domenica 13 ottobre 2013
emigranti: la storia di Anita Likmeta La mia vita cambiò su quel barcone per Bari
di Anita Likmeta
Mi chiamo Anita Likmeta, sono arrivata
in Italia 16 anni fa. Sono
l’esempio perfetto di quello che accade
oggi nel mondo. Io sono una immigrata
proprio come quegli egiziani, libici,
somali, etiopi che stanno ammassati in
centri che sembrano dei veri e propri
campi di concentramento. Io sono una
delle migliaia di persone, non rifugiati
politici, non profughi di guerra, non
immigrati clandestini, ma persone che
anni fa hanno attraversato il mare su
un barcone, sperando di trovare in Europa
qualcosa di meglio rispetto allo
scenario di morte che lasciava. Io vengo
dall’Albania. A casa mia c’era la
guerra civile, e voi per fortuna non lo
sapete, non lo sapete più cosa è una
guerra civile. Non sapete più cosa vuol
dire quando ci si ammazza tra fratelli,
tra cugini, tra vicini di casa, tra un paese
e l’altro. Si spara a vista, a qualunque
cosa si muova, si entra nelle case, si
fanno i rastrellamenti, si stuprano le
donne. Ricordo lucidamente il giorno
che precedeva la partenza. Un pomeriggio
pieno di nuvole di fine maggio.
Non comprendevo la dimensione delle
cose. L’idea di partire per l’Italia
sembrava un sogno. Nessuno dalle mie
parti amava l’Italia. L’Albania è stata
invasa dai fascisti, i quali non avevano
certo portato la civiltà, né il diritto, né
l’arte. Guardavo le mani di mia nonna
piene di crepe e ruvide e il suo odore
che assomigliava ai legni bagnati dalla
pioggia d’inverno.
L’ANNUSAVO per fotografare nel mio
cuore quell’istante, quel momento che
non passava mai, fermo, indeciso, tiepido.
Ci alzammo e rientrammo a casa.
Udii la voce di mio nonno: “Dov’è Nini?”;
trattenevo le lacrime, volevo essere
più forte delle mie emozioni. Respirai
profondamente. Entrai nella
stanza dove lui sedeva in un angolo a
fumare le solite sigarette. In mezzo alla
stanza c’era una stufa a legna e sui lati di
essa dei barattoli di vetro con olio di
ricino e un filo che si accendeva per illuminare
l’ambiente. Un grido, il mio,
“Nonnino io me ne vado, vado ora” e
mi dipinsi il volto di una espressione
felice che volevo gli rimanesse per sempre
dime. Lui si alzò nonostante i suoi
acciacchi, i suoi occhi erano tristi. Mi
mise una mano sul volto e mi disse: “E
dove vai?”, e io “vado in Italia nonno” e
lui “brava, diventa una brava bambina
italiana”. La nonna mi prese per mano
e mi portò fuori dalla stanza, ma i miei
occhi rimasero fissi su di lui e mi ripetevo
che sarei ritornata. Fuori ad
aspettarmi c’era mio zio con la carrozza
trainata dal cavallo che mi avrebbe portato
fino alla prossima città e lì avremmo
preso l’autobus per arrivare a Durazzo.
Partimmo. Vedevo da lontano la
casa dei nonni rimpicciolirsi a ogni
metro che facevo. A un certo punto tutti
i miei amici che si erano nascosti nella
collinetta uscirono urlando il mio
nome e inseguendo la carrozza tutti insieme.
“Ciao Nini, ciao. Anche noi verremmo.
Ci vediamo presto.” Urlava -
mo, piangevamo, ridevamo contemporaneamente.
DURAZZO. Dinanzi a me c’erano molti
piccoli imbarcaderi, appoggiati vicino
al porto che non era più controllato
dalle forze dell’ordine. Anarchia totale.
Gente che tentava di salire e veniva buttata
giù, gente in coda, gente che pagava,
gente che tentava di mettere un
bagaglio più voluminoso e gli veniva
scaricato direttamente in mare, disperati
vestiti nei modi più strani, soldi che
passavano da una mano all'altra, spintoni,
bambini attaccati alle madri che
urlavano. Si parte e io rimango seduta a
poppa per guardare il mio paese scomparire
lentamente. Arrivammo a Bari.
Io, mia madre, mio fratello e sorella abbracciati.
Ci controllarono come se
avessimo i pidocchi. Un amico di famiglia
ci portò a Pescara. Sono passati
degli anni e io sono cresciuta, ho studiato,
ho frequentato l’Accademia
d’Arte drammatica “Corrado Pani”, ho
successivamente conseguito la laurea
nella facoltà di Lettere e Filosofia, ho
lavorato con dignità. La libertà racchiude
in sé la possibilità di essere felici.
E la possibilità di essere felici non è altro
che la possibilità di scegliere: un vestito,
la fede, un partito politico e, attenzione,
un luogo dove vivere serenamente,
lavorare e mettere su famiglia. È
il cardine del diritto dell’uomo, della
convivenza con i suoi simili, il cardine
della nostra vita per il quale molti prima
di noi hanno lottato e perso la vita,
per il quale oggi ancora si lotta e si
muore.
Latina Oggi 13 ottobre 2013
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento