lunedì 9 gennaio 2017

RICORDO DI DON BOSCHIN VENT’ANNI DOPO LA SUA TRAGICA SCOMPARSA.

Aggiunto da redazione il 30 marzo 2015.
Tags della Galleria CronacaEditorialeLatinaMedia
Tags:  Ieri sera è stata officiata una Santa Messa in ricordo di Don Cesare Boschin, vent’anni dopo la sua tragica scomparsa. Un omicidio che non ha mai trovato un colpevole e di cui nonostante interrogazioni parlamentare e l’insistente impegno di Libera, non si riesce a trovare uno spiraglio di luce per accertare quello che è successo quella tragica sera e notte tra il 29 e 30 marzo 1995.
Quella notte, Don Cesare Boschin, anziano parroco della parrocchia di Borgo Montello (Latina), uno o più individui non si è mai capito, dopo essersi fatti aprire la porta. Salgono, Don Cesare, che stava dormendo, si rialza, si rinfila la dentiera per poter parlare con loro. A questo punto, è stato aggredito, percosso, e legato, forse per estorcergli qualche confidenza, in riferimento alla sua figura sacerdotale e pastorale.
La mattina del 30 marzo la perpetua, nell’andare a pulire e riassestare l’appartamento di Don Boschin scopre il parroco legato le mani e imbavagliato con del nastro adesivo, privo di vita. L’autopsia poi determinerà la causa del decesso in un soffocamento e rileverà forti contusioni sul viso, sulle braccia e sulle gambe. E’ presumibile che il delinquente o delinquenti dopo aver cercato di estorcere alcune informazioni, abbiano prelevato dalla stanza le agende e le fotografie del parroco, mai più ritrovate e forse di qualche lira, per simulare una rapina, anche qui fallita, in quanto nelle operazione immediate di indagini, gli inquirenti rovistando negli abiti, siti nell’armadio, hanno trovato i soldi che l’anziano parroco teneva con se.
Quindi si deduce, o si presuppone che Don Cesare conosce almeno uno dei suoi assassini. E si deve purtroppo far notare, come le indagini siano state condizionate dalle troppe presenze di persone sul luogo del delitto. Un fattore che ha sicuramente reso difficile per gli inquirenti l’acquisizione delle prove e degli indizi. Però va hanno comprese il forte legame, cinquantennale del parroco con la comunità, e di conseguenza era preventivabile in preda al forte shock, che molti parrocchiani si sono recati subito sul posto, arrivando prima delle forze dell’ordine, che venivano da Podgora e Latina.
La sfortuna per la comunità, ha voluto che l’anziano parroco, non si fosse ancora tolto la dentiera, quindi al momento dell’imbavagliamento da parte del delinquente intrusore, la dentiera abbia ostruito l’apparato respiratorio causando il decesso. E’ presumibile che Don Cesare Boschin, abbia sofferto di una lenta agonia.
Una fine davvero atroce per una persona, per un parroco, per lo più anziano, a cui la comunità di Borgo Montello, deve molto della sua crescita morale, civile ed economica.
Don Cesare Boschin era venuto a Borgo Montello nel 1950 quasi agli inizi della sua attività pastorale. Per anni la parrocchia di Borgo Montello è stata un punto di riferimento essenziale e determinate per lo sviluppo del borgo. Don Boschin era un parroco molto aperto, con una vasta veduta intellettuale e non aveva paura del confronto ideologico, pur riconoscendo di essere molto legato alla vicende politiche della Democrazia Cristiana. Proprio la sua statura intellettuale e morale ne faceva un punto di riferimento per le autorità politiche, amministrative e imprenditoriali. Molte persone del borgo in età lavorativa, hanno trovato occupazione lavorativa grazie all’intercessione del parroco verso le sue referenze.
Nella sua lunga esperienza pastorale, quasi mezzo secolo di vita, Don Cesare, viveva sempre al centro della collettività, gestendo tutte le fasi di crescita e di evoluzione dei bambini, poi diventati ragazzi e poi uomini, in questo percorso come in tutti i percorsi ci sono state molte soddisfazione e molte delusioni, tante gioie e tante amarezze, sempre affrontate con stile e dignità.
Proprio in quest’ambiente si deve iniziare per capire, quello che era e stava diventando Borgo Montello dal 1980 in poi con la costruzione e l’espansione della discarica di via Monfalcone e l’influenza del potere economico e politico sulla popolazione, che si trovava via via sempre più persuasa, a forza di contesti chiaramente clientelari, a chiudere tutti e due gli occhi su un sistema di gestione che passava da una gestione casareccia ad una gestione sempre più funzionale agli interessi della politica e purtroppo del malaffare gestito dalla criminalità, come scopriremo trent’anni dopo.
Per capire che si trattava di malaffare, basta che chiunque cittadino di Borgo Montello, impegnato, nelle varie attività, ricordi la persuasione e la pervicacia con le varie proprietà succedute cercavano di ottenere il consenso elargendo soldi per le varie manifestazioni e contributi alle varie associazioni, cercando di distogliere l’attenzione dall’espansione graduale dei siti e la sua predisposizione, come poi si è scoperto ultimamente, grazie alle dichiarazioni di un pentito di camorra a ospitare nelle sue vasche rifiuti tossici nocivi di una gravità assoluta, con il conseguente avvelenamento delle acque e dei canali, certificato già da oltre quindici anni dall’ente che è tenuto al controllo e alla tutela delle falde acquifere: Arpa Lazio.
Va detto che la miopia della classe politica locale e pontina è stata devastante, anche se era prevedibile in considerazione che gli alti profitti del traffico illegale, hanno fatto si, che di conseguenza fosse inevitabile l’occhio di riguardo dei vari esponenti politici. Non bisogna dimenticare che in quegli anni, metà anni 80 anni 90, i rifiuti erano divisi in assimilati e non assimilati. Difatti il gestore si giustificava dietro l’autorizzazione alla scarico, legalmente autorizzata, peccato che non erano omogenizzati, ma prodotti cancerogeni, e che il traffico era gestito dalla criminalità organizzata, come emerso dalle dichiarazione del pentito Carmine Schiavone.
Questa che sembra una divagazione, è la premessa per capire i contorni dell’ambiente in cui matura questo tragico evento, all’apparenza fatto passare per una rapina andata storta.
Qual era il ruolo di Don Boschin? Semplice quello di parroco, che nonostante l’età raccoglieva le ansie e le preoccupazione di più di qualche anziana mamma che non capiva, come mai i figli all’improvviso si trovano con dei soldi extra e perché si chiedeva a questi ragazzi di lavorare di notte e all’alba, e questi ragazzi, uomini non parlavano. Un sistema “strano” per la gente contadina dei borghi, abituati a vivere con la luce del sole e le stelle della notte. Oppure raccoglieva le confidenze di qualche parrocchiano che notava strani movimenti vicino alla discarica.
Questa situazione di disagio, inizia a diventare collettiva e la popolazione residente nei dintorni chiese aiuto a Don Boschin per protestare contro strani miasmi, che provenivano dalla discarica e che si erano intensificati nel tempo, costituendo un comitato di protesta. Da quanto si apprende dal sito “Wikipedia”: “Il parroco aveva accettato di ospitare il comitato nei locali della chiesa. Il comitato, nelle sue richieste di legalità e giustizia, iniziò a sospettare traffici illeciti nel territorio. I sospetti trovarono le prime conferme dopo la denuncia di uno dei giovani disoccupati locali impiegati dalla criminalità organizzata per trasportare i rifiuti nella discarica. Don Cesare e il comitato civico riuscirono a convincere l’allora sindaco di Latina Ajmone Finestra a richiedere l’analisi del terreno per rilevare eventuali contaminazioni. Il comitato iniziò a subire le prime ritorsioni per la sua battaglia: nel borgo comparvero scritte minacciose, le case di alcuni membri furono oggetto di sparatorie, lo stesso don Cesare subì diverse intimidazioni. Una settimana prima dell’omicidio, il parroco si sarebbe recato a Roma per chiedere la fine dei traffici ad alcuni politici della ormai disciolta Democrazia Cristiana, alla quale si era rivolto in passato per trovare lavoro ad alcuni suoi parrocchiani. Successivamente avrebbe incontrato il capitano provinciale dei carabinieri per le stesse ragioni”.
Con questo quadro, ha una sua logica, l’idea che qualcuno potesse avere in cuore il pensiero di dare un segnale forte e preciso alla popolazione del borgo.
Nello sviluppo degli elementi bisogna inoltre osservare alcuni fattori di criticità, che nella supposizione della semplice rapina non vengono presi in considerazione, ma giudicati vent’anni dopo, in seguito alle dichiarazione del pentito Schiavone, hanno un’altra dimensione.
Chi gestiva la discarica e il traffico dei rifiuto tossici nocivi illegali aveva tutto l’interesse a desertificare intellettualmente il borgo e l’intento è pienamente riuscito. Il comitato di lotta alla discarica si è subito disgregato, dopo aver ottenuto risultati impensabili, basti pensare alla mancata realizzazione del progetto Ciseco, che prevedeva la nascita di un termoinceneritore. Un progetto che aveva ammaliato molti esponenti politici locali. Il clima di paura e omertà che ne è scaturito dall’evento delittuoso, ha tolto alla gente qualsiasi volontà di aggregazione. Basti pensare che per anni oltre quindici, non si sono più svolte riunione di qualsiasi tipo, se non catechesi in parrocchia. Eppure non bisogna dimenticare che il comitato aveva davvero coinvolto la gente del borgo, tant’è che in un un’assemblea svoltasi nell’autunno del 1991 l’amministrazione comunale fu duramente contestata e l’allora sindaco ne usci con le ossa rotte e subì una dura contestazione. Una contestazione talmente inaspettata che inasprì ancora di più il conflitto tra cittadini e istituzione. Due anni dopo, si formò un gruppo di giovani che si avviarono in politica in alternativa alla logica democristiano. Furono le elezioni che portarono alla prima giunta Finestra. Terzo elemento: Don Boschin era politicamente molto fragile, vuoi per l’età e vuoi per il cambiamento di diocesi. Infatti Borgo Montello dal 1991 era passata dalla diocesi di Albano Laziale a quella di Latina e i rapporti tra il nuovo vescovo e Don Boschin erano molto labili se non inesistenti. Se pensiamo che come assistente gli fui inviato un parroco Don Maua, un prete del Ruanda, di cui si ipotizza una tragica fine nella diaspora tra etnie tribali, e che comunque al borgo si era reso responsabile di comportamenti e frequentazioni non proprio ortodosse alla chiesa cristiana. La mancata richiesta di partecipazione come parte civile della Chiesa, e di conseguenza della comunità parrocchiale e la veloce chiusura delle indagine da parte della procura per mancanza di indizi e la richiesta di trasferimento immediata e subito accolta, del giudice, allora incaricato alle indagini, fa sì che sia lecito nutrire qualche perplessità sulla dinamica degli eventi e che è molto presumibile che la pista della rapina ad opera di balordi sia molto probabilmente il classico depistaggio, che accontenta chi deve accontentare.
Tutte queste considerazioni, le dichiarazione del pentito Carmine Schiavone, che addirittura ad una precisa domanda, pur dichiarando chiaramente che non era a conoscenza di dettagli e che per i Casalesi, Don Boschin, non era un problema, lascia intendere che lui era a conoscenza che qualcuno poteva sapere, cosa era successo quella sera. Queste indicazioni fanno ritenere plausibile, la convinzione emersa nel tempo da alcuni borghigiani e da molti intellettuali, che l’irruzione nella Canonica e la morte di Don Boschin sia stata voluta da persone che avevano tutto l’interesse, che si creasse un clima di paura e di disagio nel tessuto locale, con l’obiettivo di tenere lontana l’attenzione dei media e della popolazione dalle dinamiche dei rifiuti e dei loro interessi.
Quindi non si va lontano dalla verità nel ritenere, che i mandanti e gli esecutori, non erano certo degli sprovveduti e dei dilettanti, ma professionisti sia delle logiche di potere e sia delle dinamiche criminali, in grado di sapere esattamente gli obiettivi che tale azione avrebbe comportato e le relative conseguenze.
Certo, con le indagini chiuse, con il passare degli anni, queste supposizioni sono sempre più fantasiose, ma per chi ha vissuto sulla propria pelle anni di battaglie, di lotte per la ricerca della verità e della giustizia sono ipotesi molto verosimili.
Ultimamente più di qualche esponente politico del PD e l’associazione Libera di Don Coiotti si stanno battendo per la riapertura delle indagini, ma ad oggi non risultano iniziative concrete di cui si è a conoscenza. I cittadini di Borgo Montello chiedono giustizia per questo anziano parroco, cui devonoriconoscenza per il suo operato. Ma l’impresa è da oltre la vetta del Nanga Parbat (montagna tibetana, dove nessuno riesce a raggiungere la vetta). Basta pensare le difficoltà che chiunque, studioso, giornalista, scrittore incontra, quando decide di affrontare questo delicato tema, ne è testimone il sindaco di Trebaseleghe, paese natale di Don Boschin, e altri noti scrittori nazionali e locali, che hanno desistito o sono stati consigliati di soprassedere dall’affrontare questo delicato tema. http://www.buongiornolatina.it/ricordo-di-don-boschin-ventanni-dopo-la-sua-tragica-scomparsa/

Nessun commento: