lunedì 14 ottobre 2013
deportazioni naziste 16.10.194 3 Ultima voce dall’i n fe r n o VIAGGIO NEL QUARTIERE DI ROMA CON NELLO DI SEGNI, ORMAI UNICO SOPRAVVISSUTO
DELLA
DEPORTAZIONE NAZISTA
NELLA NOTTE TRA IL 15 E IL 16
OTTOBRE DI SETTANT’ANNI FA
Il fatto quotidiano 14 ottobre 2013
All’alba gli uomini
di Kappler bussano
a centinaia di porte, anche
la nostra. Eravamo tutti e sei
in casa: io, mio padre, mia
madre e tre fratelli. Caricati
sui camion ci hanno chiusi
in un collegio per due giorni
e poi deportati in Polonia.
Ho perso tutti
Siamo sopravvissuti
in sedici, alla mia
famiglia non sono
neanche riuscito
a dire addio. Ho passato
due anni in campo
di concentramento,
al mio ritorno pesavo
meno di trenta chili. Questo
è il mio numero sul braccio
di Alessandro Ferrucci
Èla sera del 3 luglio 2000. Una sera di confine,
dove si incrociano ricordi, immagini, commemorazioni.
Bilanci e lacrime. A 79 anni è morta
Settimia Spizzichino, unica donna sopravvissuta
al rastrellamento nazista del ghetto di Roma. Lello
Di Segni, suo cugino più piccolo, classe 1926, anche lui
uno dei 1022 deportati in Polonia dalla città del papa,
si sta per sedere a tavola con il figlio e la moglie. Lello,
a differenza di Settimia, non aveva mai voluto raccontare
il dramma visto e vissuto, se lo era portato
dentro, in silenzio, con pudore, eppure quella sera
guarda in faccia i famigliari. E improvvisamente decide:
“Ora inizio io”. A fare cosa, papà? “Non c’è più
Settimia, tocca a me raccontare, devo prendere il suo
posto”. Al figlio si velano gli occhi,
finalmente è giunto il momento
che aspettava da 35 anni,
lo porta nella sua camera e gli
rivolge tutte quelle domande
che da sempre avrebbe voluto
fargli, a partire dalla notte maledetta,
tra il 15 e il 16 ottobre
del 1943, quando gli uomini di
Kappler “bussano” a centinaia
di porte, compresa la famiglia
Di Segni. “Eravamo tutti e sei in
casa: io, mio padre, mia madre e
tre fratelli: Angelo, Mario e
Graziella – racconta Nello –
Quasi all’alba sono arrivati, si
sono presentati e con una lista
di nomi hanno iniziato a perlustrare
le stanze, convinti che
nascondessimo qualcuno. Dentro
gli armadi, in soffitta, in
cantina. Niente. C’eravamo solo
noi, gli altri parenti erano
scappati le settimane precedenti.
Poi con il mitra dietro la
schiena siamo scesi in strada e saliti sui camion”. Di
Segni indica il punto esatto in mezzo alla strada, poi si
avvicina al suo vecchio portone. Lo guarda. Va ancora
più vicino. Nonostante sia verso i novant’anni, non
porta gli occhiali, non ne ha bisogno, accosta l’occhio
al legno, lo accarezza come per
cercare qualche traccia del suo
passato, della Storia. Non c’è, almeno
in apparenza.
“PER QUESTI VICOLI giocavamo
a pallone – continua – mi chiamavano
‘Piola’ nonostante fossi
della Roma. Ci conoscevamo tutti,
vede quel palazzo? Lì viveva
mia cugina Settimia, ci parlavamo
dalle finestre. Mio padre diceva
sempre di non affacciarmi, aveva
paura di qualche pallottola dei tedeschi.
Ma nonostante la guerra
avevamo trovato delle piccole sicurezze
quotidiane, mai potevamo
pensare a un epilogo del genere”.
Sì, mai. Questione di giorni,
pochi, decisioni rapide, contraddittorie,
finali da parte dei tedeschi:
l’8 settembre del 1943 occupano
la città eterna; due giorni
dopo Herbert Kappler, tenente
colonnello delle SS, comandante dell’SD e della Gestapo
a Roma, riceve un messaggio da Heinrich Himmler.
Quest’ultimo è il teorico della soluzione finale.
Vuole gli ebrei del papa. “Era il massimo per loro –
spiega Marcello Pezzetti, direttore del museo della
Shoah di Roma – poter entrare
nella Capitale e dettare legge, dimostrare
la superiorità anche davanti
al pontefice. L’infinita soddisfazione
dei gerarchi è dimostrata
da un episodio chiave:
quando i deportati del ghetto
giungono in Polonia, ad accoglierli
trovano il comandante del
campo di concentramento, Rudolf
Hoese insieme a Josef Mengele
e a tutti gli altri baroni. Presenti,
schierati e beati di tale trofeo”.
Passo indietro. Siamo al 26 settembre
del 1943 e Kappler parla
con il presidente della Comunità
israelitica di Roma e con il capo
dell’Unione, vuole 50 chilogrammi
di oro da racimolare in meno
di due giorni. In cambio garantisce
la non deportazione di 200
ebrei. Il bottino viene consegnato.
“La faccenda dell’oro li tranquillizza
invece di metterli in allarme – spiega Pezzetti –
Fino a quel momento i tedeschi si erano dimostrati di
parola e fino all’armistizio l’Italia non aveva deportato
ebrei”. Eppure tutto cambia. “La decisione arriva dall’ufficio
centrale per la sicurezza del Reich, da Eichmann:
vuole un blitz come quello di Parigi”. Per
questo arriva a Roma Theodor Dannecker già responsabile
dell’operazione “Velodromo d’inverno”, con più
di tredicimila francesi “rastrellati” e chiusi in uno stadio
dedicato a gare di ciclismo. Ma fanno un errore.
“Spediscono in Italia appena dieci persone, troppo poche,
quindi coinvolgono dei riservisti, in tutto 365
militi. Dal loro punto di vista è una incredibile sopravvalutazione
di se stessi, perché Roma è complicata
e la popolazione non è che li aspetta a braccia aperte.
Per fortuna, poi, l’operazione è pensata senza l’aiuto
degli italiani, questo è importante, mentre in Francia
Dannecker aveva utilizzato i gendarmi francesi”. Gli
italiani si ‘limitano’ a comporre le liste “altrimenti il
numero di deportati sarebbe stato molto più alto: l’obiettivo
era di 8000 elementi, è scritto nei documenti,
con Kappler costretto a giustificarsi con Himmler e gli
altri. Insomma, dal loro punto di vista è un insuccesso
clamoroso”.
UN INSUCCESSO che non salva Nello e la sua famiglia.
“Ci prelevano e ci portano al Collegio militare a via
della Lungara e lì siamo rimasti chiusi per due giorni”.
Due giorni di attese e di silenzi, di silenzi soprattutto da
parte del Vaticano. “Nessuna reazione – racconta ancora
Pezzetti – Sappiamo di colloqui privati, di discussioni
tra i porporati e i gerarchi, ma pubblicamente
non esce niente, con lo stupore dello stesso ambasciatore
nazista presso la Santa Sede. Solo il 25 ottobre,
quando ormai l’80 per cento degli
ebrei è già stato ucciso con il gas,
l’Osservatore Romano pubblica un
breve articolo, criptico, nebuloso,
nel quale non si capisce nulla”.
Nel frattempo i 1022 sono in viaggio
verso la morte. “Chiusi dentro
ai vagoni per cinque giorni, quasi
senza mangiare, il poco cibo e la
pochissima acqua dipendeva da
quanto le mamme erano riuscite a
racimolare prima di partire – r icorda
Nello – Basta. I nazisti non
hanno mai, dico mai, aperto un
portellone del vagone. Respiravamo
a fatica”. Ecco la Polonia. La
sfilata dei “trofei”. Il ghigno dei
gerarchi, i cani tenuti a fatica al
guinzaglio, anche loro eccitati, la
scelta di chi era utile per il lavoro
e di chi no. La famiglia Di Segni
non esiste più: la mamma e i tre
fratelli uccisi subito, giudicati
inutili dai nazisti, si salvano solo
Nello e il padre e quando lo ricorda non possono bastare
settant’anni per trattenere le lacrime. Non ha
potuto neanche dirgli addio, un attimo ed è finita un’esistenza.
Si ferma. Sbottona il polsino della camicia
sinistro, alza la manica, gira l’avambraccio e mostra il
suo numero tatuato. “Mi sono fatto
due anni di campo di concentramento,
tra la Polonia e la Germania,
ho anche lavorato dentro
al ghetto di Varsavia, scavavo,
scavavo e ancora scavavo. Cosa
trovavamo? Meglio lasciar perdere...”.
Non vuole aggiungere altro.
Troppa fatica, troppo dolore.
“Dalle macerie sono state selezionate
vettovaglie – interviene in un
secondo momento Pezzetti – l ibri,
sono state recuperate porcellane,
pezzi di ferro. Ma anche
brandelli umani”. Finita la guerra
Nello torna faticosamente in Italia,
non pesa neanche trenta chili.
“Mi sono fermato a Milano da alcuni
parenti e quando a Roma si è
sparsa la voce che ero sopravvissuto
non ha idea di quante persone
mi hanno raggiunto con le
foto dei parenti scomparsi per
chiedere se sapevo qualcosa. Se li
avevo visti. Se erano ancora vivi”. Fino a quando gli
giunge anche un messaggio inaspettato, del padre, anche
lui vivo. “Sono riuscito a riabbracciarlo, ma per
poco, era troppo stanco, provato e malato, subito dopo
è morto”. Di quella maledetta notte sono tornati in
sedici e Nello è l’unico ancora vivo insieme a Enzo
Camerino. “Domani sera li ricorderemo tutti – r a cconta
Pezzetti – uno a uno, nome per nome, anche il
figlio di Marcella Perugia, nato in quei due giorni al
Collegio romano, anche lui portato sul vagone e probabilmente
morto subito dopo”. È il bambino senza
nome. “Compresa una badante cattolica cristiana che
per non lasciare sola la signora non ha rivelato di non
essere ebrea”. Si sarebbe salvata.
NELLO RESTA ANCORA in silenzio, si guarda attorno,
non viene spesso al Ghetto, ma ritrova il suo vecchio
bar, il bar Totò. Il figlio guarda Marcello Pezzetti e
sottovoce gli fa: “Sono sicuro di una cosa: papà non mi
ha mai raccontato tutto, non mi ha mai detto tutta la
verità riguardo al campo di prigionia. Ha voluto proteggermi
e oramai è tardi per capire fino in fondo”. “È
vero”, risponde il professore “pensa, dopo una mia
lunga insistenza, nel 1992 mi ha concesso un’intervista,
con la promessa che non ti avrei mai fatto ascoltare la
registrazione di quel pomeriggio. Forse è giunto il momento
che ti dia quella cassetta”. Perché il figlio possa
prendere il posto del padre.
Twitter: @A_Ferrucci
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento