sabato 12 luglio 2014

la dittatura ai tempi del pd I segreti del potere renziano Il Consiglio dei ministri silenti e terrorizzati

PARLA SOLO UNO
Poletti si sfoga:
Una volta se dormivi
dovevi dire che stavi
pensando, con
Matteo è il contrario,
guai a pensare”

di Minister
Guai a parlare, non si può perdere tempo, ci
sono i tg da appagare e Twitter da intasare. In
Consiglio dei ministri è concesso respirare, ma
senza degenerare nel sospiro (segno di dissenso) o
nell'ansimo (ammissione di inadeguatezza). Si
deve sentire una sola voce, la sua, quella di Matteo,
il premier, primus ma non certo inter pares. Lo sa
bene il pacioso ministro del Lavoro, quel Giuliano
Poletti che sperava di rilassarsi con la politica dopo
una carriera nelle cooperative. “Una volta mi
ha visto che prendevo tempo prima di rispondere
a una sua domanda, avevo anche socchiuso gli
occhi. Che fai? Non starai mica pensando? Guai a
me! Ho dovuto rispondergli che mi ero assopito.
Una volta se ti addormentavi dovevi giustificarti
dicendo che stavi meditando, con Renzi è il contrario”,
si sfoga il povero Poletti. Il premier preferisce
la via epistolare: un messaggino alle sei di
mattina: “Va bene così? Se non rispondi entro
mezz’ora lo prendo per un sì”. E quando il malcapitato
ministro si sveglia alle 7 o alle 8 è già troppo
tardi. Qualcuno ha pensato che Renzi stesse
scherzando l'altra sera: Maria Elena Boschi interrogherà
tutti i ministri a ogni riunione, chiedendo
quanti decreti attuativi mancano per le riforme e
quando diavolo pensano di approvarli. Il premier
era serio, serissimo, e mezzo governo già sta cercando
giustificazioni. Meglio il silenzio abituale
che il pubblico ludibrio (come è toccato qualche
tempo fa in conferenza stampa al povero Andrea
Orlando e come succederà a chi resta indietro con
decreti ministeriali e tagli di spesa). Angelino Alfano
ogni tanto osa aprire bocca, ma se ne pente
regolarmente: la concessione del diritto di parola
spesso è accompagnata dal gelo dell'indifferenza.
QUALCHE GIORNO FA, nel provvedimento sulla
competitività promosso dal ministro del Tesoro
Pier Carlo Padoan, appare la norma che reintroduce
l'anatocismo bancario, gli interessi sugli interessi,
un regalo che le banche speravano di ricevere
per il quale mostreranno ovvia gratitudine
(assieme all'obbligo di Pos, che punisce gli evasori
ma premia i banchieri). La cara Marianna Madia
se ne era accorta, era pronta a rompere il silenzio
dell’unanimità, ma è bastato un sopracciglio alzato
di Graziano Delrio per riportarla alla sua botticelliana
compostezza. Guai a sottoporre al capo
problemi invece che soluzioni. Bisogna collaborare,
giocare per la squadra, anche al prezzo di
qualche umiliazione come la conferenza stampa
di giovedì: la terza in cui la Madia ha presentato
una riforma della Pubblica amministrazione di cui
non esiste un testo vero, ma – come insegna Matteo
la priorità sono i titoli dei quotidiani, non
quelli della Gazzetta ufficiale. E la stampa è il dominio
di Filippo Sensi, “San Sebastiano”, lo ha
chiamato il principale, perché il portavoce unico
del renzismo (partito, governo, presidenza, premier)
è trafitto tutto il dì dalle richieste del premier,
più che da quelle dei giornalisti. Non gli deve
sfuggire neppure un tweet (Renzi vuol sapere tutto,
anche per coltivarsi i rapporti coi giornalisti
amici, come quando ha omaggiato di risposta
pubblica il fido Claudio Cerasa del Foglio ). Chissà
se qualcuno ha portato a Renzi l’Economist di ieri
che segnalava il primo infortunio social del premier:
ad Anton La Guardia (rubrica Charlemagne)
non è piaciuta l’immagine della scrivania presidenziale
twittata da Matteo nell’ansia di dimostrare
quanto lavora. “Qualcuno ci ha visto soltanto
un mucchio di carte disordinate, penne, evidenziatori
e un succo d’arancia bevuto a metà”,
scrive Charlemagne in un pezzo che nota le inquietanti
analogie tra il sindaco d’Italia e il Cavaliere
berlusconiano.
L’unica cosa gradevole dei Consigli dei ministri
renziani è che durano poco. Di solito dura di più
pre-Consiglio, guidato dall’ex vigilessa Antonella
Manzione: Renzi l’ha chiamata da Firenze per gestire
la macchina amministrativa, anche se a Palazzo
Chigi si discute di cose più complesse che
multe e attraversamenti pedonali. Ma la Manzione
dirige il traffico assicurandosi che la volontà del
capo abbia sempre una corsia preferenziale, priva
di dossi. Ma quanto non entra nel radar del capo
diventa irrilevante, interi pacchi di provvedimenti
entrano ed escono dal Consiglio senza che si sappia
bene chi li ha voluti e perché. Ma queste sono

minuzie di cui a Corte non si può discutere. il fatto quotidiano 12 luglio 2014

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