domenica 13 ottobre 2013
Greenpeace: Cristian D’Alessandro raccontato dalla madre arrestato in Russia per manifestazioni contro inquinamento
“Sono in cella con due russi,
così almeno imparo la lingua”
di Elisabetta Reguitti
inviata a Napoli
Raffaela Ruggiero
D’Alessandro si
definisce una pirata
del web . Le
sue scorribande iniziano ogni
giorno dopo il lavoro, quando
torna a casa e deve fare i
conti con il tempo che non
passa mai aspettando il ritorno
del figlio Cristian, l’i n g egnere
biotecnologo attivista
di Greenpeace detenuto in
Russia dal 18 settembre dopo
il blitz contro la piattaforma
petrolifera del colosso G a zprom
a bordo della nave Ar tic
Sunrise battente bandiera
olandese “Di sera mi addormento
davanti al video cercando
notizie, post oppure
tweet che riconducano a mio
figlio e ai suoi compagni.
Qualsiasi frase lanciata nella
rete per me diventa un’a n c ora
di salvezza”.
Domani alle 7 e 30 ora italiana
nella cittadina di M u rmansk,
estremo nord della
Russia, è fissata l’udienza per
esaminare il ricorso contro
l’arresto del 31enne e di altre
29 persone avvenuto in acque
internazionali.
È fiduciosa?
Non ci aspettiamo molto. I
giudici hanno già respinto la
stessa istanza di scarcerazione
presentata da due inglesi
che così rimarranno in carcere
fino al 24 novembre.
Cosa le fa più paura?
Il tempo che passa e il silenzio
che può calare su questa vicenda
che non è solo la storia
personale di nostro figlio ma
quella di un cittadino italiano.
Siamo spaventati, ma non
siamo disperati perché Cristian
al posto nostro non l’avrebbe
buttata sull’angoscia e
noi vogliamo essere alla sua
altezza. Tuttavia temo che
con il passare dei giorni le sue
condizioni peggiorino visto
che ci risulta che altre ragazze
stiano male. Ho anche avuto
paura perché nelweb non ho
visto nessuna immagine di
Cristian nemmeno dopo l’a rresto
a esempio mentre scendevano
dal blindato. Fino a
quando il console non ci ha
parlato di lui ho creduto che
fosse morto.
Chi l’ha avvertita di ciò che
era accaduto?
Nessuno. Via mail Cristian
mi aveva scritto che avevano
già fatto un primo tentativo.
Che fosse successo qualcosa
l’ho immaginato leggendo un
messaggio di non so chi che
diceva “questo credo sia il
mio ultimo tweet si stanno
calando con le corde”. Venerdì
19 ho appreso la notizia da
Rai news 24 poi siamo stati avvertiti
da Greenpeace e lunedi
abbiamo deciso di scrivere
alla Farnesina.
A proposito di scrittura lei ha
inviato molti appelli.
Mi sono rivolta alle persone
di cui ho stima. L’ultimo in
ordine temporale è stato il
maestro Dario Fo. Gli ho detto
che metto mio figlio nelle
sue mani. Ho scritto due volte
al presidente della Repubblica
perché prima della lettera
aperta ripresa dai quotidiani
io e mio marito ci siamo
indirizzati a lui con una
mail riservata. Nessuno ha risposto.
Perfino il Papa risponde…
Capisco quanto in questo
momento la vita di mio figlio
non sia prioritaria rispetto alle
questioni politiche, ma è
pur sempre un cittadino italiano.
Forse chi doveva consegnare
a Napolitano la nostra
lettera non l’ha fatto.
Lei lavora in una municipalità
di Napoli, suo marito è avvocato.
Cristian poteva avere il
futuro quasi assicurato nello
studio del padre…
Le spiego chi è mio figlio con
una sua frase che mi ha detto
durante una telefonata fatta
dopo il suo arresto: “Sono in
cella con due russi, così imparo
la lingua”. Cristian è determinato,
ha una grande forza
d’animo perché vive con
coerenza secondo i suoi ideali
di ambientalista e pacifista.
Li hanno accusati di detenere
armi.
Una questione che non considero
neppure. Io conosco
bene mio figlio.
Se si è iniziato a sentir parlare
dell’arresto è anche merito
della petizione lanciata
su Change.org inondata di firme…
Questa partecipazione di cittadini
ci ha fatto sentire meno
soli così come in piccolo
ha fatto la raccolta firme lanciata
sul sito del comune di
Napoli. Una sera ho scritto
una mail a mia figlia in cui
parlavo del rapporto con i
mezzi di comunicazione. Chi
non è in grado di avvicinarli
ponn pur morì (può pure morire).
Voi però avete scelto un profilo
molto riservato.
I giornali e le televisioni ci subissano
di telefonate e di richieste
che molto spesso rifiutiamo.
Perc hé?
Preferiamo scegliere gli interlocutori
nella speranza che
le nostre parole arrivino a chi
può fare qualcosa per Cristian.
Che dovrei fare? Passare
le mie giornate rimbalzando
di trasmissione in trasmissione
ripetendo sempre
la stessa cosa? Nessuno avrà
le mie lacrime di mamma.
e. reguitti@ ilfattoquotidiano. it
Il Fatto quotidiano 13 ottobre 2013
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