giovedì 23 maggio 2013
regali di stato all'Ilva di Taranto viva la politica
Regalo di Stato. E gli utili decuplicano
GLI AIUTI PUBBLICI INIZIANO CON LA PRIVATIZZAZIONE A TARANTO. E VANNO AVANTI NEGLI ANN
VIVA LA POLITICA
Il re dell’acciaio ha
distribuito negli anni
fondi a destra e sinistra
La Ue, con Antonio
Tajani, si prepara ora
a nuovi sostegni
di Salvatore Cannavò
Il tesoro dei Riva non costituisce solo
una gigantesca truffa allo Stato
ma dimostra l’entità del flusso di denaro
che dalle casse pubbliche è via via
finito nelle voraci tasche dei “padroni
delle ferriere”. Il primo regalo, infatti,
Emilio Riva lo ottiene al momento in
cui, nel 1995, rileva l’Ilva di Taranto
dall’Iri. L’azienda, che prima si chiamava
Italsider, viene ceduta per 1.460
miliardi di lire ma solo dopo la creazione
della Ilva Laminati Piani, la società
ceduta, accanto alla vecchia Ilva
che rimane una “bad company” in cui
vengono nascosti 700 miliardi
di debiti. Il gioco è ricostruito
da Gianni Dragoni nel
suo Capitani coraggiosi (Chiarelettere)
e verrà replicato anni
dopo con il salvataggio Alitalia.
Poco prima, nel 1994, al Ministero
del Lavoro viene siglato
un accordo sindacale
che prevede il prepensionamento
per la società Ilva in liquidazione
di 4.422 operai
mentre la Ilp viene alleggerita
di 4.283 unità. Riva si prende così una
fabbrica ripulita di quasi 9 mila operai.
I sindacati stimarono il costo dei soli
prepensionamenti in 1.800 miliardi di
lire. Nel 1995 viene concluso l’acquisto
dall’Iri e alla fine di quell’anno gli
utili passano da 182 a 1.842 miliardi.
Dieci volte di più. La stessa cifra dei
prepensionamenti che porteranno,
poi, nel giro di qualche anno a una
trasformazione “genetica” della fabbrica
con una manodopera ringiovanita
e privata dei vecchi quadri sindacali.
Allo stesso tempo, come scrive il rapporto
sulle privatizzazioni in Italia redatto
da Mediobanca nel 2000, “la privatizzazione
non si è tradotta in innovazioni
tecnologiche o di prodotto
di particolare rilievo”. “Gli impianti
dell’Ilva, ancorché tecnologicamente
adeguati, comportavano tuttavia un
posizionamento della società nella fascia
bassa del mercato, dove la forte
competizione da parte di produttori
esteri (specialmente quelli dell’Est europeo)
la esponeva a forti perdite nei
cicli congiunturali negativi”.
Ai regali iniziali si sono aggiunti, nel
tempo, aiuti pubblici provenienti dai
fondi europei e di Stato che, nella loro
opacità non vengono rendicontati in
maniera trasparente.
Basta leggere, però, le
dichiarazioni del 16
maggio del vicepresidente
della Commissione
europea, l’italiano
Antonio Tajani, per
rendersi conto della
portata dei sostegni.
Entro giugno, infatti, ci
sarà un nuovo piano di
aiuti al settore dell’acciaio
con “un insieme
di azioni a tutto campo,
che toccheranno i vari aspetti: dai
prezzi energetici al cambiamento climatico,
dall’accesso alle materie prime
e all’utilizzo del rottame alle relazioni
commerciali con i paesi terzi”. Un
“piano-ombrello”, ha detto Tajani,
che “sarà di aiuto anche per l’Ilva”.
LA SOCIETÀ dei Riva, nel frattempo,
ha ottenuto, nel silenzio generale, un
altro finanziamento per 400 milioni di
euro dalla Banca europea degli investimenti,
ottenuti il 16 dicembre 2010
per il progetto “Riva Taranto Energia e
Ambiente”. Duecento milioni sborsati
subito e altri 200 concessi il 3 febbraio
2012. Cosa ne è stato fatto non è chiaro.
Va detto, però, che la riconoscenza dei
Riva per la “cosa pubblica” ha lasciato,
nel tempo, tracce visibili. Sono dei Riva,
infatti, i 120 milioni buttati nel salvataggio
dell’Alitalia che ne hanno fatto
il secondo investitore privato dopo
Air France con tanta riconoscenza da
parte di Silvio Berlusconi. Ed erano loro
i 98mila euro offerti a Pier Luigi Bersani
nella campagna elettorale del 2006
dopo aver finanziato, solo due anni
prima, gli avversari di Forza Italia con
330mila euro.
428mila
A BERSANI
E PDL
DARE E AVERE
I fondi ricevuti dall’Ilva e quelli distribuiti
900mln
PENSIONI
ANTICIPATE
Una fabbrica
dove il lavoro
inizia a traballare
12.859
DIPENDENTI
Ilva Riva sequestrati 1,2 miliardi di soldi sottratti
RIVA, SEQUESTRATI 1,2 MILIARDI
“SOLDI SOTTRATTI ALL’I LVA”
I PM DI MILANO RINTRACCIANO IL TESORO DELL’AZIENDA, NASCOSTO
IN 8 TRUST NELL’ISOLA DI JERSEY. INDAGATI EX PATRON E FRATELLO
TUTTO OFF SHORE
Registi dell’o p e ra z i o n e
due commercialisti, sotto
inchiesta per riciclaggio
Indagine partita dai
capitali fatti rientrare
con lo scudo fiscale
il fatto quotidiano 23 maggio 2013
di Francesco Casula
e Antonella Mascali
Dalle casse dell'Ilva al
paradiso fiscale di
Jersey, passando
per società di comodo
lussumburghesi e olandesi,
per poi tornare in Italia
grazie al controverso scudo fiscale,
e per di più senza averne i
requisiti. È il viaggio del tesoro
segreto dei Riva dell’llva di Taranto
sequestrato ieri dal nucleo
tributario della Guardia di
finanzia di Milano. Un miliardo
e duecento milioni di euro che
Emilio Riva, 86enne ex patron
dell'acciaieria, agli arresti domiciliari
dal 26 luglio 2012 per il
disastro ambientale nel capoluogo
ionico, e il fratello 81enne
Adriano avrebbero sottratto allo
stabilimento siderurgico e
portato tra il 1996 e il 2006 in
otto trusts con sede all'estero.
Nel 2009, con lo scudo fiscale
firmato Giulio Tremonti, governo
Berlusconi, la decisione
di legalizzare in Italia i capitali,
ma qualcosa nelle operazioni
non torna. Per la Gdf infatti i
soldi portati all'estero sono inizialmente
intestati ad Adriano
Riva, cittadino canadese che
non avrebbe potuto usufruire
dello scudo, mentre quelli dichiarati
nel nostro Paese sono
intestati a Emilio, residente in
Italia e dunque con i requisiti
per il condono fiscale. Hanno
pagato così solo il 5% per regolarizzare
la loro fortuna illecita.
L’accusa pe loro è di truffa ai
danni dello Stato, intestazione e
trasferimento di beni fittizi e
frode fiscale. Indagati anche
due commercialisti, Franco
Pozzi ed Emilio Ettore Gnech:
per loro è scattata l’accusa di riciclaggio.
IL 30 NOVEMBRE 2009, attraverso
due dichiarazioni congiunte
a firma dei Riva, autenticate
da un notaio svizzero,
hanno messo in piedi lo scambio
di nomi fra i due fratelli per
accedere allo scudo fiscale.
Esemplare la dichiarazione di
Emilio Riva dell’11 novembre
2009 a Ubs Fiduciaria Spa:
”Confermo con la presente di
essere stato nel corso del 1997
l’effettivo settlor (fondatore,
ndr) dei seguenti trust: Orion,
Venus, Sirius e Antares”. Presto
potrebbero esserci altri indagati
anche fra i membri degli organi
di vigilanza del gruppo Riva.
Quel tesoro negli ultimi tempi
era destinato a scomparire del
tutto per evitare eventuali provvedimenti
dei pm di Taranto. Il
gip Fabrizio D'Arcangelo, infatti,
spiega che si voleva “modifi -
care la giurisdizione dei trust
per effetto delle iniziative dell'autorità
giudiziaria di Taranto”.
Orion, Sirius, Venus, Antares,
Lucam, Minerva, Paella e Felgan
sono gli 8 trust finiti sotto la lente
della Gdf e dei pm Stefano Civardi
e Mauro Clerici, coordinati
dal procuratore aggiunto
Francesco Greco. Sono, invece,
tre le operazioni scandagliate: la
cessione Oak del 1995, la cessione
Stahlbeteiligungen del 1997 e la
cessione Ilva tra il 2003 e il 2006.
“Tutte le cessioni – scrive il gip -
si consumavano tra ricorrenti
controparti, da un lato la holding
italiana (Fire Finanziaria
spa, quindi trasformatasi in Riva
Acciaio spa e infine in Riva
Fire spa), dall'altro società di diritto
estero, dietro le quali si nascondevano
sempre i fratelli Riva;
i prezzi delle cessioni erano
artificiosi e funzionali a frodare,
spostando liquidità (derivante
dalla cessione all'esterno della
partecipazione) dalla holding
alle persone fisiche, dall'Italia all'estero”.
I Riva con queste operazioni si
sarebbero arricchiti ai danni
dell’Ilva. Il gip parla di “sistema
di frode” dal 1995 ad oggi “tra -
mite complesse azioni societarie
estere venivano realizzate notevoli
plusvalenze in Paesi a fiscalità
privilegiata, successivamente
confluite nei trust. Le partecipazioni
venivano acquisite da
società estere gestite da Emilio
ed Adriano Riva per essere successivamente
cedute alla capogruppo
italiana, con una notevole
maggiorazione di prezzo.
Con tale meccanismo la società
italiana si indebitava in modo
considerevole verso gli istituti di
credito e subiva un grave danno
patrimoniale. In taluni casi le
società veicolo venivano create
appositamente e chiuse subito
dopo la conclusione dell’opera -
zione. Le operazioni venivano
strutturate in modo da drenare
le disponibilità finanziarie dalla
holding italiana ad esclusivo
vantaggio delle persone fisiche,
in quanto le somme derivanti
dalle compravendite venivano
allocate nei suddetti trust. Non
vi era pertanto alcuna ragione
economica sottesa a tali operazioni.
Il denaro incassato dalle
società estere non veniva investito
in alcuna attività e non rimaneva
nelle casse societarie. I
trust venivano istituiti solo per
celare chi fosse il reale proprietario
dei beni in quanto si riscontrava
che il Trustee non
aveva alcun potere decisionale
senza l’avallo del protector
(Emilio Riva-Stefania Riva Casati).
Attraverso lo scudo fiscale
e le varie intercettazioni fiduciarie
del trust da un lato veniva
reimpiegato il capitale illecito,
dall’altro si ponevano in essere
una serie di operazioni finalizzate
ad ostacolare l’identifica -
zione della provenienza delittuosa
dei beni nonché la riconducibilità”
ai Riva.
E NEL DECRETO vengono descritte
le tre operazioni. Prendiamo
per esempio
la terza, l’acquisi -
zione, con un esborso
di 519 milioni di
euro per l’azienda
italiana, dell’11.75%
della partecipazione
di Ilva Spa detenuta
formalmente da
Stahl BV, ma in realtà
di Adriano Riva.
Secondo l’accusa
l’operazione “evi -
denzia una chiara
intenzione di trasferire
disponibilità finanziarie
all’estero”
presso una società
“riconducibile ad
Adriano Riva”. Pertanto,
scrive il gip, “è
evidente che la funzione, almeno
negli ultimi anni di vita della
società, fosse unicamente quella
di schermo societario utilizzato
per di drenare risorse”.
Quella montagna di soldi i Riva
avrebbero potuto utilizzarla per
ammodernare gli impianti che,
secondo il gip di Taranto Patrizia
Todisco, diffondo “malattia
e morte”.
fuoriuscita gas a Priolo nel petrolchimico muore operaio
PETROLCHIMICO ISAB A PRIOLO (SR)
FUORIUSCITA GAS, MUORE OPERAIO il fatto quotidiano 23 magggio 2013
È morto per una fuga di gas, forse dopo
aver inalato acido solfidrico. Salvatore
Ganci, 38 anni, operaio all’impianto petrolchimico
Isab Nord di Priolo (Siracusa),
è l’ennesima vittima sul lavoro: caduta
martedì notte, attorno all’1,30. Ganci era
addetto a uno degli impianti che trattano
gli acidi per il processo di raffinazione, il
C37. Aveva dieci anni di esperienza. Ma
non gli sono bastati per salvarsi da un incidente:
la fuoriuscita di gas da una condotta.
Una piccola nube densa di acidi, che
gli è stata fatale. Ganci è stato trovato
senza vita dai colleghi, sul percorso che
collega l’impianto in cui lavorava a un altro,
il C34. Ieri lo stabilimento, che ha circa
700 dipendenti, è rimasto fermo tutto il
giorno per lo sciopero indetto dai sindacati.
“Questo è l’epilogo drammatica di una
sequenza di incidenti nell’impianto” a f fe r -
ma la Fiom-Cgil. Priolo lascia la moglie e
due figli.
lobby energia Cip6 Passera proroga 500 milioni di sconto alle centrali inquinanti
ecco perchè la lobby inquinante sul biogas sta lavorando contro l'energia naturale e rinnovabile del fotovoltaico con l'aiuto dei finti ambientalisti
il fatto quotidiano 23 maggio 2013
Energia, Passera ci lascia
un conto da 500 milioni
NELLE ULTIME ORE DI MANDATO IL MINISTRO PROROGA GLI AIUTI
ALLA LOBBY DELLE CENTRALI CIP 6. ADDIO SCONTO IN BOLLETTA
di Gionata Picchio
Un risparmio fino a
500 milioni di euro
in bolletta: i consumatori
di elettricità
italiani avrebbero potuto goderne
già da quest’anno. Sfruttando
gli effetti del nuovo dinamismo
del mercato del gas per
ridurre il peso dei vecchi incentivi
statali al Cip6. Invece un atto
firmato dall’ex ministro dello
Sviluppo Corrado Passera nelle
ultime ore di vita del governo
tecnico ha stabilito che tutto
slitterà (se va bene) almeno di
un anno.
Il decreto in questione è datato
24 aprile, lo stesso giorno in cui
Enrico Letta accettava con riserva
l’incarico dal presidente
Giorgio Napolitano. Si tratta
dell’atto con cui ogni anno il
ministero dello Sviluppo economico
definisce a conguaglio
la remunerazione per le centrali
soggette alle convenzioni di cui
al provvedimento Cip n. 6 del
1992. Un conto, pagato dalle
bollette, che quest’anno sarà più
salato del necessario.
Un passo indietro: il Cip6/92 è
stato il primo importante meccanismo
di incentivazione della
produzione elettrica privata in
Italia. Due le principali tipologie
sussidiate: le fonti rinnovabili
e le cosiddette fonti “assimi -
late” alle rinnovabili, ossia cogenerazione
da combustibili
derivati da processi industriali
come siderurgia, chimica e raf-
finazione del petrolio e, a certe
condizioni, da combustibili fossili.
Ha permesso la costruzione
di circa 3.000 MegaWatt di impianti
verdi e 5.000 MegaWatt
assimilati, in una fase in cui in
Italia mancava capacità produttiva.
Nel contempo però si è rivelato
costosissimo, nonché refrattario
a ogni tentativo di revisione
normativa. L’onere netto
in bolletta è arrivato così a pesare
3,5 miliardi di euro all’an -
no nel 2006, di cui due terzi per
le assimilate (spesso assai diverse
da quelle energie “verdi” che
si volevano incentivare).
OGGI MOLTE convenzioni sono
scadute o sono state risolte in
anticipo, come nel caso di Edison,
uno dei maggiori operatori
Cip6. Tra quelle restanti, ormai
prossime alle fine, le maggiori
sono quelle dei raffinatori come
Erg (Garrone) e Saras (Moratti).
L’onere in bolletta si aggira oggi
intorno a 1 miliardo all’anno.
Gli impianti Cip6 percepiscono
una remunerazione per kilowatt/
ora prodotto legata al tipo
di tecnologia e ai cosiddetti “co -
sti evitati”, quelli cioè che l’allo -
ra monopolista Enel avrebbe sostenuto
se fosse stato esso stesso
a costruire l’impianto. Il più importante
di essi è il costo evitato
di combustibile (Cec): il produttore
Cip6 riceve il valore del
quantitativo di gas che sarebbe
stato necessario a
produrre col metano
il kWh generato dall’impianto.
Ma come si calcola il
valore del gas “non
bruciato”? Il punto è
qui e con questo si arriva
al decreto di Passera.
Per il calcolo si
usano parametri simili
a quelli tradizionalmente
usati dall’Autorità
per l’ener -
gia per il definire i
prezzi del gas alle famiglie,
basandosi
cioè sull’andamento
del prezzo del petrolio
e derivati. Negli ultimi
anni però il mercato
gas è cambiato e i
prezzi di riferimento
sono diventati sempre
più quelli dei
mercati spot. Tanto
che l’Autorità ha deciso
che da ottobre i
prezzi regolati dipenderanno
dai mercati
spot anziché dai prezzi
del greggio.
Perché allora non adottare lo
stesso criterio anche per il costo
evitato Cip6? È quanto si è chiesta
la stessa authority in una delibera
pubblicata a dicembre, in
cui suggeriva al ministero dello
Sviluppo di cambiare il calcolo
del Cec legandolo ai prezzi del
mercato del bilanciamento. Così
facendo, stimava l’Aeeg, sull’energia
Cip6 ceduta nel 2012 si
risparmierebbero 500 milioni di
oneri in bolletta. Il ministero però
ha deciso di mantenere il vecchio
criterio di calcolo anche se
fuori mercato, per poi eventualmente
cambiare nel 2013.
A una richiesta di commento, i
tecnici del ministero replicano
che il Mise ha già in parte tagliato
il Cec con un decreto di novembre
(che però prevede deroghe).
Che i maggiori cambiamenti
del mercato sono arrivati
solo nel 2012. E che, in generale,
“un taglio retroattivo sarebbe
stato scorretto: gli operatori
avevano già chiuso gli acquisti
del combustibile. Dal 2013 arriverà
un cambiamento nel senso
indicato dall'Autorità, con una
fase di transizione”.
SARÀ, ma dov’è il problema-retroattività
se spesso acquirente e
venditore del combustibile sono
lo stesso soggetto? Secondo una
ricognizione dell’Autorità a novembre,
già nell’estate 2011 le
industrie acquistavano il gas per
l’anno successivo a un prezzo
sensibilmente inferiore alle formule
legate al greggio: circa 35
centesimi al metro cubo contro i
42 riconosciuti dal decreto Passera.
Segno che spazio almeno
per un ritocco c’era. Di sicuro gli
impianti Cip6 ringraziano. I
consumatori no.
Pontinia viale Italia un angolo per il pesce
http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/21/ vertenza acqualatina scontro tra sindacati http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/7/ nuovi guai per Zingaretti: la questione Sonia Ricci tra affari e politica http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/5/ la cellula dormiente del pd che nulla vede a Borgo Montello presenta l'esposto per via Bassianese http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/130523latina/index.html#/3/
Estrazioni offshore, la direttiva Ue è solo un primo passo
di Greenpeace | 22 maggio 2013 http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/estrazioni-offshore-direttiva-ue-e-solo-primo-passo/602602/
Più informazioni su: Artico, Direttiva Europea, Greenpeace, Mediterraneo, Offshore, Parlamento Europeo, Petrolio.
Con 572 voti a favore e 103 contrari, ieri il Parlamento europeo ha approvato la direttiva suilimiti alle perforazioni offshore in condizioni estreme. È solo il primo passo per proteggere ecosistemi fragilissimi come l’Artico e anche il nostro Mediterraneo sempre più assediato dalle trivelle.
La nuova direttiva, infatti, obbliga le compagnie petrolifere a garantire adeguati piani di emergenza nel caso di fuoriuscite di petrolio in condizioni difficili, come prolungata assenza di luce, ghiaccio o mare agitato, ovvero quando le procedure standard non possono essere utilizzate.
I Paesi Ue avranno due anni per recepire le regole relative ai nuovi impianti, mentre per quelli già operativi gli anni di tempo a disposizione sono cinque. Troppi. Soprattutto la direttiva è ancora debole e potrebbero esserci delle discrepanze nel modo in cui i diversi Paesi Ue implementeranno il loro regime di sicurezza. Altro limite è che i danni causati dalle perdite di petrolio alla comunità dei pescatori e al turismo locale non sono inclusi nella direttiva.
Ora i leader europei dovranno impegnarsi a recepire la direttiva europea nella maniera più “rigida” possibile e a lavorare per porre un bando alle trivellazioni offshore nelle acque artiche, dove un sistema di sicurezza in grado di contenere una fuoriuscita di petrolio non esiste.
Il Mediterraneo, invece, secondo il nostro Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) non è soggetto a “condizioni estreme”. Forse non sanno che nel dicembre 2011 onde alte dieci metri hanno causato la dispersione in mare di circa duecento fusti di rifiuti tossici al largo della Gorgona, nell’Arcipelago Toscano. E forse non sanno che il Canale di Sicilia, minacciato da decine di richieste di trivellazioni, ha una fama peggiore dell’Alto Tirreno presso marinai e pescatori.
Deve essere per questo – perché problemi non ce ne sono – che l’Italia non ha ancora recepito il Protocollo offshore della Convenzione di Barcellona. Il protocollo ci vincolerebbe all’uso dellemigliori pratiche possibili ma nei fatti avviene molto raramente. Tanto il mare da noi è sempre bello…
Sappiamo tutti che il petrolio sta finendo. Potremmo imparare a farne a meno (ad esempio rendendo i nostri trasporti sempre più efficienti) e, invece, le multinazionali petrolifere stanno provando ad aprire nuove frontiere dell’oro nero. Le stime sono che il petrolio dell’Artico equivale a un potenziale di 90 miliardi di barili di petrolio: un sacco di soldi per Shell, ENI e altre compagnie, ma solo tre anni di consumi petroliferi per il pianeta. Lo stesso per le trivellazioni offshore nel nostro Paese: tutto il petrolio che potremmo ricavarne non basterebbe all’Italia per due mesi. Ne vale la pena? Noi pensiamo di no: non possiamo lasciare che ciò accada!
Ilva, “la grande truffa dei Riva: ‘rubati’ 1,2 miliardi mentre l’inquinamento cresceva”
I cacciatori di evasori della Finanza, coordinati dalla Procura di Milano, hanno trovato nelle Jersey island e sequestrato un tesoro, depredato tra il 1996 e il 2006 dalle casse aziendali. Soldi finiti nei conti dei fratelli Riva e nelle loro società
di Giovanna Trinchella | 22 maggio 2013 http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/ilva-grande-truffa-dei-riva-rubati-12-miliardi-mentre-linquinamento-uccideva/602689/

Più informazioni su: Disastro Ambientale, Emilio Riva, Frode Fiscale, Gruppo Riva, Ilva,Riciclaggio, Scudo Fiscale, Truffa Aggravata.
Tanti soldi, un miliardo e 100 milioni di euro, investiti per la salvaguardia ambientale in 17 anni e altrettanti, anzi qualcosa di più, un miliardo e 200 milioni “rubati”, trasferiti all’estero e poi scudati a partire dal 2009. E’ l’ultimo paradosso che viene fuori dalle “ciminiere” dell‘Ilva di Taranto. I cacciatori di evasori della Finanza, coordinati dalla Procura di Milano, hanno trovato nelle Jersey island e sequestrato un tesoro, depredato tra il 1996 e il 2006 dalle casse aziendali mentrel’inquinamento della zona cominciava a colpire. A leggere i bilanci dell’Ilva nel corso della gestione Riva sono stati investiti totale di 6,1 miliardi di euro investiti di cui 1,1 appunti destinati a tutelare il territorio dalle scorie e dall’inquinamento. A leggere invece le carte della nuova indagine – per frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato - contemporaneamente un mucchio di denaro veniva “drenato” e che invece di finire in un paradiso fiscale, sarebbero potutti essere reinvestiti per rimediare agli effetti dell’impianto sui terreni e acque, al centro di una inchiesta della Procura di Taranto per disastro ambientale iniziata nel luglio scorso e che è proseguitaarrivando fino alla Corte Costituzionale.
Negli anni che vanno dal 2009 al 2012 l’azienda di Taranto ha perso 1,1 miliardi di euro, cifra poco meno inferiore di quella su cui ha messo i sigilli il pool del dipartimento reati finanziari, coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Sono quei soldi “persi” quelli ritrovati dai detective delle Fiamme Gialle?
Secondo la ricostruzione dei pm, Mauro Clerici e Stefano Civardi, i soldi ritrovati sono stati drenati dalla società “Fire Finanziaria” spa, trasformata in “Riva Acciaio” e poi in “Fire Finanziaria”. Il denaro è stato quindi trasferito a società di partecipazione estere e offshore grazie a tre operazioni di cessioni di partecipazioni industriali (1995, 1997 e 2003-2006 ) “tutte conseguenti all’acquisizione dall’Iri dell’Ilva spa e quindi – si legge nelle carte dell’inchiesta – fittiziamente intestato a otto trust al fine di agervolarne il riciclaggio e il reimpiego”. Soldi rubati quindi e poi rientrati in Italia grazie alloscudo fiscale; il “settlor” (ovvero colui che dispone dei beni) degli otto trust – quattro con nomi di costellazioni Orio Sirius Venus e Antares (istituiti nel 1997) – era Adriano Riva, classe 1931, fratello di Emilio il patron ormai 87enne, già ai domiciliari per l’inchiesta pugliese. Entrambi sono indagati per truffa e interposizioni fittizia. Adriano, in verità, non avrebbe potuto usufruire dello scudo perché cittadino canadese. Ed è così che entrano nella storia giudiziaria anche due commercialisti, indagati per riciclaggio, che hanno fatto in modo che risultasse settlor il solo Emilio. I soldi scudati sono poi finiti su conti bancari, per sottoscrizioni di prestiti obbligazionari della Riva Fire (60 milioni) e anche per sottoscrivere prestito obbligazionario emesso da Alitalia per 16 milioni.
Secondo gli inquirenti i trust “maturavano significative plusvalenze all’estero in paesi a fiscalità privilegiata per la cessione di pacchetti azionati che fondavano il loro valore nella partecipazione a società del gruppo Riva … Costanti di tutte le operazioni sono: la cessione, tramite articolate schermature, di partecipazioni derivate dall’acquisto Ilva dall’Iri”, naturalmente “le cessioni si consumavano fra ricorrenti controparti, da un lato la holding italiana dall’altro società di diritto estero dietro le quali si nascondevano sempre i fratelli Riva; i prezzi delle cessioni erano artificiosi e funzionali a frodare, spostando liquidità dalla holding alle persone fisiche, dall’Italia all’estero”.
C’è chi già pensa che i soldi sequestrati a questo punto potranno essere utilizzati per ripulire l’ambiente dai veleni, in una zona dove si registra un innalzamento delle percentuali di persone che si ammalano di tumore. “Il sequestro dei beni della famiglia Riva – dice il presidente dei VerdiAngelo Bonelli – è una notizia importantissima per Taranto perché quelle risorse rappresentano la garanzia che le bonifiche potranno partire davvero”.
mercoledì 22 maggio 2013
ciao don Andrea Gallo un prete Cristiano che viveva il Vangelo
Il sacerdote si è spento a 84 anni a Genova, nella sua Comunità di San Benedetto al Porto (leggi http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/don-gallo-morto-se-ne-va-prete-di-strada-nella-sua-genova/602594/)
Sigaro, basco, voce roca. L'iconografia di un Che Guevara anziano con la tonaca. Il sacerdote genovese ha speso la sua vita in rotta con le gerarchie ecclesiastiche. Nel 1970 fu il cardinale Siri a "licenziarlo" perché troppo di sinistra: da allora restò senza parrocchia, ma con tenti fedeli. Tra loro, Fabrizio De Andrè. Mai restio a "sporcarsi le mani" in politica, ha sostenuto Doria e Vendola, mentre avrebbe visto bene Berlusconi "in Africa". E a Grillo disse: "Non fare il padreterno"
Giornata Mondiale della Biodiversità. "Più rispetti per i bacini pontini"
Natura: a rischio di estinzione in Italia 355 specie. Mercoledì sarà presentato lo studio
Biodiversità: ministero dell’Ambiente e Federparchi illustreranno a Roma le "liste rosse" di animali e vegetali in pericolo.
Sono 161 le specie di animali vertebrati e 194 le varietà vegetali a rischio di estinzione in Italia: lo affermano le due Liste Rosse nazionali delle specie a rischio estinzione. I due volumi realizzati dal ministero dell’Ambiente e da Federparchi nell’ambito della Iucn (Conservazione mondiale per la conservazione della natura), verranno presentati a Roma il 22 maggio dalle 9,30 alle 14 nella sala-convegni del palazzetto delle Carte Geografiche, via Napoli 36, in occasione della Giornata mondiale della biodiversità e della Settimana europea dei parchi.
Che cosa sono le liste Liste Rosse? Rappresentano la valutazione del rischio di estinzione e sono stati valutati pesci d'acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei (squali e razze) e flora. La valutazione del rischio di estinzione è basata su categorie, criteri e linee guida aggiornate periodicamente (www.redlist.org). Le valutazioni vengono effettuate tramite workshop tematici con gruppi di esperti delle diverse specie e aree del territorio nazionale, e revisionate criticamente sia nei contenuti sia nell'applicazione del protocollo secondo le linee guida.
L'appuntamento del 22 maggio per il ministero dell'Ambiente s'inserisce nella più ampia cornice del rapporto di collaborazione con Federparchi, che ha posto una serie di obiettivi comuni per la valorizzazione delle aree protette e della biodiversità. Secondo il presidente di Federparchi-Europarc Italia, Giampiero Sammuri, "è stato svolto un lavoro straordinario. Le caratteristiche geografiche, climatiche e storiche dell’Italia hanno consentito nel tempo l’insediamento e la permanenza di una variegata e ricca biodiversità, inclusa una gran varietà di specie endemiche e ambienti e paesaggi esclusivi. Questa ricchezza è riconosciuta a livello mondiale. Ecco perché abbiamo la responsabilità di monitorare e salvaguardare questo capitale naturale dalle tante minacce che si profilano. Le pubblicazioni con le Liste Rosse ci dicono quali e quante specie animali e vegetali rischiano di scomparire e soprattutto quali sono le cause che possono determinare i fattori di rischio”.
Il comitato Iucn Italia fa parte dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, la più antica organizzazione mondiale per la difesa dell’ambiente. L’autorità nazionale dell’Iucn in Italia è il ministero dell’Ambiente, mentre Federparchi è socio e gestisce per statuto la segreteria. Tutto il materiale relativo agli animali e alle piante sarà disponibile sul sito www.iucn.it dal 22 maggio.
Per saperne di più: la Lista Rossa delle specie animali
E’ stato preso in esame e valutato il rischio di estinzione delle specie di vertebrati in Italia, tutti i terrestri e un gruppo di vertebrati marini; poi è stata creata una base di riferimento utile in futuro a valutare la tendenza dello stato di conservazione della biodiversità in Italia. Sono state incluse nella valutazione tutte le specie di pesci d'acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi e pesci cartilaginei, native o possibilmente native in Italia, nonché quelle naturalizzate in Italia in tempi preistorici. Le specie di uccelli presenti ma non nidificanti in Italia (svernanti, migratori) non sono state valutate.
Per le specie terrestri e di acqua dolce è stata valutata l'intera popolazione nel suo areale italiano (Italia peninsulare, isole maggiori e, dove rilevante, isole minori). Per le specie marine è stata considerata un'area di interesse più ampia delle acque territoriali.
Delle 672 specie di vertebrati valutate in questa ricerca (576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte nella regione in tempi recenti. Le specie minacciate di estinzione sono 161 in totale (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate. Il 50% circa delle specie di vertebrati italiani non è a rischio di estinzione imminente.
Complessivamente le popolazioni dei vertebrati Italiani sono in declino, più marcato in ambiente marino che terrestre. Le conoscenze sul rischio di estinzione e le tendenze demografiche sono più carenti in ambiente marino.
In ambiente terrestre le principali minacce ai vertebrati italiani sono la perdita di habitat e l'inquinamento. Il numero di specie minacciate dal prelievo e dalla persecuzione diretta è piuttosto ridotto. La principale minaccia rilevata in ambiente marino è la mortalità accidentale, ma questo dipende dal fatto che le specie qui valutate (squali, razze e chimere) hanno scarso interesse commerciale.
Per saperne di più: la Lista Rossa della flora
L’Italia, che si trova al centro del bacino del Mediterraneo, è una delle aree più importanti di biodiversità nel mondo e possiede una flora molto ricca in specie, molte delle quali endemiche. In alcune porzioni della penisola la percentuale di varietà tipiche raggiunge valori compresi tra il 13% ed il 20%.
La biodiversità vegetale mediterranea è però fortemente minacciata da cambiamenti ambientali provocati dalle attuali dinamiche socio-economiche e di utilizzo del suolo. L’Italia, in questo contesto non fa eccezione e molte delle sue specie necessitano di misure di conservazione per evitare un impoverimento di biodiversità con ripercussioni su scala mondiale.
Il lavoro presentato nelle 64 pagine che verranno presentate il 22 maggio è il risultato di un progetto iniziato nel 2012, finanziato dal ministero dell’Ambiente e realizzato dalla Società botanica italiana, che ha coordinato oltre 200 botanici di tutto il Paese.
Il risultato finale è una lista rossa parziale della flora d’Italia, che include tutte le 197 "policy species" italiane, specie inserite negli allegati della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e della Convenzione di Berna, entrambe ratificate dal Governo Italiano e di fatto costituenti leggi nazionali. Un secondo contingente di specie, che include vascolari, licheni, briofite e funghi, tra le più minacciate d’Italia, o endemiche, è stato anch’esso valutato attraverso i criteri Iucn, definendo così le categorie di minaccia in cui ricadono.
Le principali minacce alla biodiversità vegetale in Italia sono rappresentate dall’urbanizzazione selvaggia (abusivismo edilizio), dallo sviluppo di infrastrutture, dall’allevamento intensivo e dal turismo. Problemi si manifestano anche nelle aree protette a causa dello sviluppo non oculato di infrastrutture e della mancanza di adeguati controlli.
iornata Mondiale della Biodiversità. "Più rispetti per i bacini pontini". http://studio93.it/news/read_news.php?news=61575&category=6
21-05-2013
Tra i 74 bacini della Provincia di Latina maggiore attenzione viene riposta in quelli che ricadono nella piana di Fondi, nel Parco del Circeo e i laghi Gricilli, Lungo e San Puoto .
Ricorre questo mercoledì la Giornata Mondiale della Biodiversità. Anche nel Lazio il WWF evidenzia ancora una volta la necessità di affrontare rapidamente e con maggiore efficacia le criticità che minacciano la biodiversità laziale, in particolare quella collegata agli ambienti acquatici per la quale ben poco si sta facendo. In questo 2013, Anno Internazionale della Cooperazione Idrica, il tema della Giornata è "Acqua e Biodiversità", nel contesto anche del Decennio Internazionale per l'Azione "WATER FOR LIFE" (Acqua per la vita - dal 2005 al 2015).
"Quello del Lazio è un patrimonio di biodiversità insostituibile - dichiara Vanessa Ranieri Presidente del WWF Lazio - per questo auspichiamo che al più presto venga codificato in Costituzione il riconoscimento del valore "Ambiente" affinché sia finalmente tutelato con norme rigorose e con la previsione dei reati contro la biodiversità come delitti e non solo come contravvenzioni". E' inoltre urgente sul territorio della nostra regione arrivare in breve tempo ad una effettiva tutela dei bacini idrici: tra questi sotto stretto controllo anche i 74 bacini localizzati in provincia di Latina. Tra questi maggiore attenzione viene riposta in quelli che ricadono nella piana di Fondi, nel Parco del Circeo e i laghi Gricilli, Lungo e San Puoto .
Infatti, nonostante nella nostra regione sia ancora presente una natura di grande rilievo, il fronte delle minacce avanza sempre di più, tanto che, proprio oggi e proprio sotto gli occhi di tutti noi, molti luoghi importanti per la biodiversità sono sul punto di essere trasformati per sempre in assenza di politiche sostenibili di governo del territorio in grado di evitarlo.
(ALCUNI ESEMPI PIU' SOTTO NELLA SEZIONE CRITICITA')
"La Regione Lazio non è una regione qualunque - dichiara Fulco Pratesi Presidente Onorario del WWF Italia - Grandi e stupendi laghi vulcanici, un arcipelago di grande bellezza, montagne appenniniche che superano i 2000 metri, foreste planiziarie, paludi e laghi costieri unici in Italia, falesie marine e lunghe spiagge con dune rivestite di macchia mediterranea, montagne calcaree con vasti paesaggi di pascoli e boschi ricchi di fauna. Due Aree Marine Protette e tre Parchi Nazionali che conservano ambienti rari e una fauna preziosa che va dall'orso marsicano al camoscio, dal lupo appenninico all'avvoltoio grifone. Basterebbero queste caratteristiche, pur trascurando i tesori di arte, di storia e di tradizioni di cui il Lazio è ricchissimo, per avvalorare il suo primato tra le regioni italiane".
"Quello del Lazio è un patrimonio di biodiversità insostituibile - dichiara Vanessa Ranieri Presidente del WWF Lazio - per questo auspichiamo che al più presto venga codificato in Costituzione il riconoscimento del valore "Ambiente" affinché sia finalmente tutelato con norme rigorose e con la previsione dei reati contro la biodiversità come delitti e non solo come contravvenzioni. E' necessario che al più presto la Regione Lazio ponga all'approvazione dell'aula una legge sulla biodiversità che possa essere di esempio alle altre Regioni, in termini di certezza di diritto e tutela delle specie e degli habitat".
E' dunque necessario per il WWF Lazio procedere alla redazione di un Piano Strategico regionale per la biodiversità nel quale dovranno essere definite le migliori forme integrate e coordinate di governo e controllo del territorio regionale che garantiscano la conservazione e la tutela della biodiversità regionale riconoscendo il valore intrinseco che la biodiversità detiene.
A tal fine gli obiettivi di conservazione dovranno presupporre, da parte delle amministrazioni competenti, la piena attuazione degli strumenti di pianificazione esistenti nonché fare in modo che le politiche economiche ed i processi decisionali siano sempre più volti ad un uso sostenibile delle risorse naturali. In questo percorso assume particolare rilievo la piena attuazione degli strumenti di pianificazione territoriale, in particolare del Piano paesistico regionale.
E' necessario e non più rinviabile riuscire a strutturare una strategia concertata e condivisa per puntare alla conservazione delle aree prioritarie (nel Lazio 182 SIC - Siti di Importanza Comunitaria, 39 ZPS - Zone di Protezione Speciale e 5 zone umide di importanza internazionale), garantendo tra queste aree una efficace e reale connettività.
Oggi il sistema delle aree protette, sebbene interessi una superficie pari al 13% del territorio regionale, non è adeguatamente gestito e finanziato e pertanto non riesce a presentarsi come laboratorio di buone pratiche gestionali e di diffusione del valore della biodiversità. La gestione del sistema delle aree protette deve essere ottimizzata per renderla coerente con la tutela dei valori di biodiversità. In particolare, occorre giungere alla definizione del Piano Regionale delle Aree Naturali Protette e dare attuazione alle forme di pianificazione delle singole aree protette previste dalla L.R. n.29/97.
E' inoltre urgente sul territorio della nostra regione arrivare in breve tempo ad una effettiva tutela dei bacini idrici (provincia di Viterbo: n.76; provincia di Roma: n.118; provincia di Rieti: n.42; provincia di Latina: n.74; provincia di Frosinone: n.90) e a tutele mirate delle specie migratrici e dei loro habitat di sosta.
Vanno inoltre maggiormente protetti gli ecosistemi insulari, anche attraverso un ripensamento generale rispetto a quei flussi turistici che determinano forti impatti ambientali. Impatti che si ripercuotono inevitabilmente nei confronti dei consumi idrici, nella produzione dei rifiuti, nelle emissioni di inquinanti nonché nel consumo di suolo indotto dall'edificazione, sovente illegale, e dall'infrastrutturazione. Si pensi, a tal proposito, alla portualità che contribuisce al deterioramento degli habitat costieri, nonché al traffico aereo.
PROVINCIA DI ROMA
PALUDE DI TORRE FLAVIA
E' una piccola area protetta di grande interesse naturalistico che si trova lungo la costa tirrenica, nei pressi di Ladispoli, rinomata e preziosa meta di uccelli migratori.
Oggi purtroppo l'integrità dell'area protetta è fortemente minacciata soprattutto a causa dell'erosione costiera a cui si aggiunge la recente costruzione di barriere artificiali (pennelli a mare) che ha contribuito a ridurre la duna. Le mareggiate dello scorso inverno hanno poi definitivamente distrutto un tratto di duna e ora le acque della laguna interna stanno fuoriuscendo dalla palude mettendo a rischio il prezioso ecosistema che ne ha determinato la tutela.
AGRO ROMANO
STOP AL CONSUMO DI SUOLO
Troppi ancora i progetti edilizi relativi a nuove costruzioni che gravano sugli ultimi lembi di Agro Romano. E' invece necessario tutelare con rigore questa preziosa testimonianza del passato che ancora conserva elementi importanti di biodiversità sia faunistica che vegetale.
Ulteriore cemento su questi territori che cingono Roma significherebbe condannare definitivamente una Capitale vissuta quotidianamente da milioni di persone e che da decenni soffre per l'inquinamento e per la mancanza di una gestione adeguata degli spazi verdi esistenti e di una progettazione razionale di quelli nuovi.
TUTELA DEI FOSSI
I fossi dell'Agro Romano sono fondamentali corridoi ecologici in ambito agricolo e urbano per numerose specie animali e vegetali. Negli ultimi anni molti di questi fossi sono stati deviati o addirittura "intubati" anche per lunghi tratti proprio perché di ostacolo alla realizzazione di strade e palazzi (Solo nel Quadrante di Roma Sud, casi emblematici di una rete ecologica rimasta solo sulla carta sono quelli del Fosso di Tor Carbone/Grottaperfetta e del Fosso della Cecchignola)
Per ristabilire il giusto equilibrio ai fini di tutela della biodiversità dell'Agro Romano occorre, prioritariamente, valutare in dettaglio lo stato di inquinamento delle acque e dove necessario rimuovere le cause che determinano una qualità non adeguata.
Occorre poi rafforzare la tutela ambientale del reticolo idrografico minore, che sfugge facilmente ad ogni controllo e non risulta essere sottoposto alla normativa di tutela paesistica; in questi micro-ambienti, spesso la biodiversità è molto più ricca di quanto ci si possa aspettare. (Ad es. il reticolo idrografico della Bonifica di Campo Selva, a Torvajanica-Pomezia). Pertanto risulta fondamentale il contributo positivo da parte dei consorzi di bonifica perché passino finalmente da una gestione meramente idraulica ad una più evoluta, che miri anche al ripristino degli ecosistemi ripariali e paludosi, utilizzando tecniche di ecologia applicata nella prassi ordinaria (come esempi di riferimento possiamo avere il manuale del WWF Italia / il consorzio bonifica Muzza Bassa Lodigiana)
PROVINCIA DI FROSINONE
Gole del fiume Melfa: mantenimento del deflusso minimo vitale, bonifica delle discariche abusive, riqualificazione delle strutture presenti per un utilizzo turistico, didattico e sportivo compatibile.
Lago di Posta Fibreno: eliminazione delle cause che stanno determinando l'estinzione delle specie ittiche endemiche e tipiche del lago (Carpione del Fibreno, Trota macrostigma), quali la pesca, gli scarichi fognari, il taglio della vegetazione acquatica, ecc.
Lago di Canterno: riduzione dell'inquinamento delle acque emesse dal depuratore di Fiuggi, riqualificazione delle sponde del lago, limitazione del disturbo antropico, regolamentazione della pesca sportiva, creazione di aree a tutela integrale.
Fiumi Sacco e Liri: eliminazione degli scarichi abusivi; depurazione efficace dei reflui urbani e industriali; rinaturalizzazione delle fasce spondali e corretta manutenzione delle stesse; bonifica delle discariche perifluviali; recupero della continuità in corrispondenza degli sbarramenti artificiali; regolamentazione degli usi del lago di Isoletta.
Torrenti montani: mantenimento del deflusso idrico limitando la diffusione delle derivazioni idroelettriche e della captazione delle sorgenti per usi idropotabili (migliorare, di contro, lo stato delle condutture di distribuzione).
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