domenica 13 ottobre 2013
generazione Greenpeace Giovani ecologisti d’assalto crescono: come far funzionare navi in difesa ambiente
di Alessio Schiesari
Il mio lavoro è fare funzionare la nave:
levare la ruggine, controllare
che le porte funzionino e occuparmi
della sicurezza dei passeggeri”. Amrit
Bakshi ha 27 anni, è laureato in Scienze
ambientali e di mestiere ha scelto di
fare il mozzo a bordo delle navi di
Greenpeace, come Cristian D’Alessandro.
Ha cominciato con Greenpeace
quando aveva 18 anni, perché “l’ecologia
ce l’ho sempre avuta dentro” e
“perché la loro sede era vicino al campus”.
“Convincevo l’Università a usare
energie rinnovabili”. Così, quando
mi sono laureato, mi hanno offerto un
lavoro. “Ho fatto il coordinatore logistico
e mi pagavano, ma dopo un anno
mi sono licenziato. Volevo salpare
e fare attivismo in mare”. Ha cominciato
nel 2008 come volontario: ora sono
cinque anni che vive su una nave 7
mesi su 12, per uno stipendio di 500
euro. Quello che ha studiato non lo
usa a bordo: “Faccio un lavoro fisico,
pesante. Ma ho studiato Scienze ambientali
perché amo la natura, non potrei
fare un lavoro migliore. Anzi, una
vita migliore: ho visto quattro continenti,
25 Paesi e 3 oceani”.
OGNI MATTINA sveglia alle 7, colazione,
poi 4 ore di lavoro, cominciando
dalle pulizie. Pranzo a mezzogiorno e
via a scartavetrare e fissare bulloni fino
alle 6, quando si cena. “Poi si sta insieme
agli altri attivisti, si parla, si gioca
a ping pong, si scherza. Cristian lo
prendevo in giro perché è basso, e perché
parla con le mani, come fate voi
italiani. Però prepara una pizza squisita”.
Amrit e Cristian hanno lavorato
gomito a gomito sulla Esperanza , una
delle tre navi di Greenpeace. “Ho parlato
con lui l’ultima volta un paio di
settimane prima che partisse per l’Ar -
tico, era entusiasta”.
Anche Rebecca Borraccini conosceva
Cristian. Trent’anni, nata al Lido di
Camaiore è laureata in giornalismo.
“Ho anche fatto la cooperante in Africa,
ma Greenpeace è un’altra cosa. E
poi anche mio padre è un sostenitore
fin dagli anni 80”. Oggi lavora all’uf -
ficio di Istanbul, “ma continuo a essere
un’attivista: sto imparando a fare la
climber”, una di quelle che scala gli edifici
per mostrare al mondo i banner dell’Ong.
L’anno scorso anche lei è salpata
su una nave: “Volo fino a Mosca e poi a
Murmansk, tutto a mie spese. Lì sono
salita a bordo dell’Arctic Sunrise e abbiamo
approcciato la Prirazlomnaya,
la piattaforma Gazprom. Lo stesso
viaggio di Cristian e degli altri 29. Ne
conosco tanti di quelli che sono in carcere:
Gizem che è turca, Sini la climber
finlandese, Ian che fa il macchinista e
Denis, il fotografo freelance e un meccanico
neozelandese”. Anche noi abbiamo
avuto problemi, soprattutto con
i tecnici Gazprom, “erano ostili, hanno
attaccato i nostri climber con degli
idranti che sparavano acqua gelata:
non è il massimo mentre uno è in quota,
ma non è nulla rispetto a quello che
hanno fatto quest’anno”.
Una che ne sa qualcosa di stare in quota
è Liesbeth Deddens, olandese di 32
anni. In questi giorni è a Finale Ligure
per allenarsi: lei per Greenpeace fa le
arrampicate, quelle impossibili. “A 22
anni facevo scalate, mountain bike e
amavo la natura: per questo sono diventata
un’attivista”.
QUEST’ESTATE è salita fino in cima
allo Shard di Londra, con i suoi 310 metri
l’edificio più alto d’Europa. “Green -
peace ha mandato una mail a tutti gli
scalatori dell’organizzazione che diceva
solo: ‘cerchiamo qualcuno che non
abbia paura dell’altezza’. Nient’altro.
Quando ho capito che avrei dovuto
scalare lo Shard un po’ di ansia mi è
venuta. Ma mi sono allenata, e ce l’ho
fatta”. Non è un’attivista a tempo pieno
però: “Lavoro in un ufficio di comunicazione.
Dell’attivismo non potrei
farne una professione”. Perché no?
“Eh, la paura”. Non dell’altezza, ma
“del carcere, ci sono già finita sei volte
per le mie arrampicate”.
John Bowler non sale sugli edifici, ma è
sceso fino a 200 miglia dalle coste dell’Antartide
per inseguire le baleniere
giapponesi. “C’ho fatto il Natale laggiù.
Ero il capo spedizione: quando avvistavamo
una baleniera ero io a decidere
se approcciarla o no. Una volta si
sono messi a speronarci in mezzo all’Oceano.
Non è una cosa che si dimentica”.
Irlandese, con i suoi 61 anni
è uno dei veterani dell’organizzazione.
“Sono entrato nel 1987, al tempo era
tutto più difficile: non c’era coscienza
ambientale e la gente ci vedeva come
dei matti”. Nucleare, riscaldamento
globale, trivellazione, foresta pluviale e
balene: le grandi campagne di Greenpeace
le ha vissute tutte da protagonista.
“Perché ho scelto questa vita?
Per molto tempo il mondo non voleva
sentire parlare dei problemi ambientali.
Noi siamo quelli che danno voce
alla natura, e abbiamo imparato a farci
ascoltare”. Il fatto quotidiano 13 ottobre 2013
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