ALTERNATIVE
Sono
dieci le centrali pilota in Italia
che
producono quantità risibili ma legate a un giro
di
5 miliardi l’anno di incentivi. In ballo, i soliti noti
CONCESSIONI
Nell’affare
si ritrovano
Sorgenia,
Saras o Gruppo
Maccaferri,
ma emergono
anche
strutture con sede
in
Liechtenstein. La protesta
dei
comitati territoriali
diVirginia
Della Sala
ASan
Gallo, cittadina svizzera
che
è patrimonio
dell’Unesco,
da due anni si
chiedono
cosa fare di un
foro
profondo quattromila metri, realizzato
per
una centrale geotermica.
Hanno
scavato per sfruttare il calore
dell’acqua
calda e produrre energia. I
lavori,
costati circa 80 milioni di franchi,
sono
stati bloccati perché la perforazione
ha
provocato un terremoto
di
magnitudo 3,5 e la fuoriuscita di gas.
Non
esistono, infatti, dati certi e scientifici
sulla
sicurezza dei procedimenti
per
l’estrazione di energia geotermica
né
sul loro impatto ambientale.
Nel
2012, ad esempio, in un’area di 400
chilometri
quadrati attorno all’epicen -
tro
del terremoto in Emilia Romagna
(13,2
miliardi di euro di danni e 27 vittime)
c’erano
diverse concessioni di ricerca
e
sfruttamento per idrocarburi.
L’anno
scorso, la commissione scientifica
Ichese,
costituita per decreto dal
capo
della Protezione
civile,
Franco
Gabrielli
ha concluso che “non si può
escludere”
che il terremoto sia stato
“innescato”
da attività antropica legata
a
uno dei siti, quello di Mirandola
.
La
variazione
di volume dei fluidi estratti
e
poi reintrodotti nel terreno, si legge
nel
rapporto, potrebbe aver anticipato
un
sisma già pronto ma che, magari,
avrebbe
potuto scatenarsi in un altro
momento.
Tipo tra cent’anni.
Gli
impianti: dove sono
e
di chi sono
Fino
a cinque anni fa, le uniche centrali
geotermiche
in Italia appartenevano
all’Enel,
in Toscana, sul monte Amiata
e
a Lardarello
.
Poi gli incentivi statali
hanno
cominciato a spostare su questa
tecnologia
l’interesse di parecchi imprenditori,
soprattutto
perché il mercato
di
altre rinnovabili –ad esempio il
fotovoltaico
– è ormai saturo.
Secondo
i dati del ministero dello Sviluppo
economico
(Mise) più di cento
aziende
hanno chiesto di poter scavare
per
cercare fonti geotermiche o per
creare
centrali. Dal 2010, il settore è
stato
liberalizzato e oggi, per le aziende,
ci
sono due tipi di permessi. Il primo: le
autorizzazioni
delle Regioni per la cosiddetta
geotermia
tradizionale, che ha
tre
fasi di ricerca e tre diversi permessi
prima
di arrivare al rilascio della Valutazione
di
impatto ambientale (Via).
I
costi sono alti, gli investimenti pari a
decine
di milioni di euro. Il secondo:
l’autorizzazione
per le dieci centrali di
geotermia
pilota previste dal governo
per
una produzione totale di 50 Megawatt.
È
il jack-pot: basta un’unica autorizzazione,
concessa
da Mise e ministero
dell’Ambiente
d’intesa con la regione,
e
via con la centrale.
Nell’elenco
di chi ha chiesto o già strappato
una
concessione ci sono nomi ricorrenti
e,
spesso, sanno di centrosinistra:
c’è
Sorgenia
fondata
dalla Cir dei
De
Benedetti e ora in mano alle banche;
Exergy
del
gruppo Maccaferri (grandi
finanziatori
della politica con una passione
per
i democratici e, da ultimo,
Matteo
Renzi); un paio di controllate
della
Graziella
Green Power dell’im
-
prenditore
aretino Gianni Gori (una
delle
quali diretta dall’ex sottosegretario
all’Agricoltura
dei Verdi Stefano
Boco).
Ci sono gli italo-canadesi di
K.R.
Energy e
pure Saras
della
famiglia
Moratti.
Ad agosto 2014 è stata poi
creata
Rete
geotermica,
associazione
di
cui fanno parte quindici aziende italiane,
la
maggior parte di quelle interessate
alla
geotermia: presidente è
Gianni
Gori, patron del Gruppo
Graziella,
conosciuto
per la produzione di
gioielli,
che da anni è entrato nel mercato
dell’energia
verde col nome di
Graziella
Green Power e ha in programma
nel
prossimo quinquennio la
creazione
di venti centrali con investimenti
tra
150 e i 300 milioni di euro.
Come
si vede, in ballo ci sono forti interessi
economici,
per quanto “green”.
Le
richieste di impiantare centrali, ad
oggi,
sono quasi tutte concentrate
nell’Italia
centrale e in Sardegna. Insieme
alle
autorizzazioni o ai progetti sono
arrivati
anche i comitati per bloccare
la
sperimentazione: in giro per la
penisola
ce ne sono 46. Secondo Vittorio
Fagioli,
per 35 anni funzionario
Enel,
oggi portavoce della rete Nogesi
che
riunisce i comitati contro la geotermia
speculativa
e inquinante, il problema
vero
sono gli incentivi altissimi
concessi
alle “energie rinnovabili”, tra
cui
la geotermia: “Le centrali regionali
ricevono
il doppio del costo dell’ener -
gia
elettrica prodotta; gli impianti pilota
cinque
volte il costo dell’energia.
Parliamo
di 200 euro circa a Mw/h: per
un
impianto si spendono 30 milioni di
euro
e in 20 anni se ne incassano ben
250.
Il tutto per produrre una quantità
ridicola
di energia. Questi impianti
hanno
un rendimento dell’8 per cento:
si
immette 100 di calore e si produce 8
di
elettricità”.
Contributi
altissimi
per
dosi piccolissime
D’altra
parte non c’è bisogno di avere
un
mercato: il guadagno è garantito. E
chi
paga gli incentivi? Gli italiani, in
bolletta,
visto che le rinnovabili fanno
parte
della voce A3 del conteggio. Solo
nel
2013, il Gse ne ha erogati per circa
15
miliardi di euro, a gennaio del 2015
si
è scesi a 5,7 miliardi: “È chiaro –spie -
ga
Fagioli – che se fossero ridotti ancora,
si
fermerebbe anche la corsa alle
rinnovabili
inutili”. Peraltro, nonostante
la
differenza in termini di permessi
e
remunerazione, gli impianti pilota
e
quelli tradizionali usano le stesse
tecnologie:
da quelle flash,
che immettevano
nell’aria
le sostanze di scarto, a
quelle
che prevedono la reimmissione
delle
sostanze nel sottosuolo.
Tra
le centrali pilota in progetto, Castel
Giorgio,
in Umbria, ha ottenuto per
prima
la Via. Già negli anni Ottanta,
però,
Enel aveva effettuato studi e perforazioni
in
zona rinunciando poi alle
centrali
perché la conformazione geologica
non
era adatta: l’area è sismica.
Per
di più, Castel Giorgio si trova su
una
delle falde acquifere che alimenta il
lago
di Bolsena e, secondo esperti e biologi,
le
perforazioni rischiano di inquinarle.
A
preoccupare i comitati, comunque,
non
è tanto la geotermia, ma
il
modo di gestire le concessioni: “La
maggior
parte delle ditte per le centrali
pilota
non ha competenze specifiche –
spiega
Fagioli - Fanno quasi tutte riferimento
a
un’unica ditta, la Turbo
den,
che ha realizzato impianti nei deserti
israeliani.
Le aziende partecipano
ai
bandi e nella maggior parte dei casi
l’impianto
lo fa la Turboden”, che è una
società
di Brescia, ma di proprietà dei
giapponesi
di Mitsubishi
Heavy Industries
.
Il progetto di Castel Giorgio, ad
esempio,
è stato presentato dalla Itw
&
Lkw
Geotermia Italia srl,
che poi sono
due
aziende, entrambe con sede nel paradiso
fiscale
del Liechtenstein
. È
proprio
Itw
& Lkw ad aver organizzato, il
31
marzo a Roma, un convegno (interrotto
dai
comitati) sulla geotermia intitolato
“Il
futuro dell’emissioni zero è
già
qui” in cui si è raccontato come ver-
ranno
creati ben 30 mila posti di lavoro.
Torniamo
a Castel Giorgio. A guidare
il
progetto c’è Franco Barberi, toscano,
ex
capo della Protezione civile. Era il
2012
quando i comitati locali si sono
accorti
di una cosa strana. La Commis
-
sione
per gli Idrocarburi e le Risorse
Minerarie
(Cirm)
aveva approvato il
progetto
della Itw & Lkw invitandola a
produrre
la documentazione per la
Via:
peccato che, della commissione,
nel
2011 faceva parte come esperto (è
un
vulcanologo) lo stesso Barberi, pur
essendo
primo firmatario e project
supervisor
per
la società. Un conflitto di
interessi,
che Itw & Lkw non ha negato:
il
ministero dello Sviluppo, ha spiegato,
“era
ufficialmente informato
dell’attività
di consulenza che Barberi
prestava”.
Nel
febbraio 2013, poi, alla prima seduta
della
conferenza di Via, per conto
della
società era presente Guido Monteforte
Specchi,
che è pure presidente
della
Commissione tecnica di verifica
dell’impatto
ambientale per il ministero
dell’Ambiente.
“Effettivamente –
racconta
Fagioli – ciò che era stato deciso
in
quelle sedute è stato annullato
dopo
una segnalazione dell’assessore
regionale
dell’Umbria. La commissione
ha
emesso nuovi pareri. Ma, tra ingegneri,
geologi
e funzionari, nel gruppo
non
c’era nessuno che, a nostro parere,
avesse
specifiche competenze tecniche
per
gestire progetti così complessi”.
Quanto
serve davvero
questo
tipo di energia?
In
Italia non c’è l’esigenza di ottenere
altra
energia elettrica. Anche se il decreto
legge
del 22 giugno 2012 inserisce
quella
geotermica tra le fonti strategiche,
le
dieci centrali pilota produrrebbero
solo
5 mega-watt ognuna (in Italia
c’è
una potenza di centrali elettriche
installate
pari a 130 mila). Neanche la
necessità
di raggiungere i parametri richiesti
dalla
direttiva Ue 20-20-20
sembra
giustificare la corsa. Secondo le
stime
del Gestore
elettrico nazionale,
nel
2012 abbiamo raggiunto il 27,1 per
cento
del consumo interno lordo di
energia
proveniente da fonti rinnovabili
superando
l’obiettivo del 26,4 per
cento,
ritenuto necessario per arrivare
ai
parametri richiesti dall’Ue. Anche il
mondo
ambientalista è diviso. Green
-
peace
e,
soprattutto, Legambiente
ap
-
poggiano
il ricorso a questo tipo di
energia
elettrica con iniziative, campagne
di
sensibilizzazione e convegni. Il
Wwf
,
invece, negli ultimi anni ne ha
preso
le distanze: “Tutto può essere fatto
più
o meno bene –spiega Mariagrazia
Midulla,
responsabile clima ed
energia
del Wwf – e, in generale, non
siamo
contrari alla geotermia. Non capiamo
però
perché sia stato considerato
un
settore strategico. Saltare passaggi
e
ignorare l’opposizione delle Regioni
non
è sicuramente un buon modo
per
stabilire un dialogo con i cittadini”.
Sul
caso Castel Giorgio si susseguono
le
interrogazioni parlamentari dei Cin
-
que
Stelle,
mentre gli eletti Pd hanno
chiesto
una risoluzione che impegna il
governo
a identificare le aree sfruttabili
in
Italia senza creare danni all’ambien -
te
e in accordo con gli enti locali.
“Vogliamo
solo che sia posto un freno
alla
liberalizzazione selvaggia – spiega
Fagioli
– Non c’è controllo da parte
dello
Stato. Fanno tutto le società e non
c’è
confronto con gli enti locali. Chiediamo
una
moratoria dei permessi
concessi
e una mappa delle zone in cui
perforare
sia sicuro. Non siamo contro
la
geotermia, ma vogliamo sia applicata
con
consapevolezza”.
Finora
solo la Toscana
ha
bloccato
i
38 permessi già concessi con una
moratoria
di sei mesi che ha fatto
arrabbiare
le imprese coinvolte
e
i fan della geotermia.
A
spingere il governatore
Enrico
Rossi a questa decisione
sono
tre elementi: la regione
non
ha bisogno di altra
energia
elettrica; le proteste di
sindaci
e cittadini; le imminenti
elezioni
regionali. Dopo
il
31 maggio, insomma, si
vedrà.
il fatto quotidiano 8 aprile 2015
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