di
Francesco
Casula
Taranto
Tutti
contro il decreto Ilva. Il sesto provvedimento
emanato
in due anni da tre
governi
per salvare l’acciaieria di Taranto, innanzitutto,
ha
scatenato l’ira di Edo Ronchi
(nella
foto), subcommissario ambientale, che
ha
confermato la rinuncia all’eventuale rinnovo
nel
ruolo, scaduto ufficialmente lo scorso
5
giugno. Al Fatto
,
Ronchi
ha confermatto
di
voler chiudere la
sua
avventura tarantina
“perché
ritenevo e
ritengo
necessario
cambiare
passo” rispetto
a
quanto avvenuto,
ma
il nuovo decreto,
di
fatto, ha bocciato
le
due condizioni
poste
proprio dallo
stesso
Ronchi per continuare a lavorare al risanamento.
Il
testo approvato, infatti, non
prevede
la nomina del commissario ambientale
con
maggiori poteri che, secondo l’ormai
ex
subcommissario, avrebbe garantito “l’operatività
necessaria,
in una fase nuova” attraverso
“una
catena di comando definita e una
struttura
adeguata”. Non solo. Il testo approvato
dal
Consiglio dei ministri ha stoppato
anche
la possibilità di utilizzare subito le risorse
dei
Riva sequestrate dai pubblici ministeri
milanesi
per le operazioni di risanamento
dagli
impianti e la continuità produttiva. “A
mio
parere – ha spiegato ancora Ronchi - senza
queste
condizioni non è possibile cambiare
passo
e realizzare il risanamento ambientale,
garantendo
il posto di lavoro a migliaia di persone
e
la continuità di una fabbrica che è un
pezzo
importante dell’economia locale e nazionale”.
Eppure
nella bozza arrivata sul tavolo del governo
era
previsto che su semplice richiesta
del
commissario i fondi sarebbero stati svincolati
dal
giudice. A spaventare il governo, evidentemente,
dev’essere
stata la paventata ipotesi
fatta
circolare nei giorni scorsi secondo la
quale
i Riva erano intenzionati a sollevare l’illegittimità
costituzionale
del provvedimento.
SULLA
PORTATA insufficiente
del decreto sono
in
molti a pensarla allo stesso modo. Nichi
Vendola,
governatore della Puglia, ha parlato
di
due anni “persi” visto che “gli interventi
sono
rimasti al palo” e ha aggiunto “spero che
non
si stia andando verso lo schianto perchè il
rischio
è che rimangano inevasi i problemi ambientali
e
la perdita di 20.000 posti di lavoro”.
Anche
Ermete Realacci (Pd), presidente Commissione
Ambiente
della Camera, ha infierito
sul
provvedimento: “Non è rassicurante. Se
non
sono garantite risorse, tempi e responsabilità
certe
sul risanamento ambientale, il
Parlamento
non potrà convertirlo”. Anche
Angelo
Bonelli, infine, ha puntato il dito contro
il
tesoro dei Riva risparmiato dal governo
chiedendo
“l'estensione a chi inquina creando
bombe
ecologiche della legge Rognoni-La
Torre
sul sequestro e la confisca dei patrimoni
ai
mafiosi” in modo che i soldi dei Riva possano
“essere
la garanzia” per Taranto.
il fatto quotidiano 14 luglio 2014
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