martedì 30 giugno 2026

Europa sotto una cupola di calore: il clima che cambia rende il caldo estremo una minaccia sanitaria

 tratto da https://ambientenonsolo.com/europa-sotto-una-cupola-di-calore-il-clima-che-cambia-rende-il-caldo-estremo-una-minaccia-sanitaria/

L’Italia è tra i Paesi più esposti
L’Italia è già oggi il Paese europeo con il maggior numero di decessi legati al caldo. Da giugno a settembre 2024 si sono registrati oltre 62.000 decessi legati al caldo in Europa e l’Italia ha contato circa 19.000 vittime, il valore più alto del continente.
Il nostro Paese è particolarmente vulnerabile per più ragioni: popolazione anziana, forte urbanizzazione, patrimonio edilizio spesso non adatto al caldo estremo, ampie aree costiere e pianure soggette a notti tropicali, condizioni di povertà energetica che rendono difficile raffrescare le abitazioni, lavori all’aperto ancora troppo esposti.
Nel 2023 in Italia i decessi per caldo sono stati circa quattro volte superiori a quelli causati dagli incidenti stradali. Questo confronto aiuta a capire quanto il rischio caldo sia ancora sottovalutato nel dibattito pubblico. Per la sicurezza stradale esistono campagne, controlli, norme, investimenti e obiettivi. Per il caldo estremo, invece, la prevenzione resta spesso episodica, affidata ad allerte, raccomandazioni e risposte emergenziali.
Se le emissioni continueranno sull’attuale traiettoria, il numero di persone che muoiono ogni anno in Italia a causa del caldo potrebbe più che raddoppiare entro la fine del secolo, passando da circa 10.400 a oltre 28.200 decessi annui.
Gli ultimi anni mostrano un’accelerazione
I dati climatici italiani confermano che non siamo di fronte a una normale variabilità. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato in Italia, seguito dal 2022 e dal 2023. Tre degli ultimi quattro anni sono quindi tra i più caldi della storia osservata del Paese.
Nel 2022 l’Italia ha registrato 47 giorni di ondate di calore in più rispetto alla media, il numero più alto mai osservato. Seguono il 2003, con 35 giorni in più, e il 2023 e il 2024, con circa 29 giorni ciascuno. Anche in questo caso, tre dei quattro anni con il maggior numero di giorni di ondate di calore si collocano negli ultimi quattro anni.
La stessa tendenza riguarda le notti calde. Nel 2024 si sono registrate 25 notti in più con temperature superiori a 20 °C rispetto alla media, il valore più alto mai osservato. Seguono il 2022, il 2003 e il 2023. Anche le giornate molto calde, con temperature pari o superiori a 35 °C, sono in forte aumento: nel 2024 se ne sono registrate 11 in più rispetto alla media.
Il record storico italiano resta quello di Siracusa, dove l’11 agosto 2021 sono stati misurati 48,8 °C, la temperatura più alta mai registrata in Europa.
Le città sono il fronte più fragile
Le città concentrano il rischio. Asfalto, cemento, traffico, edifici fitti, mancanza di ombra e scarsità di verde aumentano l’accumulo di calore. Le aree più povere e periferiche sono spesso anche quelle con meno alberi, meno spazi pubblici freschi, edifici peggiori e minore accesso all’aria condizionata.
La visualizzazione di Bruxelles è particolarmente efficace: oltre 47 °C di temperatura della superficie terrestre nell’area urbana e circa 24,5 °C nella vicina foresta. Questa differenza mostra che l’adattamento urbano non è un dettaglio estetico, ma una politica sanitaria.
Alberi, parchi, corridoi verdi, tetti verdi, depavimentazione, ombreggiamento, fontane, superfici chiare, scuole e ospedali resilienti al caldo, trasporto pubblico climatizzato e accessibile, rifugi climatici per le persone fragili sono strumenti di prevenzione. Non servono solo a rendere la città più bella: servono a ridurre ricoveri e decessi.
Il caldo estremo colpisce anche infrastrutture e servizi. Binari che si deformano, linee elettriche sotto stress, blackout da domanda di raffrescamento, ospedali sovraccarichi, scuole chiuse o non utilizzabili, lavoratori esposti a condizioni pericolose. L’adattamento climatico deve quindi diventare parte ordinaria della pianificazione urbana, sanitaria, energetica e del lavoro.
L’aria condizionata non basta
Davanti al caldo estremo, la risposta più immediata è spesso l’aumento dell’uso dell’aria condizionata. Ma questa non può essere considerata una soluzione miracolosa. Protegge chi può permettersela, ma lascia scoperti milioni di cittadini che vivono in povertà energetica o in abitazioni inadeguate.
In Italia circa 3 milioni di famiglie vivono già in condizioni di povertà energetica. Se la domanda di raffrescamento crescerà rapidamente, il rischio è aumentare disuguaglianze, costi in bolletta e pressione sulla rete elettrica. Entro il 2035, la domanda energetica per il raffreddamento potrebbe raddoppiare in città come Genova, Pisa, Roma e Napoli.
Per questo la risposta al caldo deve essere strutturale: case meglio isolate, edilizia pubblica riqualificata, raffrescamento passivo, ventilazione naturale, ombra, verde urbano, comunità energetiche, energia rinnovabile e sistemi di allerta efficaci. L’aria condizionata può essere necessaria nei momenti di emergenza, ma da sola rischia di trasformare il problema sanitario in un problema energetico e sociale.
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme
Ogni ondata di calore odierna è resa più probabile e più intensa dal cambiamento climatico. Questo non significa che il caldo non sia mai esistito prima, ma che oggi le stesse condizioni atmosferiche producono temperature più elevate e impatti più gravi.
La riduzione delle emissioni resta quindi la prima misura di prevenzione sanitaria. Uscire dai combustibili fossili, accelerare sulle rinnovabili, ridurre i consumi energetici, elettrificare i settori oggi più dipendenti da petrolio e gas, migliorare l’efficienza degli edifici e trasformare la mobilità sono politiche climatiche, ma anche politiche di salute pubblica.
Allo stesso tempo, l’adattamento non può più essere rinviato. Le città europee stanno già sperimentando livelli di calore che mettono alla prova la capacità di risposta dei sistemi sanitari e sociali. Le allerte sono utili, ma non sufficienti. Serve una nuova generazione di piani caldo, integrati con urbanistica, welfare, sanità territoriale, protezione civile, lavoro, scuola, trasporti ed energia.
Il caldo come misura della crisi climatica
L’ondata di calore di giugno 2026 è un segnale potente. Non perché sia la prima, ma perché arriva dopo anni di record, morti, notti tropicali e stagioni sempre più estreme. L’Europa non sta semplicemente vivendo estati più calde: sta entrando in una nuova condizione climatica.
La domanda non è più se il cambiamento climatico stia influenzando le ondate di calore. La scienza lo mostra con chiarezza. La domanda è quanto rapidamente vogliamo ridurre le cause del riscaldamento e quanto seriamente intendiamo proteggere le persone dagli impatti già inevitabili.
Il caldo estremo non è solo un problema meteorologico. È una questione di salute pubblica, giustizia sociale, pianificazione urbana, sicurezza energetica e responsabilità climatica. Le immagini satellitari di Copernicus e le analisi di World Weather Attribution raccontano la stessa storia: l’Europa si sta scaldando a una velocità che mette sotto pressione società, infrastrutture e sistemi sanitari.
Riconoscerlo è il primo passo. Il secondo è agire, prima che ogni nuova estate diventi un’altra conta di record e vittime evitabili.
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Microplastiche nelle acque potabili, Arpa Abruzzo potenzia le analisi con microspettroscopia Raman

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Bonifiche e materiali di riporto

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L’evento sarà in presenza.

Programma e registrazione

Contest fotografico: “Dal consumo di suolo alla rigenerazione urbana e territoriale”

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Come partecipare
Per inviare la tua foto o il tuo progetto fotografico (entro il 30 settembre 2026), segui questi due semplici passaggi:

Scarica e compila la liberatoria: prima di procedere, è necessario scaricare, compilare e firmare il modulo della liberatoria. Senza questo documento, la candidatura non potrà essere ritenuta valida.

Invia il tuo contributo: accedi al modulo dove potrai caricare la tua foto o il tuo progetto fotografico e la liberatoria firmata.

Locandina

Criteri metodologici per la selezione delle sostanze da monitorare in tema di pesticidi nelle acque e relative liste

 tratto da https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/linee-guida-snpa/criteri-metodologici-per-la-selezione-delle-sostanze-da-monitorare-in-tema-di-pesticidi-nelle-acque-e-relative-liste/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=criteri-metodologici-per-la-selezione-delle-sostanze-da-monitorare-in-tema-di-pesticidi-nelle-acque-e-relative-listeLinee Guida SNPA n. 58/2026 – ISBN 978-88-448-0377-3

Le Linee Guida SNPA si pongono come obiettivo quello di individuare criteri uniformi per la selezione di un set comune di pesticidi più significativi da monitorare, per via del loro impatto sull’ambiente e sulla salute umana. A tal fine, viene proposta una metodologia che consente la definizione di una lista di pesticidi nazionale e di liste regionali, rappresentative delle specificità territoriali.

La metodologia si basa su criteri che esaminano i rischi legati sia all’esposizione dell’uomo e dell’ambiente, sia alla pericolosità intrinseca delle sostanze. I criteri tengono conto dei dati di monitoraggio delle Agenzie del SNPA, dei dati di vendita, della valutazione della pericolosità e del destino ambientale dei pesticidi.

L’adozione di criteri comuni consentirà una maggiore confrontabilità dei dati prodotti a livello nazionale, favorendo un quadro conoscitivo adeguato sulla contaminazione ambientale da pesticidi e sulla sua evoluzione nel tempo.

Le presenti Linee Guida aggiornano e revisionano la metodologia proposta dalle attuali Linee Guida (Linee Guida SNPA 14/2018 e ISPRA, Manuali e linee guida 152/2017).



Il tempo rubato dalla mobilità inefficiente è una questione sociale e urbana

 tratto da https://ambientenonsolo.com/il-tempo-rubato-dalla-mobilita-inefficiente-e-una-questione-sociale-e-urbana/

Una città che fa perdere tempo è una città meno sostenibile

Il tempo rubato dalla mobilità inefficiente ha anche conseguenze ambientali. Quando il trasporto pubblico non è competitivo, cresce la dipendenza dall’auto privata. Le persone scelgono il mezzo individuale non sempre per preferenza, ma perché il sistema collettivo non offre tempi certi, percorsi diretti e frequenze adeguate.

Il risultato è un circolo vizioso: più auto in strada significano più congestione; più congestione significa autobus più lenti; autobus più lenti rendono il servizio meno attrattivo; un servizio meno attrattivo spinge altri cittadini verso l’auto. Spezzare questo ciclo è una delle sfide principali delle politiche urbane.

Per farlo non basta acquistare nuovi mezzi o annunciare nuove linee. Serve una visione integrata: corsie riservate, preferenziamento semaforico, nodi di scambio efficienti, informazioni in tempo reale, marciapiedi accessibili, percorsi pedonali sicuri, integrazione con biciclette, sharing mobility e mobilità di prossimità.

Una città sostenibile non è soltanto una città con meno emissioni. È anche una città che non spreca il tempo dei suoi abitanti.

Restituire tempo alle persone

Guardare alla mobilità attraverso la categoria del tempo rubato permette di riportare al centro l’esperienza concreta dei cittadini. Non si tratta solo di far muovere i mezzi, ma di far funzionare la vita quotidiana.

Un trasporto pubblico affidabile consente di uscire di casa senza anticipi eccessivi, di arrivare puntuali al lavoro, di accompagnare i figli a scuola, di raggiungere una visita medica, di partecipare alla vita sociale e culturale della città. In altre parole, restituisce autonomia.

La sfida per le amministrazioni pubbliche è trasformare questa consapevolezza in politiche misurabili. Non basta chiedersi quante corse vengono programmate, ma quante arrivano davvero quando servono. Non basta calcolare la velocità commerciale media, ma bisogna capire quanto tempo perdono gli utenti lungo l’intero viaggio. Non basta parlare di innovazione, se poi i dati non orientano scelte operative e investimenti.

Il tempo rubato dalla mobilità inefficiente è una delle forme più concrete di disuguaglianza urbana. Riconoscerlo è il primo passo per costruire città più giuste, più accessibili e più vivibili.

Ondata di calore su Italia ed Europa: l’analisi, i dati e le previsioni

 tratto da https://www.snpambiente.it/notizie/temi/meteo/ondata-di-calore-su-italia-ed-europa-lanalisi-i-dati-e-le-previsioni/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ondata-di-calore-su-italia-ed-europa-lanalisi-i-dati-e-le-previsioni

L’isola di calore di Roma vista dallo spazio
L’isola di calore urbana (Urban Heat Island – UHI) è un fenomeno per cui le aree urbane registrano temperature significativamente più elevate rispetto alle zone rurali circostanti. Questa differenza termica è dovuta alle diverse proprietà delle superfici presenti nei due contesti: i materiali tipici dell’ambiente urbano assorbono e trattengono il calore in misura maggiore rispetto alle superfici naturali delle aree meno urbanizzate.
Grazie ai dati del satellite Sentinel-3, l’ARPA Lazio ha potuto stimare l’intensità dell’isola di calore urbano superficiale di Roma a partire dalla temperatura superficiale del suolo (Land Surface Temperature – LST) misurata dal radiometro termico SLSTR. Due indici complementari descrivono il fenomeno, l’indice UHII (1) e l’indice SUHII (2).
Mappa di calore dell’indice SUHII calcolato a partire dai valori di LST (SLSTR – Sentinel-3) disponibili per la settimana corrente all’interno del GRA di Roma
L’indice UHII (1) sintetizza il fenomeno in un unico valore per l’intera area urbana, calcolato come differenza tra la temperatura superficiale media del tessuto urbano entro il Grande Raccordo Anulare e la temperatura superficiale media delle stesse aree rurali di riferimento. Analizzando i dati di LST disponibili per la settimana corrente, l’indice UHII risulta pari a circa 5,1 °C, a indicare che il tessuto urbano di Roma presenta, in media, una temperatura superficiale superiore di poco più di cinque gradi rispetto alle aree rurali circostanti. L’indice SUHII (2) invece, calcolato a livello di singolo pixel, è definito come la differenza tra la temperatura superficiale di ciascun pixel di LST e la temperatura mediana delle aree rurali circostanti, individuate dalla cartografia di copertura del suolo (Corine Land Cover) depurata delle classi antropizzate: la mappa che ne risulta mostra un chiaro gradiente termico tra aree densamente abitate ed aree verdi, con i settori più caldi concentrati nelle zone a maggiore densità edificata e impermeabilizzazione, mentre le zone più fresche (colori meno caldi) corrispondono ai grandi spazi verdi, alle riserve naturali e ai parchi urbani.
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Fovotoltaico in zona vincolata: il CdS dice no al diniego della Soprintendenza (Tiziana Giacalone)

 tratto da https://www.nextville.it/news/64029/fovotoltaico-in-zona-vincolata-il-cds-dice-no-al-diniego-della-soprintendenza

La presenza del fotovoltaico su un edificio in zona vincolata non può essere percepita in assoluto come fattore di disturbo visivo tale da giustificare il parere negativo della Soprintendenza.
Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con la sentenza 4001/2026 in merito al parere sfavorevole della Soprintendenza al collocamento di pannelli fotovoltaici sul tetto di un edificio in un territorio sottoposto a vincolo paesaggistico.
I giudici di Palazzo Spada hanno riconosciuto che l'installazione di pannelli fotovoltaici sulle coperture degli edifici può determinare un impatto visivo sul contesto paesaggistico. Tuttavia, come precisato nella sentenza, la mera visibilità dell'impianto non è un elemento sufficiente a giustificare un giudizio di incompatibilità paesaggistica.
Gli obiettivi comunitari e nazionali sulla produzione di energia da fonti rinnovabili impongono un'attenta comparazione dell'interesse pubblico alla tutela del paesaggio con — l'altrettanto rilevante — interesse pubblico volto all'incremento delle Fer e con l'interesse privato al risparmio energetico.
Pertanto, come precisa la sentenza, nella valutazione della compatibilità paesaggistica di un impianto fotovoltaico sul tetto, la Soprintendenza deve bilanciare l'impatto estetico sul territorio con la fattibilità tecnica dell'intervento evitando sacrifici sproporzionati al proponente.
Per il Consiglio di Stato, la valutazione paesaggistica nei contesti vincolati deve concentrarsi sulle modalità progettuali di installazione dei pannelli, valutando se il collocamento dei pannelli in luoghi diversi dal tetto sia non solo esteticamente preferibile, ma anche tecnicamente accettabile, alla luce del fabbisogno energetico ricavabile.
È necessario valutare — chiarisce la sentenza — anche la natura dei materiali utilizzati al fine di garantire che l'inserimento degli impianti sulle falde di copertura risulti coerente con il pregio e con lo stile architettonico dei luoghi.
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