconoscenza da parte di Silvio Berlusconi. Ed erano loro i 98mila euro offerti a Pier Luigi Bersani nella campagna elettorale del 2006 dopo aver finanziato, solo due anni prima, gli avversari di Forza Italia con 330mila euro. 428mila A BERSANI E PDL DARE E AVERE I fondi ricevuti dall’Ilva e quelli distribuiti 900mln PENSIONI ANTICIPATE Una fabbrica dove il lavoro inizia a traballare 12.859 DIPENDENTI

Ilva Riva sequestrati 1,2 miliardi di soldi sottratti

RIVA, SEQUESTRATI 1,2 MILIARDI “SOLDI SOTTRATTI ALL’I LVA” I PM DI MILANO RINTRACCIANO IL TESORO DELL’AZIENDA, NASCOSTO IN 8 TRUST NELL’ISOLA DI JERSEY. INDAGATI EX PATRON E FRATELLO TUTTO OFF SHORE Registi dell’o p e ra z i o n e due commercialisti, sotto inchiesta per riciclaggio Indagine partita dai capitali fatti rientrare con lo scudo fiscale il fatto quotidiano 23 maggio 2013 di Francesco Casula e Antonella Mascali Dalle casse dell'Ilva al paradiso fiscale di Jersey, passando per società di comodo lussumburghesi e olandesi, per poi tornare in Italia grazie al controverso scudo fiscale, e per di più senza averne i requisiti. È il viaggio del tesoro segreto dei Riva dell’llva di Taranto sequestrato ieri dal nucleo tributario della Guardia di finanzia di Milano. Un miliardo e duecento milioni di euro che Emilio Riva, 86enne ex patron dell'acciaieria, agli arresti domiciliari dal 26 luglio 2012 per il disastro ambientale nel capoluogo ionico, e il fratello 81enne Adriano avrebbero sottratto allo stabilimento siderurgico e portato tra il 1996 e il 2006 in otto trusts con sede all'estero. Nel 2009, con lo scudo fiscale firmato Giulio Tremonti, governo Berlusconi, la decisione di legalizzare in Italia i capitali, ma qualcosa nelle operazioni non torna. Per la Gdf infatti i soldi portati all'estero sono inizialmente intestati ad Adriano Riva, cittadino canadese che non avrebbe potuto usufruire dello scudo, mentre quelli dichiarati nel nostro Paese sono intestati a Emilio, residente in Italia e dunque con i requisiti per il condono fiscale. Hanno pagato così solo il 5% per regolarizzare la loro fortuna illecita. L’accusa pe loro è di truffa ai danni dello Stato, intestazione e trasferimento di beni fittizi e frode fiscale. Indagati anche due commercialisti, Franco Pozzi ed Emilio Ettore Gnech: per loro è scattata l’accusa di riciclaggio. IL 30 NOVEMBRE 2009, attraverso due dichiarazioni congiunte a firma dei Riva, autenticate da un notaio svizzero, hanno messo in piedi lo scambio di nomi fra i due fratelli per accedere allo scudo fiscale. Esemplare la dichiarazione di Emilio Riva dell’11 novembre 2009 a Ubs Fiduciaria Spa: ”Confermo con la presente di essere stato nel corso del 1997 l’effettivo settlor (fondatore, ndr) dei seguenti trust: Orion, Venus, Sirius e Antares”. Presto potrebbero esserci altri indagati anche fra i membri degli organi di vigilanza del gruppo Riva. Quel tesoro negli ultimi tempi era destinato a scomparire del tutto per evitare eventuali provvedimenti dei pm di Taranto. Il gip Fabrizio D'Arcangelo, infatti, spiega che si voleva “modifi - care la giurisdizione dei trust per effetto delle iniziative dell'autorità giudiziaria di Taranto”. Orion, Sirius, Venus, Antares, Lucam, Minerva, Paella e Felgan sono gli 8 trust finiti sotto la lente della Gdf e dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Sono, invece, tre le operazioni scandagliate: la cessione Oak del 1995, la cessione Stahlbeteiligungen del 1997 e la cessione Ilva tra il 2003 e il 2006. “Tutte le cessioni – scrive il gip - si consumavano tra ricorrenti controparti, da un lato la holding italiana (Fire Finanziaria spa, quindi trasformatasi in Riva Acciaio spa e infine in Riva Fire spa), dall'altro società di diritto estero, dietro le quali si nascondevano sempre i fratelli Riva; i prezzi delle cessioni erano artificiosi e funzionali a frodare, spostando liquidità (derivante dalla cessione all'esterno della partecipazione) dalla holding alle persone fisiche, dall'Italia all'estero”. I Riva con queste operazioni si sarebbero arricchiti ai danni dell’Ilva. Il gip parla di “sistema di frode” dal 1995 ad oggi “tra - mite complesse azioni societarie estere venivano realizzate notevoli plusvalenze in Paesi a fiscalità privilegiata, successivamente confluite nei trust. Le partecipazioni venivano acquisite da società estere gestite da Emilio ed Adriano Riva per essere successivamente cedute alla capogruppo italiana, con una notevole maggiorazione di prezzo. Con tale meccanismo la società italiana si indebitava in modo considerevole verso gli istituti di credito e subiva un grave danno patrimoniale. In taluni casi le società veicolo venivano create appositamente e chiuse subito dopo la conclusione dell’opera - zione. Le operazioni venivano strutturate in modo da drenare le disponibilità finanziarie dalla holding italiana ad esclusivo vantaggio delle persone fisiche, in quanto le somme derivanti dalle compravendite venivano allocate nei suddetti trust. Non vi era pertanto alcuna ragione economica sottesa a tali operazioni. Il denaro incassato dalle società estere non veniva investito in alcuna attività e non rimaneva nelle casse societarie. I trust venivano istituiti solo per celare chi fosse il reale proprietario dei beni in quanto si riscontrava che il Trustee non aveva alcun potere decisionale senza l’avallo del protector (Emilio Riva-Stefania Riva Casati). Attraverso lo scudo fiscale e le varie intercettazioni fiduciarie del trust da un lato veniva reimpiegato il capitale illecito, dall’altro si ponevano in essere una serie di operazioni finalizzate ad ostacolare l’identifica - zione della provenienza delittuosa dei beni nonché la riconducibilità” ai Riva. E NEL DECRETO vengono descritte le tre operazioni. Prendiamo per esempio la terza, l’acquisi - zione, con un esborso di 519 milioni di euro per l’azienda italiana, dell’11.75% della partecipazione di Ilva Spa detenuta formalmente da Stahl BV, ma in realtà di Adriano Riva. Secondo l’accusa l’operazione “evi - denzia una chiara intenzione di trasferire disponibilità finanziarie all’estero” presso una società “riconducibile ad Adriano Riva”. Pertanto, scrive il gip, “è evidente che la funzione, almeno negli ultimi anni di vita della società, fosse unicamente quella di schermo societario utilizzato per di drenare risorse”. Quella montagna di soldi i Riva avrebbero potuto utilizzarla per ammodernare gli impianti che, secondo il gip di Taranto Patrizia Todisco, diffondo “malattia e morte”.

fuoriuscita gas a Priolo nel petrolchimico muore operaio

PETROLCHIMICO ISAB A PRIOLO (SR) FUORIUSCITA GAS, MUORE OPERAIO il fatto quotidiano 23 magggio 2013 È morto per una fuga di gas, forse dopo aver inalato acido solfidrico. Salvatore Ganci, 38 anni, operaio all’impianto petrolchimico Isab Nord di Priolo (Siracusa), è l’ennesima vittima sul lavoro: caduta martedì notte, attorno all’1,30. Ganci era addetto a uno degli impianti che trattano gli acidi per il processo di raffinazione, il C37. Aveva dieci anni di esperienza. Ma non gli sono bastati per salvarsi da un incidente: la fuoriuscita di gas da una condotta. Una piccola nube densa di acidi, che gli è stata fatale. Ganci è stato trovato senza vita dai colleghi, sul percorso che collega l’impianto in cui lavorava a un altro, il C34. Ieri lo stabilimento, che ha circa 700 dipendenti, è rimasto fermo tutto il giorno per lo sciopero indetto dai sindacati. “Questo è l’epilogo drammatica di una sequenza di incidenti nell’impianto” a f fe r - ma la Fiom-Cgil. Priolo lascia la moglie e due figli.

lobby energia Cip6 Passera proroga 500 milioni di sconto alle centrali inquinanti

ecco perchè la lobby inquinante sul biogas sta lavorando contro l'energia naturale e rinnovabile del fotovoltaico con l'aiuto dei finti ambientalisti il fatto quotidiano 23 maggio 2013 Energia, Passera ci lascia un conto da 500 milioni NELLE ULTIME ORE DI MANDATO IL MINISTRO PROROGA GLI AIUTI ALLA LOBBY DELLE CENTRALI CIP 6. ADDIO SCONTO IN BOLLETTA di Gionata Picchio Un risparmio fino a 500 milioni di euro in bolletta: i consumatori di elettricità italiani avrebbero potuto goderne già da quest’anno. Sfruttando gli effetti del nuovo dinamismo del mercato del gas per ridurre il peso dei vecchi incentivi statali al Cip6. Invece un atto firmato dall’ex ministro dello Sviluppo Corrado Passera nelle ultime ore di vita del governo tecnico ha stabilito che tutto slitterà (se va bene) almeno di un anno. Il decreto in questione è datato 24 aprile, lo stesso giorno in cui Enrico Letta accettava con riserva l’incarico dal presidente Giorgio Napolitano. Si tratta dell’atto con cui ogni anno il ministero dello Sviluppo economico definisce a conguaglio la remunerazione per le centrali soggette alle convenzioni di cui al provvedimento Cip n. 6 del 1992. Un conto, pagato dalle bollette, che quest’anno sarà più salato del necessario. Un passo indietro: il Cip6/92 è stato il primo importante meccanismo di incentivazione della produzione elettrica privata in Italia. Due le principali tipologie sussidiate: le fonti rinnovabili e le cosiddette fonti “assimi - late” alle rinnovabili, ossia cogenerazione da combustibili derivati da processi industriali come siderurgia, chimica e raf- finazione del petrolio e, a certe condizioni, da combustibili fossili. Ha permesso la costruzione di circa 3.000 MegaWatt di impianti verdi e 5.000 MegaWatt assimilati, in una fase in cui in Italia mancava capacità produttiva. Nel contempo però si è rivelato costosissimo, nonché refrattario a ogni tentativo di revisione normativa. L’onere netto in bolletta è arrivato così a pesare 3,5 miliardi di euro all’an - no nel 2006, di cui due terzi per le assimilate (spesso assai diverse da quelle energie “verdi” che si volevano incentivare). OGGI MOLTE convenzioni sono scadute o sono state risolte in anticipo, come nel caso di Edison, uno dei maggiori operatori Cip6. Tra quelle restanti, ormai prossime alle fine, le maggiori sono quelle dei raffinatori come Erg (Garrone) e Saras (Moratti). L’onere in bolletta si aggira oggi intorno a 1 miliardo all’anno. Gli impianti Cip6 percepiscono una remunerazione per kilowatt/ ora prodotto legata al tipo di tecnologia e ai cosiddetti “co - sti evitati”, quelli cioè che l’allo - ra monopolista Enel avrebbe sostenuto se fosse stato esso stesso a costruire l’impianto. Il più importante di essi è il costo evitato di combustibile (Cec): il produttore Cip6 riceve il valore del quantitativo di gas che sarebbe stato necessario a produrre col metano il kWh generato dall’impianto. Ma come si calcola il valore del gas “non bruciato”? Il punto è qui e con questo si arriva al decreto di Passera. Per il calcolo si usano parametri simili a quelli tradizionalmente usati dall’Autorità per l’ener - gia per il definire i prezzi del gas alle famiglie, basandosi cioè sull’andamento del prezzo del petrolio e derivati. Negli ultimi anni però il mercato gas è cambiato e i prezzi di riferimento sono diventati sempre più quelli dei mercati spot. Tanto che l’Autorità ha deciso che da ottobre i prezzi regolati dipenderanno dai mercati spot anziché dai prezzi del greggio. Perché allora non adottare lo stesso criterio anche per il costo evitato Cip6? È quanto si è chiesta la stessa authority in una delibera pubblicata a dicembre, in cui suggeriva al ministero dello Sviluppo di cambiare il calcolo del Cec legandolo ai prezzi del mercato del bilanciamento. Così facendo, stimava l’Aeeg, sull’energia Cip6 ceduta nel 2012 si risparmierebbero 500 milioni di oneri in bolletta. Il ministero però ha deciso di mantenere il vecchio criterio di calcolo anche se fuori mercato, per poi eventualmente cambiare nel 2013. A una richiesta di commento, i tecnici del ministero replicano che il Mise ha già in parte tagliato il Cec con un decreto di novembre (che però prevede deroghe). Che i maggiori cambiamenti del mercato sono arrivati solo nel 2012. E che, in generale, “un taglio retroattivo sarebbe stato scorretto: gli operatori avevano già chiuso gli acquisti del combustibile. Dal 2013 arriverà un cambiamento nel senso indicato dall'Autorità, con una fase di transizione”. SARÀ, ma dov’è il problema-retroattività se spesso acquirente e venditore del combustibile sono lo stesso soggetto? Secondo una ricognizione dell’Autorità a novembre, già nell’estate 2011 le industrie acquistavano il gas per l’anno successivo a un prezzo sensibilmente inferiore alle formule legate al greggio: circa 35 centesimi al metro cubo contro i 42 riconosciuti dal decreto Passera. Segno che spazio almeno per un ritocco c’era. Di sicuro gli impianti Cip6 ringraziano. I consumatori no.

Pontinia viale Italia un angolo per il pesce

http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/21/ vertenza acqualatina scontro tra sindacati http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/7/ nuovi guai per Zingaretti: la questione Sonia Ricci tra affari e politica http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/5/ la cellula dormiente del pd che nulla vede a Borgo Montello presenta l'esposto per via Bassianese http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/3/

il manifesto saluta don Andrea Gallo il padre nostro

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Estrazioni offshore, la direttiva Ue è solo un primo passo

Con 572 voti a favore e 103 contrari, ieri il Parlamento europeo ha approvato la direttiva suilimiti alle perforazioni offshore in condizioni estreme. È solo il primo passo per proteggere ecosistemi fragilissimi come l’Artico e anche il nostro Mediterraneo sempre più assediato dalle trivelle.
La nuova direttiva, infatti, obbliga le compagnie petrolifere a garantire adeguati piani di emergenza nel caso di fuoriuscite di petrolio in condizioni difficili, come prolungata assenza di luce, ghiaccio o mare agitato, ovvero quando le procedure standard non possono essere utilizzate.
I Paesi Ue avranno due anni per recepire le regole relative ai nuovi impianti, mentre per quelli già operativi gli anni di tempo a disposizione sono cinque. Troppi. Soprattutto la direttiva è ancora debole e potrebbero esserci delle discrepanze nel modo in cui i diversi Paesi Ue implementeranno il loro regime di sicurezza. Altro limite è che i danni causati dalle perdite di petrolio alla comunità dei pescatori e al turismo locale non sono inclusi nella direttiva.
Ora i leader europei dovranno impegnarsi a recepire la direttiva europea nella maniera più “rigida” possibile e a lavorare per porre un bando alle trivellazioni offshore nelle acque artiche, dove un sistema di sicurezza in grado di contenere una fuoriuscita di petrolio non esiste.
Il Mediterraneo, invece, secondo il nostro Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) non è soggetto a “condizioni estreme”. Forse non sanno che nel dicembre 2011 onde alte dieci metri hanno causato la dispersione in mare di circa duecento fusti di rifiuti tossici al largo della Gorgona, nell’Arcipelago Toscano. E forse non sanno che il Canale di Sicilia, minacciato da decine di richieste di trivellazioni, ha una fama peggiore dell’Alto Tirreno presso marinai e pescatori.
Deve essere per questo – perché problemi non ce ne sono – che l’Italia non ha ancora recepito il Protocollo offshore della Convenzione di Barcellona. Il protocollo ci vincolerebbe all’uso dellemigliori pratiche possibili ma nei fatti avviene molto raramente. Tanto il mare da noi è sempre bello…
Sappiamo tutti che il petrolio sta finendo. Potremmo imparare a farne a meno (ad esempio rendendo i nostri trasporti sempre più efficienti) e, invece, le multinazionali petrolifere stanno provando ad aprire nuove frontiere dell’oro nero. Le stime sono che il petrolio dell’Artico equivale a un potenziale di 90 miliardi di barili di petrolio: un sacco di soldi per Shell, ENI e altre compagnie, ma solo tre anni di consumi petroliferi per il pianeta. Lo stesso per le trivellazioni offshore nel nostro Paese: tutto il petrolio che potremmo ricavarne non basterebbe all’Italia per due mesi. Ne vale la pena? Noi pensiamo di no: non possiamo lasciare che ciò accada!

Ilva, “la grande truffa dei Riva: ‘rubati’ 1,2 miliardi mentre l’inquinamento cresceva”

I cacciatori di evasori della Finanza, coordinati dalla Procura di Milano, hanno trovato nelle Jersey island e sequestrato un tesoro, depredato tra il 1996 e il 2006 dalle casse aziendali. Soldi finiti nei conti dei fratelli Riva e nelle loro società

Ilva di Taranto
Tanti soldi, un miliardo e 100 milioni di euro, investiti per la salvaguardia ambientale in 17 anni e altrettanti, anzi qualcosa di più, un miliardo e 200 milioni “rubati”, trasferiti all’estero e poi scudati a partire dal 2009. E’ l’ultimo paradosso che viene fuori dalle “ciminiere” dell‘Ilva di Taranto. I cacciatori di evasori della Finanza, coordinati dalla Procura di Milano, hanno trovato nelle Jersey island e sequestrato un tesoro, depredato tra il 1996 e il 2006 dalle casse aziendali mentrel’inquinamento della zona cominciava a colpire. A leggere i bilanci dell’Ilva nel corso della gestione Riva sono stati investiti totale di 6,1 miliardi di euro investiti di cui 1,1 appunti destinati a tutelare il territorio dalle scorie e dall’inquinamento. A leggere invece le carte della nuova indagine – per frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato - contemporaneamente un mucchio di denaro veniva “drenato” e che invece di finire in un paradiso fiscale, sarebbero potutti essere reinvestiti per rimediare agli effetti dell’impianto sui terreni e acque, al centro di una inchiesta della Procura di Taranto per disastro ambientale iniziata nel luglio scorso e che è proseguitaarrivando fino alla Corte Costituzionale.
Negli anni che vanno dal 2009 al 2012 l’azienda di Taranto ha perso 1,1 miliardi di euro, cifra poco meno inferiore di quella su cui ha messo i sigilli il pool del dipartimento reati finanziari, coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Sono quei soldi “persi” quelli ritrovati dai detective delle Fiamme Gialle?
Secondo la ricostruzione dei pm, Mauro Clerici e Stefano Civardi, i soldi ritrovati sono stati drenati dalla società “Fire Finanziaria” spa, trasformata in “Riva Acciaio” e poi in “Fire Finanziaria”. Il denaro è stato quindi trasferito a società di partecipazione estere e offshore grazie a tre operazioni di cessioni di partecipazioni industriali (1995, 1997 e 2003-2006 ) “tutte conseguenti all’acquisizione dall’Iri dell’Ilva spa e quindi – si legge nelle carte dell’inchiesta – fittiziamente intestato a otto trust al fine di agervolarne il riciclaggio e il reimpiego”. Soldi rubati quindi e poi rientrati in Italia grazie alloscudo fiscale; il “settlor” (ovvero colui che dispone dei beni) degli otto trust – quattro con nomi di costellazioni Orio Sirius Venus e Antares (istituiti nel 1997) – era Adriano Riva, classe 1931, fratello di Emilio il patron ormai 87enne, già ai domiciliari per l’inchiesta pugliese. Entrambi sono indagati per truffa e interposizioni fittizia. Adriano, in verità, non avrebbe potuto usufruire dello scudo perché cittadino canadese. Ed è così che entrano nella storia giudiziaria anche due commercialisti, indagati per riciclaggio, che hanno fatto in modo che risultasse settlor il solo Emilio. I soldi scudati sono poi finiti su conti bancari, per sottoscrizioni di prestiti obbligazionari della Riva Fire (60 milioni) e anche per sottoscrivere prestito obbligazionario emesso da Alitalia per 16 milioni.
Secondo gli inquirenti i trust “maturavano significative plusvalenze all’estero in paesi a fiscalità privilegiata per la cessione di pacchetti azionati che fondavano il loro valore nella partecipazione a società del gruppo Riva … Costanti di tutte le operazioni sono: la cessione, tramite articolate schermature, di partecipazioni derivate dall’acquisto Ilva dall’Iri”, naturalmente “le cessioni si consumavano fra ricorrenti controparti, da un lato la holding italiana dall’altro società di diritto estero dietro le quali si nascondevano sempre i fratelli Riva; i prezzi delle cessioni erano artificiosi e funzionali a frodare, spostando liquidità dalla holding alle persone fisiche, dall’Italia all’estero”. 
C’è chi già pensa che i soldi sequestrati a questo punto potranno essere utilizzati per ripulire l’ambiente dai veleni, in una zona dove si registra un innalzamento delle percentuali di persone che si ammalano di tumore. “Il sequestro dei beni della famiglia Riva – dice il presidente dei VerdiAngelo Bonelli – è una notizia importantissima per Taranto perché quelle risorse rappresentano la garanzia che le bonifiche potranno partire davvero”.

mercoledì 22 maggio 2013

ciao don Andrea Gallo un prete Cristiano che viveva il Vangelo

ADDIO DON GALLO, PRETE CONTRO
Sigaro, basco, voce roca. L'iconografia di un Che Guevara anziano con la tonaca. Il sacerdote genovese ha speso la sua vita in rotta con le gerarchie ecclesiastiche. Nel 1970 fu il cardinale Siri a "licenziarlo" perché troppo di sinistra: da allora restò senza parrocchia, ma con tenti fedeli. Tra loro, Fabrizio De Andrè. Mai restio a "sporcarsi le mani" in politica, ha sostenuto Doria e Vendola, mentre avrebbe visto bene Berlusconi "in Africa". E a Grillo disse: "Non fare il padreterno"

Giornata Mondiale della Biodiversità. "Più rispetti per i bacini pontini"

Natura: a rischio di estinzione in Italia 355 specie. Mercoledì sarà presentato lo studio Biodiversità: ministero dell’Ambiente e Federparchi illustreranno a Roma le "liste rosse" di animali e vegetali in pericolo. Sono 161 le specie di animali vertebrati e 194 le varietà vegetali a rischio di estinzione in Italia: lo affermano le due Liste Rosse nazionali delle specie a rischio estinzione. I due volumi realizzati dal ministero dell’Ambiente e da Federparchi nell’ambito della Iucn (Conservazione mondiale per la conservazione della natura), verranno presentati a Roma il 22 maggio dalle 9,30 alle 14 nella sala-convegni del palazzetto delle Carte Geografiche, via Napoli 36, in occasione della Giornata mondiale della biodiversità e della Settimana europea dei parchi. Che cosa sono le liste Liste Rosse? Rappresentano la valutazione del rischio di estinzione e sono stati valutati pesci d'acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei (squali e razze) e flora. La valutazione del rischio di estinzione è basata su categorie, criteri e linee guida aggiornate periodicamente (www.redlist.org). Le valutazioni vengono effettuate tramite workshop tematici con gruppi di esperti delle diverse specie e aree del territorio nazionale, e revisionate criticamente sia nei contenuti sia nell'applicazione del protocollo secondo le linee guida. L'appuntamento del 22 maggio per il ministero dell'Ambiente s'inserisce nella più ampia cornice del rapporto di collaborazione con Federparchi, che ha posto una serie di obiettivi comuni per la valorizzazione delle aree protette e della biodiversità. Secondo il presidente di Federparchi-Europarc Italia, Giampiero Sammuri, "è stato svolto un lavoro straordinario. Le caratteristiche geografiche, climatiche e storiche dell’Italia hanno consentito nel tempo l’insediamento e la permanenza di una variegata e ricca biodiversità, inclusa una gran varietà di specie endemiche e ambienti e paesaggi esclusivi. Questa ricchezza è riconosciuta a livello mondiale. Ecco perché abbiamo la responsabilità di monitorare e salvaguardare questo capitale naturale dalle tante minacce che si profilano. Le pubblicazioni con le Liste Rosse ci dicono quali e quante specie animali e vegetali rischiano di scomparire e soprattutto quali sono le cause che possono determinare i fattori di rischio”. Il comitato Iucn Italia fa parte dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, la più antica organizzazione mondiale per la difesa dell’ambiente. L’autorità nazionale dell’Iucn in Italia è il ministero dell’Ambiente, mentre Federparchi è socio e gestisce per statuto la segreteria. Tutto il materiale relativo agli animali e alle piante sarà disponibile sul sito www.iucn.it dal 22 maggio. Per saperne di più: la Lista Rossa delle specie animali E’ stato preso in esame e valutato il rischio di estinzione delle specie di vertebrati in Italia, tutti i terrestri e un gruppo di vertebrati marini; poi è stata creata una base di riferimento utile in futuro a valutare la tendenza dello stato di conservazione della biodiversità in Italia. Sono state incluse nella valutazione tutte le specie di pesci d'acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi e pesci cartilaginei, native o possibilmente native in Italia, nonché quelle naturalizzate in Italia in tempi preistorici. Le specie di uccelli presenti ma non nidificanti in Italia (svernanti, migratori) non sono state valutate. Per le specie terrestri e di acqua dolce è stata valutata l'intera popolazione nel suo areale italiano (Italia peninsulare, isole maggiori e, dove rilevante, isole minori). Per le specie marine è stata considerata un'area di interesse più ampia delle acque territoriali. Delle 672 specie di vertebrati valutate in questa ricerca (576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte nella regione in tempi recenti. Le specie minacciate di estinzione sono 161 in totale (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate. Il 50% circa delle specie di vertebrati italiani non è a rischio di estinzione imminente. Complessivamente le popolazioni dei vertebrati Italiani sono in declino, più marcato in ambiente marino che terrestre. Le conoscenze sul rischio di estinzione e le tendenze demografiche sono più carenti in ambiente marino. In ambiente terrestre le principali minacce ai vertebrati italiani sono la perdita di habitat e l'inquinamento. Il numero di specie minacciate dal prelievo e dalla persecuzione diretta è piuttosto ridotto. La principale minaccia rilevata in ambiente marino è la mortalità accidentale, ma questo dipende dal fatto che le specie qui valutate (squali, razze e chimere) hanno scarso interesse commerciale. Per saperne di più: la Lista Rossa della flora L’Italia, che si trova al centro del bacino del Mediterraneo, è una delle aree più importanti di biodiversità nel mondo e possiede una flora molto ricca in specie, molte delle quali endemiche. In alcune porzioni della penisola la percentuale di varietà tipiche raggiunge valori compresi tra il 13% ed il 20%. La biodiversità vegetale mediterranea è però fortemente minacciata da cambiamenti ambientali provocati dalle attuali dinamiche socio-economiche e di utilizzo del suolo. L’Italia, in questo contesto non fa eccezione e molte delle sue specie necessitano di misure di conservazione per evitare un impoverimento di biodiversità con ripercussioni su scala mondiale. Il lavoro presentato nelle 64 pagine che verranno presentate il 22 maggio è il risultato di un progetto iniziato nel 2012, finanziato dal ministero dell’Ambiente e realizzato dalla Società botanica italiana, che ha coordinato oltre 200 botanici di tutto il Paese. Il risultato finale è una lista rossa parziale della flora d’Italia, che include tutte le 197 "policy species" italiane, specie inserite negli allegati della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e della Convenzione di Berna, entrambe ratificate dal Governo Italiano e di fatto costituenti leggi nazionali. Un secondo contingente di specie, che include vascolari, licheni, briofite e funghi, tra le più minacciate d’Italia, o endemiche, è stato anch’esso valutato attraverso i criteri Iucn, definendo così le categorie di minaccia in cui ricadono. Le principali minacce alla biodiversità vegetale in Italia sono rappresentate dall’urbanizzazione selvaggia (abusivismo edilizio), dallo sviluppo di infrastrutture, dall’allevamento intensivo e dal turismo. Problemi si manifestano anche nelle aree protette a causa dello sviluppo non oculato di infrastrutture e della mancanza di adeguati controlli. iornata Mondiale della Biodiversità. "Più rispetti per i bacini pontini". http://studio93.it/news/read_news.php?news=61575&category=6 21-05-2013 Tra i 74 bacini della Provincia di Latina maggiore attenzione viene riposta in quelli che ricadono nella piana di Fondi, nel Parco del Circeo e i laghi Gricilli, Lungo e San Puoto . Ricorre questo mercoledì la Giornata Mondiale della Biodiversità. Anche nel Lazio il WWF evidenzia ancora una volta la necessità di affrontare rapidamente e con maggiore efficacia le criticità che minacciano la biodiversità laziale, in particolare quella collegata agli ambienti acquatici per la quale ben poco si sta facendo. In questo 2013, Anno Internazionale della Cooperazione Idrica, il tema della Giornata è "Acqua e Biodiversità", nel contesto anche del Decennio Internazionale per l'Azione "WATER FOR LIFE" (Acqua per la vita - dal 2005 al 2015). "Quello del Lazio è un patrimonio di biodiversità insostituibile - dichiara Vanessa Ranieri Presidente del WWF Lazio - per questo auspichiamo che al più presto venga codificato in Costituzione il riconoscimento del valore "Ambiente" affinché sia finalmente tutelato con norme rigorose e con la previsione dei reati contro la biodiversità come delitti e non solo come contravvenzioni". E' inoltre urgente sul territorio della nostra regione arrivare in breve tempo ad una effettiva tutela dei bacini idrici: tra questi sotto stretto controllo anche i 74 bacini localizzati in provincia di Latina. Tra questi maggiore attenzione viene riposta in quelli che ricadono nella piana di Fondi, nel Parco del Circeo e i laghi Gricilli, Lungo e San Puoto . Infatti, nonostante nella nostra regione sia ancora presente una natura di grande rilievo, il fronte delle minacce avanza sempre di più, tanto che, proprio oggi e proprio sotto gli occhi di tutti noi, molti luoghi importanti per la biodiversità sono sul punto di essere trasformati per sempre in assenza di politiche sostenibili di governo del territorio in grado di evitarlo. (ALCUNI ESEMPI PIU' SOTTO NELLA SEZIONE CRITICITA') "La Regione Lazio non è una regione qualunque - dichiara Fulco Pratesi Presidente Onorario del WWF Italia - Grandi e stupendi laghi vulcanici, un arcipelago di grande bellezza, montagne appenniniche che superano i 2000 metri, foreste planiziarie, paludi e laghi costieri unici in Italia, falesie marine e lunghe spiagge con dune rivestite di macchia mediterranea, montagne calcaree con vasti paesaggi di pascoli e boschi ricchi di fauna. Due Aree Marine Protette e tre Parchi Nazionali che conservano ambienti rari e una fauna preziosa che va dall'orso marsicano al camoscio, dal lupo appenninico all'avvoltoio grifone. Basterebbero queste caratteristiche, pur trascurando i tesori di arte, di storia e di tradizioni di cui il Lazio è ricchissimo, per avvalorare il suo primato tra le regioni italiane". "Quello del Lazio è un patrimonio di biodiversità insostituibile - dichiara Vanessa Ranieri Presidente del WWF Lazio - per questo auspichiamo che al più presto venga codificato in Costituzione il riconoscimento del valore "Ambiente" affinché sia finalmente tutelato con norme rigorose e con la previsione dei reati contro la biodiversità come delitti e non solo come contravvenzioni. E' necessario che al più presto la Regione Lazio ponga all'approvazione dell'aula una legge sulla biodiversità che possa essere di esempio alle altre Regioni, in termini di certezza di diritto e tutela delle specie e degli habitat". E' dunque necessario per il WWF Lazio procedere alla redazione di un Piano Strategico regionale per la biodiversità nel quale dovranno essere definite le migliori forme integrate e coordinate di governo e controllo del territorio regionale che garantiscano la conservazione e la tutela della biodiversità regionale riconoscendo il valore intrinseco che la biodiversità detiene. A tal fine gli obiettivi di conservazione dovranno presupporre, da parte delle amministrazioni competenti, la piena attuazione degli strumenti di pianificazione esistenti nonché fare in modo che le politiche economiche ed i processi decisionali siano sempre più volti ad un uso sostenibile delle risorse naturali. In questo percorso assume particolare rilievo la piena attuazione degli strumenti di pianificazione territoriale, in particolare del Piano paesistico regionale. E' necessario e non più rinviabile riuscire a strutturare una strategia concertata e condivisa per puntare alla conservazione delle aree prioritarie (nel Lazio 182 SIC - Siti di Importanza Comunitaria, 39 ZPS - Zone di Protezione Speciale e 5 zone umide di importanza internazionale), garantendo tra queste aree una efficace e reale connettività. Oggi il sistema delle aree protette, sebbene interessi una superficie pari al 13% del territorio regionale, non è adeguatamente gestito e finanziato e pertanto non riesce a presentarsi come laboratorio di buone pratiche gestionali e di diffusione del valore della biodiversità. La gestione del sistema delle aree protette deve essere ottimizzata per renderla coerente con la tutela dei valori di biodiversità. In particolare, occorre giungere alla definizione del Piano Regionale delle Aree Naturali Protette e dare attuazione alle forme di pianificazione delle singole aree protette previste dalla L.R. n.29/97. E' inoltre urgente sul territorio della nostra regione arrivare in breve tempo ad una effettiva tutela dei bacini idrici (provincia di Viterbo: n.76; provincia di Roma: n.118; provincia di Rieti: n.42; provincia di Latina: n.74; provincia di Frosinone: n.90) e a tutele mirate delle specie migratrici e dei loro habitat di sosta. Vanno inoltre maggiormente protetti gli ecosistemi insulari, anche attraverso un ripensamento generale rispetto a quei flussi turistici che determinano forti impatti ambientali. Impatti che si ripercuotono inevitabilmente nei confronti dei consumi idrici, nella produzione dei rifiuti, nelle emissioni di inquinanti nonché nel consumo di suolo indotto dall'edificazione, sovente illegale, e dall'infrastrutturazione. Si pensi, a tal proposito, alla portualità che contribuisce al deterioramento degli habitat costieri, nonché al traffico aereo. PROVINCIA DI ROMA PALUDE DI TORRE FLAVIA E' una piccola area protetta di grande interesse naturalistico che si trova lungo la costa tirrenica, nei pressi di Ladispoli, rinomata e preziosa meta di uccelli migratori. Oggi purtroppo l'integrità dell'area protetta è fortemente minacciata soprattutto a causa dell'erosione costiera a cui si aggiunge la recente costruzione di barriere artificiali (pennelli a mare) che ha contribuito a ridurre la duna. Le mareggiate dello scorso inverno hanno poi definitivamente distrutto un tratto di duna e ora le acque della laguna interna stanno fuoriuscendo dalla palude mettendo a rischio il prezioso ecosistema che ne ha determinato la tutela. AGRO ROMANO STOP AL CONSUMO DI SUOLO Troppi ancora i progetti edilizi relativi a nuove costruzioni che gravano sugli ultimi lembi di Agro Romano. E' invece necessario tutelare con rigore questa preziosa testimonianza del passato che ancora conserva elementi importanti di biodiversità sia faunistica che vegetale. Ulteriore cemento su questi territori che cingono Roma significherebbe condannare definitivamente una Capitale vissuta quotidianamente da milioni di persone e che da decenni soffre per l'inquinamento e per la mancanza di una gestione adeguata degli spazi verdi esistenti e di una progettazione razionale di quelli nuovi. TUTELA DEI FOSSI I fossi dell'Agro Romano sono fondamentali corridoi ecologici in ambito agricolo e urbano per numerose specie animali e vegetali. Negli ultimi anni molti di questi fossi sono stati deviati o addirittura "intubati" anche per lunghi tratti proprio perché di ostacolo alla realizzazione di strade e palazzi (Solo nel Quadrante di Roma Sud, casi emblematici di una rete ecologica rimasta solo sulla carta sono quelli del Fosso di Tor Carbone/Grottaperfetta e del Fosso della Cecchignola) Per ristabilire il giusto equilibrio ai fini di tutela della biodiversità dell'Agro Romano occorre, prioritariamente, valutare in dettaglio lo stato di inquinamento delle acque e dove necessario rimuovere le cause che determinano una qualità non adeguata. Occorre poi rafforzare la tutela ambientale del reticolo idrografico minore, che sfugge facilmente ad ogni controllo e non risulta essere sottoposto alla normativa di tutela paesistica; in questi micro-ambienti, spesso la biodiversità è molto più ricca di quanto ci si possa aspettare. (Ad es. il reticolo idrografico della Bonifica di Campo Selva, a Torvajanica-Pomezia). Pertanto risulta fondamentale il contributo positivo da parte dei consorzi di bonifica perché passino finalmente da una gestione meramente idraulica ad una più evoluta, che miri anche al ripristino degli ecosistemi ripariali e paludosi, utilizzando tecniche di ecologia applicata nella prassi ordinaria (come esempi di riferimento possiamo avere il manuale del WWF Italia / il consorzio bonifica Muzza Bassa Lodigiana) PROVINCIA DI FROSINONE Gole del fiume Melfa: mantenimento del deflusso minimo vitale, bonifica delle discariche abusive, riqualificazione delle strutture presenti per un utilizzo turistico, didattico e sportivo compatibile. Lago di Posta Fibreno: eliminazione delle cause che stanno determinando l'estinzione delle specie ittiche endemiche e tipiche del lago (Carpione del Fibreno, Trota macrostigma), quali la pesca, gli scarichi fognari, il taglio della vegetazione acquatica, ecc. Lago di Canterno: riduzione dell'inquinamento delle acque emesse dal depuratore di Fiuggi, riqualificazione delle sponde del lago, limitazione del disturbo antropico, regolamentazione della pesca sportiva, creazione di aree a tutela integrale. Fiumi Sacco e Liri: eliminazione degli scarichi abusivi; depurazione efficace dei reflui urbani e industriali; rinaturalizzazione delle fasce spondali e corretta manutenzione delle stesse; bonifica delle discariche perifluviali; recupero della continuità in corrispondenza degli sbarramenti artificiali; regolamentazione degli usi del lago di Isoletta. Torrenti montani: mantenimento del deflusso idrico limitando la diffusione delle derivazioni idroelettriche e della captazione delle sorgenti per usi idropotabili (migliorare, di contro, lo stato delle condutture di distribuzione).