giovedì 9 aprile 2015

GEOTERMIA, BOLLETTA SALATA PER L’ENERGIA CHE NON HA MERCATO

ALTERNATIVE Sono dieci le centrali pilota in Italia
che producono quantità risibili ma legate a un giro
di 5 miliardi l’anno di incentivi. In ballo, i soliti noti
CONCESSIONI
Nell’affare si ritrovano
Sorgenia, Saras o Gruppo
Maccaferri, ma emergono
anche strutture con sede
in Liechtenstein. La protesta
dei comitati territoriali
diVirginia Della Sala
ASan Gallo, cittadina svizzera
che è patrimonio
dell’Unesco, da due anni si
chiedono cosa fare di un
foro profondo quattromila metri, realizzato
per una centrale geotermica.
Hanno scavato per sfruttare il calore
dell’acqua calda e produrre energia. I
lavori, costati circa 80 milioni di franchi,
sono stati bloccati perché la perforazione
ha provocato un terremoto
di magnitudo 3,5 e la fuoriuscita di gas.
Non esistono, infatti, dati certi e scientifici
sulla sicurezza dei procedimenti
per l’estrazione di energia geotermica
né sul loro impatto ambientale.
Nel 2012, ad esempio, in un’area di 400
chilometri quadrati attorno all’epicen -
tro del terremoto in Emilia Romagna
(13,2 miliardi di euro di danni e 27 vittime)
c’erano diverse concessioni di ricerca
e sfruttamento per idrocarburi.
L’anno scorso, la commissione scientifica
Ichese, costituita per decreto dal
capo della Protezione civile, Franco
Gabrielli ha concluso che “non si può
escludere” che il terremoto sia stato
innescato” da attività antropica legata
a uno dei siti, quello di Mirandola . La
variazione di volume dei fluidi estratti
e poi reintrodotti nel terreno, si legge
nel rapporto, potrebbe aver anticipato
un sisma già pronto ma che, magari,
avrebbe potuto scatenarsi in un altro
momento. Tipo tra cent’anni.
Gli impianti: dove sono
e di chi sono
Fino a cinque anni fa, le uniche centrali
geotermiche in Italia appartenevano
all’Enel, in Toscana, sul monte Amiata
e a Lardarello . Poi gli incentivi statali
hanno cominciato a spostare su questa
tecnologia l’interesse di parecchi imprenditori,
soprattutto perché il mercato
di altre rinnovabili –ad esempio il
fotovoltaico – è ormai saturo.
Secondo i dati del ministero dello Sviluppo
economico (Mise) più di cento
aziende hanno chiesto di poter scavare
per cercare fonti geotermiche o per
creare centrali. Dal 2010, il settore è
stato liberalizzato e oggi, per le aziende,
ci sono due tipi di permessi. Il primo: le
autorizzazioni delle Regioni per la cosiddetta
geotermia tradizionale, che ha
tre fasi di ricerca e tre diversi permessi
prima di arrivare al rilascio della Valutazione
di impatto ambientale (Via).
I costi sono alti, gli investimenti pari a
decine di milioni di euro. Il secondo:
l’autorizzazione per le dieci centrali di
geotermia pilota previste dal governo
per una produzione totale di 50 Megawatt.
È il jack-pot: basta un’unica autorizzazione,
concessa da Mise e ministero
dell’Ambiente d’intesa con la regione,
e via con la centrale.
Nell’elenco di chi ha chiesto o già strappato
una concessione ci sono nomi ricorrenti
e, spesso, sanno di centrosinistra:
c’è Sorgenia fondata dalla Cir dei
De Benedetti e ora in mano alle banche;
Exergy del gruppo Maccaferri (grandi
finanziatori della politica con una passione
per i democratici e, da ultimo,
Matteo Renzi); un paio di controllate
della Graziella Green Power dell’im -
prenditore aretino Gianni Gori (una
delle quali diretta dall’ex sottosegretario
all’Agricoltura dei Verdi Stefano
Boco). Ci sono gli italo-canadesi di
K.R. Energy e pure Saras della famiglia
Moratti. Ad agosto 2014 è stata poi
creata Rete geotermica, associazione
di cui fanno parte quindici aziende italiane,
la maggior parte di quelle interessate
alla geotermia: presidente è
Gianni Gori, patron del Gruppo Graziella,
conosciuto per la produzione di
gioielli, che da anni è entrato nel mercato
dell’energia verde col nome di
Graziella Green Power e ha in programma
nel prossimo quinquennio la
creazione di venti centrali con investimenti
tra 150 e i 300 milioni di euro.
Come si vede, in ballo ci sono forti interessi
economici, per quanto “green”.
Le richieste di impiantare centrali, ad
oggi, sono quasi tutte concentrate
nell’Italia centrale e in Sardegna. Insieme
alle autorizzazioni o ai progetti sono
arrivati anche i comitati per bloccare
la sperimentazione: in giro per la
penisola ce ne sono 46. Secondo Vittorio
Fagioli, per 35 anni funzionario
Enel, oggi portavoce della rete Nogesi
che riunisce i comitati contro la geotermia
speculativa e inquinante, il problema
vero sono gli incentivi altissimi
concessi alle “energie rinnovabili”, tra
cui la geotermia: “Le centrali regionali
ricevono il doppio del costo dell’ener -
gia elettrica prodotta; gli impianti pilota
cinque volte il costo dell’energia.
Parliamo di 200 euro circa a Mw/h: per
un impianto si spendono 30 milioni di
euro e in 20 anni se ne incassano ben
250. Il tutto per produrre una quantità
ridicola di energia. Questi impianti
hanno un rendimento dell’8 per cento:
si immette 100 di calore e si produce 8
di elettricità”.
Contributi altissimi
per dosi piccolissime
D’altra parte non c’è bisogno di avere
un mercato: il guadagno è garantito. E
chi paga gli incentivi? Gli italiani, in
bolletta, visto che le rinnovabili fanno
parte della voce A3 del conteggio. Solo
nel 2013, il Gse ne ha erogati per circa
15 miliardi di euro, a gennaio del 2015
si è scesi a 5,7 miliardi: “È chiaro –spie -
ga Fagioli – che se fossero ridotti ancora,
si fermerebbe anche la corsa alle
rinnovabili inutili”. Peraltro, nonostante
la differenza in termini di permessi
e remunerazione, gli impianti pilota
e quelli tradizionali usano le stesse
tecnologie: da quelle flash, che immettevano
nell’aria le sostanze di scarto, a
quelle che prevedono la reimmissione
delle sostanze nel sottosuolo.
Tra le centrali pilota in progetto, Castel
Giorgio, in Umbria, ha ottenuto per
prima la Via. Già negli anni Ottanta,
però, Enel aveva effettuato studi e perforazioni
in zona rinunciando poi alle
centrali perché la conformazione geologica
non era adatta: l’area è sismica.
Per di più, Castel Giorgio si trova su
una delle falde acquifere che alimenta il
lago di Bolsena e, secondo esperti e biologi,
le perforazioni rischiano di inquinarle.
A preoccupare i comitati, comunque,
non è tanto la geotermia, ma
il modo di gestire le concessioni: “La
maggior parte delle ditte per le centrali
pilota non ha competenze specifiche –
spiega Fagioli - Fanno quasi tutte riferimento
a un’unica ditta, la Turbo
den, che ha realizzato impianti nei deserti
israeliani. Le aziende partecipano
ai bandi e nella maggior parte dei casi
l’impianto lo fa la Turboden”, che è una
società di Brescia, ma di proprietà dei
giapponesi di Mitsubishi Heavy Industries
. Il progetto di Castel Giorgio, ad
esempio, è stato presentato dalla Itw &
Lkw Geotermia Italia srl, che poi sono
due aziende, entrambe con sede nel paradiso
fiscale del Liechtenstein . È proprio
Itw & Lkw ad aver organizzato, il
31 marzo a Roma, un convegno (interrotto
dai comitati) sulla geotermia intitolato
Il futuro dell’emissioni zero è
già qui” in cui si è raccontato come ver-
ranno creati ben 30 mila posti di lavoro.
Torniamo a Castel Giorgio. A guidare
il progetto c’è Franco Barberi, toscano,
ex capo della Protezione civile. Era il
2012 quando i comitati locali si sono
accorti di una cosa strana. La Commis -
sione per gli Idrocarburi e le Risorse
Minerarie (Cirm) aveva approvato il
progetto della Itw & Lkw invitandola a
produrre la documentazione per la
Via: peccato che, della commissione,
nel 2011 faceva parte come esperto (è
un vulcanologo) lo stesso Barberi, pur
essendo primo firmatario e project supervisor
per la società. Un conflitto di
interessi, che Itw & Lkw non ha negato:
il ministero dello Sviluppo, ha spiegato,
era ufficialmente informato
dell’attività di consulenza che Barberi
prestava”.
Nel febbraio 2013, poi, alla prima seduta
della conferenza di Via, per conto
della società era presente Guido Monteforte
Specchi, che è pure presidente
della Commissione tecnica di verifica
dell’impatto ambientale per il ministero
dell’Ambiente. “Effettivamente –
racconta Fagioli – ciò che era stato deciso
in quelle sedute è stato annullato
dopo una segnalazione dell’assessore
regionale dell’Umbria. La commissione
ha emesso nuovi pareri. Ma, tra ingegneri,
geologi e funzionari, nel gruppo
non c’era nessuno che, a nostro parere,
avesse specifiche competenze tecniche
per gestire progetti così complessi”.
Quanto serve davvero
questo tipo di energia?
In Italia non c’è l’esigenza di ottenere
altra energia elettrica. Anche se il decreto
legge del 22 giugno 2012 inserisce
quella geotermica tra le fonti strategiche,
le dieci centrali pilota produrrebbero
solo 5 mega-watt ognuna (in Italia
c’è una potenza di centrali elettriche
installate pari a 130 mila). Neanche la
necessità di raggiungere i parametri richiesti
dalla direttiva Ue 20-20-20
sembra giustificare la corsa. Secondo le
stime del Gestore elettrico nazionale,
nel 2012 abbiamo raggiunto il 27,1 per
cento del consumo interno lordo di
energia proveniente da fonti rinnovabili
superando l’obiettivo del 26,4 per
cento, ritenuto necessario per arrivare
ai parametri richiesti dall’Ue. Anche il
mondo ambientalista è diviso. Green -
peace e, soprattutto, Legambiente ap -
poggiano il ricorso a questo tipo di
energia elettrica con iniziative, campagne
di sensibilizzazione e convegni. Il
Wwf , invece, negli ultimi anni ne ha
preso le distanze: “Tutto può essere fatto
più o meno bene –spiega Mariagrazia
Midulla, responsabile clima ed
energia del Wwf – e, in generale, non
siamo contrari alla geotermia. Non capiamo
però perché sia stato considerato
un settore strategico. Saltare passaggi
e ignorare l’opposizione delle Regioni
non è sicuramente un buon modo
per stabilire un dialogo con i cittadini”.
Sul caso Castel Giorgio si susseguono
le interrogazioni parlamentari dei Cin -
que Stelle, mentre gli eletti Pd hanno
chiesto una risoluzione che impegna il
governo a identificare le aree sfruttabili
in Italia senza creare danni all’ambien -
te e in accordo con gli enti locali.
Vogliamo solo che sia posto un freno
alla liberalizzazione selvaggia – spiega
Fagioli – Non c’è controllo da parte
dello Stato. Fanno tutto le società e non
c’è confronto con gli enti locali. Chiediamo
una moratoria dei permessi
concessi e una mappa delle zone in cui
perforare sia sicuro. Non siamo contro
la geotermia, ma vogliamo sia applicata
con consapevolezza”.
Finora solo la Toscana ha bloccato
i 38 permessi già concessi con una
moratoria di sei mesi che ha fatto
arrabbiare le imprese coinvolte
e i fan della geotermia.
A spingere il governatore
Enrico Rossi a questa decisione
sono tre elementi: la regione
non ha bisogno di altra
energia elettrica; le proteste di
sindaci e cittadini; le imminenti
elezioni regionali. Dopo
il 31 maggio, insomma, si
vedrà.

il fatto quotidiano 8 aprile 2015 

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