lunedì 4 gennaio 2016

In Fvg impennata della mortalità: tra le ipotesi l’effetto Chernobyl

Da gennaio ad agosto del 2015 registrati mille decessi in più rispetto allo stesso periodo del 2014. Scomparso un paese grande come Ampezzo. Dibattito aperto tra gli scienziati sulle cause
UDINE. Impennata della mortalità, in Friuli Venezia Giulia, nel 2015. Un altro motivo, tra gli altri, per non rimpiangere l’anno che è appena andato in archivio. E’ un fenomeno di portata nazionale, è bene precisarlo, ma la nostra regione non ne è indenne.
Secondo i dati dell’Istat, nel periodo gennaio-agosto 2015 (il bilancio è parziale, ma è quello più aggiornato) sono decedute tra Udine, Pordenone, Gorizia e Trieste 10.093 persone, mentre nello stesso lasso di tempo del 2014, le morti erano state 9.050.
Mille scomparsi in più in soli otto mesi: come se avessimo perso, in modo del tutto inaspettato, un paese che ha la popolazione di Ampezzo. E un aumento secco del 10 per cento, che è un fatto statisticamente molto rilevante. A livello nazionale l’incremento è stato ancora più accentuato, pari all’11,3 per cento.
Per tirare le somme in modo definitivo bisognerà attendere i riscontri relativi all’ultimo quadrimestre dell’anno appena terminato, ma gli esperti non si aspettano brusche inversioni, visto che il trend dell’incremento della mortalità è stato costante nei mesi.
Si potrebbe superare, in sostanza, il numero di defunti del 2003, che con i suoi 14.799 morti, è il peggiore da quando siamo entrati nel XXI esimo secolo. Come si ricorderà quello però fu l’anno della torrida estate, che purtroppo provocò anche molti problemi sanitari.

Invece 2005, 2006, 2007 e 2014 sono stati gli anni in cui il numero è stato inferiore ai 14 mila, con il 2007 da segnare con un circoletto rosso per il limite più basso, 13.583.
In tutta Italia, sempre tra gennaio e agosto 2015, vi sono stati 45 mila defunti in più del 2014, un numero davvero impressionante.
Tanto che in parecchi si spingono a fare paragoni con i periodi drammatici delle due guerre mondiali, il 1917, il 1918, il 1943 e il 1944, epoche per fortuna lontanissime e che videro i picchi di mortalità del secolo passato, dovuti alle conseguenze dei conflitti e alle malattie, basti pensare all’influenza spagnola del 1917-’18.
Ma oggi? Studiosi, medici, uomini delle istituzioni “maneggiano” con cura le statistiche dell’Istat perchè, in fondo, una spiegazione per tale fenomeno, nell’era in cui la medicina ha fatto passi da gigante, al momento, non è stata individuata.
O meglio ci potrebbe essere una serie di cause che hanno determinato tale evento. Invecchiamento sempre più marcato della popolazione, aspettativa di vita tra le più elevate al mondo (quasi 80 anni per gli uomini, più di 84 per le donne) fanno sì che il ricambio naturale possa essersi per così dire “velocizzato”.
Ma c’è dell’altro: in primis la crisi economica, che potrebbe aver indotto le persone più fragili, gli anziani ma anche chi sta peggio economicamente, a curarsi di meno, o comunque a “tagliare” la spesa per esami, accertamenti, medicine.
Altro fattore è l’ambiente: studi scientifici europei hanno stabilito che il “conto” dell’inquinamento, per l’Italia, è di 84 mila vittime l’anno. E ancora “vecchi” fantasmi, come il disastro nucleare di Chernobyl, che quasi 30 anni fa investì in pieno proprio il Friuli Venezia Giulia e del quale ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Infine potrebbe aver pesato anche il devastante effetto della minore vaccinazione anti influenzale, nell’autunno 2014, in seguito alla presunta (e poi mai acclarata) pericolosità del siero.
Tutte ipotesi, ovviamente. Che però sono corroborate dai pareri degli esperti. Il dottor Luigi Conte, già presidente dell’ordine dei medici di Udine e oggi segretario generale della Federazione nazionale dell’ordine dei medici (Fnomceo), fornisce una chiave di lettura dei dati.
«Vi sono tutta una serie di elementi che hanno contribuito all’incremento della mortalità - dice -. La crisi del vaccino anti influenzale del 2014, ha sicuramente determinato un aumento del rischio tra le persone più anziane e più esposte. Ma non credo sia l’unico motivo che possa giustificare ciò che osserviamo leggendo le statistiche. In particolare, qui in Friuli, c’è sempre da tenere presente la tragedia di Chernobyl, nel 1986, che ci toccò da vicino. E oggi infatti si riscontra una maggiore e rilevante incidenza di tumore alla tiroide. La gente si è dimenticata di Chernobyl perchè è passato molto tempo, ma alla luce degli effetti, forse le precauzioni di allora, non erano esagerate, anzi. Ricordo ancora quando un paziente mi portò in ospedale le verdure che aveva appena raccolto nell’orto: il livello di cesio, misurato con il contatore, era incredibilmente alto».
Fattori che contribuiscono alla mortalità sono anche inquinamento, crisi e invecchiamento generale sempre più marcato.
«Sì certo - ammette Conte - alti livelli di smog comportano una maggiore incidenza di malattie respiratorie, è un elemento accertato da innumerevoli studi. Quindi se l’aria è più pulita stiamo sicuramente meglio e rischiamo di meno. Gli anziani che sono sempre più anziani, a volte con età di oltre 90 anni, comportano tutta una serie di pluripatologie ormai frequenti».
«Abbiamo recuperato - prosegue - anni alla vita, ma non vita agli anni. Il miglioramento della qualità non si è verificato, basti vedere quanti pazienti non autosufficienti ci sono nelle case di cura o nelle case di riposo. Infine la minore disponibilità di denaro spinge i cittadini, in particolare chi appartiene a classi meno agiate, a trascurare la propria salute».
«Chi deve comunque pagare un ticket - è la conclusione - per un esame o deve fare una visita specialistica, tende a rimandare l’appuntamento, se non ha sufficienti capacità economiche. Ho sentito una madre chiedere a un medico se un ulteriore approfondimento diagnostico che aveva consigliato per suo figlio era proprio necessario. Ma così si aumenta solo il rischio».
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