PARLA
SOLO UNO
Poletti
si sfoga:
“Una
volta se dormivi
dovevi
dire che stavi
pensando,
con
Matteo
è il contrario,
guai
a pensare”
di
Minister
Guai
a parlare, non si può perdere tempo, ci
sono
i tg da appagare e Twitter da intasare. In
Consiglio
dei ministri è concesso respirare, ma
senza
degenerare nel sospiro (segno di dissenso) o
nell'ansimo
(ammissione di inadeguatezza). Si
deve
sentire una sola voce, la sua, quella di Matteo,
il
premier, primus
ma non
certo inter
pares. Lo
sa
bene
il pacioso ministro del Lavoro, quel Giuliano
Poletti
che sperava di rilassarsi con la politica dopo
una
carriera nelle cooperative. “Una volta mi
ha
visto che prendevo tempo prima di rispondere
a
una sua domanda, avevo anche socchiuso gli
occhi.
Che fai? Non starai mica pensando? Guai a
me!
Ho dovuto rispondergli che mi ero assopito.
Una
volta se ti addormentavi dovevi giustificarti
dicendo
che stavi meditando, con Renzi è il contrario”,
si
sfoga il povero Poletti. Il premier preferisce
la
via epistolare: un messaggino alle sei di
mattina:
“Va bene così? Se non rispondi entro
mezz’ora
lo prendo per un sì”. E quando il malcapitato
ministro
si sveglia alle 7 o alle 8 è già troppo
tardi.
Qualcuno ha pensato che Renzi stesse
scherzando
l'altra sera: Maria Elena Boschi interrogherà
tutti
i ministri a ogni riunione, chiedendo
quanti
decreti attuativi mancano per le riforme e
quando
diavolo pensano di approvarli. Il premier
era
serio, serissimo, e mezzo governo già sta cercando
giustificazioni.
Meglio il silenzio abituale
che
il pubblico ludibrio (come è toccato qualche
tempo
fa in conferenza stampa al povero Andrea
Orlando
e come succederà a chi resta indietro con
decreti
ministeriali e tagli di spesa). Angelino Alfano
ogni
tanto osa aprire bocca, ma se ne pente
regolarmente:
la concessione del diritto di parola
spesso
è accompagnata dal gelo dell'indifferenza.
QUALCHE
GIORNO FA, nel
provvedimento sulla
competitività
promosso dal ministro del Tesoro
Pier
Carlo Padoan, appare la norma che reintroduce
l'anatocismo
bancario, gli interessi sugli interessi,
un
regalo che le banche speravano di ricevere
per
il quale mostreranno ovvia gratitudine
(assieme
all'obbligo di Pos, che punisce gli evasori
ma
premia i banchieri). La cara Marianna Madia
se
ne era accorta, era pronta a rompere il silenzio
dell’unanimità,
ma è bastato un sopracciglio alzato
di
Graziano Delrio per riportarla alla sua botticelliana
compostezza.
Guai a sottoporre al capo
problemi
invece che soluzioni. Bisogna collaborare,
giocare
per la squadra, anche al prezzo di
qualche
umiliazione come la conferenza stampa
di
giovedì: la terza in cui la Madia ha presentato
una
riforma della Pubblica amministrazione di cui
non
esiste un testo vero, ma – come insegna Matteo
– la
priorità sono i titoli dei quotidiani, non
quelli
della Gazzetta ufficiale. E la stampa è il dominio
di
Filippo Sensi, “San Sebastiano”, lo ha
chiamato
il principale, perché il portavoce unico
del
renzismo (partito, governo, presidenza, premier)
è
trafitto tutto il dì dalle richieste del premier,
più
che da quelle dei giornalisti. Non gli deve
sfuggire
neppure un tweet
(Renzi vuol
sapere tutto,
anche
per coltivarsi i rapporti coi giornalisti
amici,
come quando ha omaggiato di risposta
pubblica
il fido Claudio Cerasa del Foglio
). Chissà
se
qualcuno ha portato a Renzi l’Economist
di ieri
che
segnalava il primo infortunio social del premier:
ad
Anton La Guardia (rubrica Charlemagne)
non
è piaciuta l’immagine della scrivania presidenziale
twittata
da Matteo nell’ansia di dimostrare
quanto
lavora. “Qualcuno ci ha visto soltanto
un
mucchio di carte disordinate, penne, evidenziatori
e
un succo d’arancia bevuto a metà”,
scrive
Charlemagne in un pezzo che nota le inquietanti
analogie
tra il sindaco d’Italia e il Cavaliere
berlusconiano.
L’unica
cosa gradevole dei Consigli dei ministri
renziani
è che durano poco. Di solito dura di più
pre-Consiglio,
guidato dall’ex vigilessa Antonella
Manzione:
Renzi l’ha chiamata da Firenze per gestire
la
macchina amministrativa, anche se a Palazzo
Chigi
si discute di cose più complesse che
multe
e attraversamenti pedonali. Ma la Manzione
dirige
il traffico assicurandosi che la volontà del
capo
abbia sempre una corsia preferenziale, priva
di
dossi. Ma quanto non entra nel radar del capo
diventa
irrilevante, interi pacchi di provvedimenti
entrano
ed escono dal Consiglio senza che si sappia
bene
chi li ha voluti e perché. Ma queste sono
minuzie
di cui a Corte non si può discutere. il fatto quotidiano 12 luglio 2014
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