domenica 13 ottobre 2013
Tagli e niente Imu, il crac dei Comuni è un default a rate con il dissesto preannunciato?
DA MILANO A ROMA, A PALERMO: IL DISSESTO NON È SOLO COLPA DEI SINDACI. I GOVERNI MONTI
E LETTA HANNO RIDOTTO I FONDI E ORA TOCCA ALLE AMMINISTRAZIONI ELIMINARE SERVIZI
CHE NON SANNO COME PAGARE. ABOLIRE LA TASSA SULLA PRIMA CASA HA INNESCATO IL CAO S
Stefano Feltri AMilano il buco è di 500 milioni.
A Roma di 864, a Napoli di 861,
a Catania di 528 milioni. E questo
per stare soltanto ai casi più
noti, ricordati qualche giorno
fa dal Sole 24 Ore. Ma ce ne sono
mille altri, mezza Sicilia è praticamente in default,
Taormina, per esempio, sta per crollare sotto il
peso di 50 milioni di euro di debiti. Che cosa sta
succedendo? La spiegazione più classica sarebbe
la più semplice e, tutto sommato, rassicurante:
tutta colpa dei sindaci spendaccioni, come nel caso
di Alessandria, dove da oltre un anno i commissari
liquidatori gestiscono le conseguenze del
dissesto (il sindaco Piercarlo Fabbio, Pdl, usava le
casse comunali per acquisti come quello di un tartufo
da 12 mila euro da donare a Silvio Berlusconi).
Purtroppo il fenomeno è più inquietante.
Mentre lo spread calava, i governi Monti e Letta
annunciavano la fine dell’emergenza, con l’Italia
finalmente lontana dal rischio bancarotta, la crisi
di finanza pubblica si è spostata a livello locale: i
Comuni sono stati immolati per dare una parvenza
di solidità alla Repubblica italiana e per
concedere a Silvio Berlusconi e al suo Pdl il contentino
della abolizione (per ora solo della prima
rata) dell’Imu sulla prima casa. Il groviglio di norme
è ostico, ma la sintesi è lampante: i servizi dei
Comuni – asili, assistenza sociale, trasporti – era -
no finanziati in gran parte da trasferimenti dal
governo centrale di Roma, soldi che ora non arrivano
più. E i sindaci devono decidere se cancellare
i servizi o andare incontro alla bancarotta
spendendo soldi che non hanno, emettendo fatture
che non salderanno mai. In teoria, un Comune
può spendere soltanto i soldi che ha in cassa,
non emette debito pubblico. Ma il 2013 è un
anno particolare: siamo a metà ottobre e i Comuni
italiani ancora non hanno approvato il bilancio
di previsione per l’anno in corso che doveva
essere pronto a fine 2012. Non l’hanno fatto
perché il governo continua a cambiare le regole e
a tagliare fondi, quindi i sindaci non sanno quanti
soldi hanno a disposizione per il 2013. Come hanno
superato, quindi, questi dieci mesi? Hanno lavorato
“in dodicesimi”, ogni mese spendono un
dodicesimo della spesa complessiva del 2012.
Peccato che – quasi sempre – le risorse del 2013
saranno inferiori a quelle dello scorso anno, ma
visto che ancora non è chiaro di quanto, i comuni
continuano a spendere. Tradotto: stanno spendendo
soldi che non esistono, sono le basi per la
bancarotta. E gli 864 milioni di euro di buco che il
Comune di Roma non sa come coprire, sono do-
vuti in parte anche a questa condizione di precarietà
contabile. “I Comuni italiani vanno aiutati
perché non ce la fanno più a sopravvivere”, diceva
in aprile la presidente della Camera Laura Boldrini.
Il federalismo incompiuto
alla base del disastro
Questo enorme pasticcio ha tanti padri, dal centrosinistra
che negli anni Novanta ha fatto una
riforma costituzionale federalista confusa, fino al
governo Berlusconi che, spinto dalla Lega, ha imposto
un federalismo fiscale lasciato a metà. Ma i
problemi seri cominciano con i tagli delle manovre
di austerità di Mario Monti. Un passo indietro:
lo scopo del federalismo fiscale era azzerare
i trasferimenti dallo Stato centrale ai comuni
e dare loro l’autonomia di imporre tributi in misura
equivalente, nella convinzione che sindaci
più responsabilizzati sarebbero stati molto attenti
a spendere bene e a tenere basso il livello di pressione
fiscale oppure non sarebbero stati rieletti.
Ma un comune come Cortina d’Ampezzo è pieno
di seconde case che generano gettito e deve offrire
pochi servizi, perché i turisti ad alto reddito hanno
poche esigenze. Al contrario, Napoli ha poche
opportunità di fare cassa e deve garantire servizi a
centinaia di migliaia di persone a basso reddito
che non pagano imposte. Quindi serve comunque
un intervento dal centro che sposti risorse dai
comuni che hanno molti soldi e poche esigenze a
quelli bisognosi. La legge sul federalismo del 2009
prevede quindi questo schema: una Commissione
tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo
fiscale (Copaff) fissa i costi standard dei servizi
e il loro livello minimo – quanto bisogna
vuti in parte anche a questa condizione di precarietà
contabile. “I Comuni italiani vanno aiutati
perché non ce la fanno più a sopravvivere”, diceva
in aprile la presidente della Camera Laura Boldrini.
Il federalismo incompiuto
alla base del disastro
Questo enorme pasticcio ha tanti padri, dal centrosinistra
che negli anni Novanta ha fatto una
riforma costituzionale federalista confusa, fino al
governo Berlusconi che, spinto dalla Lega, ha imposto
un federalismo fiscale lasciato a metà. Ma i
problemi seri cominciano con i tagli delle manovre
di austerità di Mario Monti. Un passo indietro:
lo scopo del federalismo fiscale era azzerare
i trasferimenti dallo Stato centrale ai comuni
e dare loro l’autonomia di imporre tributi in misura
equivalente, nella convinzione che sindaci
più responsabilizzati sarebbero stati molto attenti
a spendere bene e a tenere basso il livello di pressione
fiscale oppure non sarebbero stati rieletti.
Ma un comune come Cortina d’Ampezzo è pieno
di seconde case che generano gettito e deve offrire
pochi servizi, perché i turisti ad alto reddito hanno
poche esigenze. Al contrario, Napoli ha poche
opportunità di fare cassa e deve garantire servizi a
centinaia di migliaia di persone a basso reddito
che non pagano imposte. Quindi serve comunque
un intervento dal centro che sposti risorse dai
comuni che hanno molti soldi e poche esigenze a
quelli bisognosi. La legge sul federalismo del 2009
prevede quindi questo schema: una Commissione
tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo
fiscale (Copaff) fissa i costi standard dei servizi
e il loro livello minimo – quanto bisogna
vuti in parte anche a questa condizione di precarietà
contabile. “I Comuni italiani vanno aiutati
perché non ce la fanno più a sopravvivere”, diceva
in aprile la presidente della Camera Laura Boldrini.
Il federalismo incompiuto
alla base del disastro
Questo enorme pasticcio ha tanti padri, dal centrosinistra
che negli anni Novanta ha fatto una
riforma costituzionale federalista confusa, fino al
governo Berlusconi che, spinto dalla Lega, ha imposto
un federalismo fiscale lasciato a metà. Ma i
problemi seri cominciano con i tagli delle manovre
di austerità di Mario Monti. Un passo indietro:
lo scopo del federalismo fiscale era azzerare
i trasferimenti dallo Stato centrale ai comuni
e dare loro l’autonomia di imporre tributi in misura
equivalente, nella convinzione che sindaci
più responsabilizzati sarebbero stati molto attenti
a spendere bene e a tenere basso il livello di pressione
fiscale oppure non sarebbero stati rieletti.
Ma un comune come Cortina d’Ampezzo è pieno
di seconde case che generano gettito e deve offrire
pochi servizi, perché i turisti ad alto reddito hanno
poche esigenze. Al contrario, Napoli ha poche
opportunità di fare cassa e deve garantire servizi a
centinaia di migliaia di persone a basso reddito
che non pagano imposte. Quindi serve comunque
un intervento dal centro che sposti risorse dai
comuni che hanno molti soldi e poche esigenze a
quelli bisognosi. La legge sul federalismo del 2009
prevede quindi questo schema: una Commissione
tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo
fiscale (Copaff) fissa i costi standard dei servizi
e il loro livello minimo – quanto bisogna
spendere per avere una corsa di autobus ogni 30
minuti tra periferia e centro? – cosicché si possano
stabilire le esigenze finanziarie di ogni comune.
Se poi un sindaco è privo di risorse per
garantire il livello minimo di servizi ha diritto ad
accedere a un “fondo perequativo, senza vincoli
di destinazione, per i territori con minore capacità
fiscale per abitante”, lo dice l’articolo 119 della
Costituzione. Se ci sono pochi soldi, bisognerebbe
avere il coraggio di abbassare il livello dei
servizi giudicati essenziali fino al livello che ci
possiamo permettere. Invece Mario Monti ha seguito
un’altra linea: ha svuotato il fondo perequativo,
sul 2012 ha tagliato 500 milioni di euro e per
il 2013 2 miliardi. Morale: i Comuni hanno perso
trasferimenti per 12 miliardi circa, ma nel 2011
hanno ricevuto dal fondo perequativo (cioè sempre
da Roma, di fatto) 11,4 miliardi di euro. Nel
2012 soltanto 6,8 e nel 2013 dovevano essere 4,8
miliardi, poi la cancellazione della prima rata dell’Imu
(2 miliardi compensati da altri 2,4 la cui
distribuzione è da definire) ha reso ancora più
incerta la somma. Non parliamo poi delle incognite
sulla seconda rata che vale 2,4 miliardi. Il
governo ha detto ai Comuni che non dovranno
riscuoterla, ma nulla si sa su come e dove lo Stato
troverà i soldi per compensare il mancato gettito.
Detto in altro modo: i trasferimenti dal governo
centrale agli enti locali sono stati ridotti, tra il
2010 e il 2012, del 19 per cento, le tasse locali sono
cresciute dell’11. Ma la spesa finale degli enti locali
è calata solo del 5 per cento (e gran parte di
questo taglio è dovuto a una drastica riduzione
del 22 per cento degli investimenti). Il conto non
è in pareggio e quindi i comuni vanno in default.
Perché, come ha comunicato la Commissione
tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo
fiscale (Copaff) al Fondo monetario internazionale
lo scorso 3 luglio, nella finanza regionale
“tutte le principali misure di attuazione sono
mancanti”.
I debiti che non compaiono
nei bilanci ufficiali
Per complicare ancora le cose, il governo Letta ha
sostituito il fondo perequativo con un nuovo
“fondo di solidarietà comunale”: il 16 settembre il
governo ha comunicato di aver erogato – dal ministero
dell’Interno – 2,5 miliardi di euro. Pochini
per coprire tutte le esigenze, quale sarà la somma
finale non è dato sapere. Per avere il quadro complessivo
bisogna aggiungere due dati. Ci sono comuni
che sono riusciti a evitare il dissesto finanziario,
e il conseguente arrivo di un commissario
al posto del sindaco, grazie alla legge salva-Napoli
del 2012, approvata da Monti, che introduce lo
“stato di pre-dissesto” per le città quasi-fallite.
Questi Comuni (da Napoli a Campione d’Italia)
possono ottenere un prestito di 100 euro per abitante
da restituire in 10 anni da un “fondo rotativo”.
Che ruota nel senso che dei 270 milioni
ricevuti, ogni anno Napoli dovrebbe rimetterne
nel fondo 27, cosicché altri Comuni possano beneficiare
di analogo supporto. Peccato che, con il
calo dei trasferimenti, la crisi e tutto il resto, per le
città in pre-dissesto sia sempre più difficile restituire
il dovuto.
Secondo dato da ricordare: i debiti fuori bilancio.
Per anni i Comuni hanno accumulato passività
mai registrate, fatture emesse ma non contabilizzate,
soldi da pagare che però non risultavano
nel bilancio ufficiale: erano 494 milioni di euro
nel 2003, sono arrivati a 1,2 miliardi nel 2012 (ammesso
che questa cifra sia definitiva visto che, come
ovvio, finché restano fuori bilancio i debiti
sono difficili da contare). Il buco, insomma, è ancora
più vasto di quanto sembra.
Twitter @stefanofeltri Il fatto quotidiano 13 ottobre 2013
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