http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/ricercamarina/Quad_Ric_Mar__3_12_240713.pdf
Curatori ed autori: Michele ROMANELLI (ISPRA - Roma), Otello GIOVANARDI
(ISPRA - Chioggia), Laura SABATINI (ISPRA - Chioggia), Gianluca
FRANCESCHINI (ISPRA - Chioggia).
Si ringrazia il Consorzio di Bonifica Delta del Po di Taglio di Po (RO) e la
Regione Veneto per aver autorizzato la divulgazione di testo ed immagini
tratte da: "Interventi per la tutela, la promozione e lo sviluppo della zona
costiera del Veneto e per la creazione di zone di tutela biologica marina (L.R.
12/07/2007 n. 15). Progetto per la gestione dell'allestimento di barriere
artificiali sommerse". Quaderno del Consorzio, 2012: 126 pp.
5. CONCLUSIONI
Secondo quanto definito nell’analisi delle criticità e nelle linee guida elaborate
dal “Gruppo di Lavoro biologico” in ambito del progetto Adriblu (Adriblu,
2006) e in accordo con la bibliografia specialistica sulla definizione dei siti
migliori per il posizionamento di BA, le aree costiere prossime al delta del Po
non risultano essere pienamente idonee o rendono a rischio l’efficacia delle
BA, in particolare quando sono presenti alti tassi di sedimentazione e la
probabilità di fenomeni di anossia o di ipossia sia elevata (alta reattività dei
fondali, diagenesi precoce, ecc.). L’individuazione di una piccola area con
caratteristiche relativamente attenuate rispetto alle condizioni medie
osservabili in corrispondenza del delta del Po, provate anche da alcune
osservazioni biologiche preliminari sui popolamenti sessili di corpi morti
dell’impianto di allevamento mitili molto prossimo al sito candidato, in
aggiunta a valutazioni di opportunità diverse da quelle strettamente
biologiche, ha portato il Gruppo di Lavoro, allargato agli stakeholder, a
scegliere l’area in oggetto. La limitata visibilità osservabile per gran parte
dell’anno ha molto limitato la raccolta dati tramite monitoraggio con il metodo
noto come visual census e/o con telecamere subacquee (ad es. tramite
ROV, Remoted Operated Vehicle), costringendo di fatto a monitorare
soprattutto con campionamenti con attrezzi fissi di pesca (vedi Adriblu, 2006
per una analisi dei vantaggi e svantaggi di questo metodo). Il fattore visibilità
ovviamente limita l'eventuale uso dell’area per attività ricreativa subacquea.
I dati acquisiti sui popolamenti animali presenti nei dintorni o sulle varie
strutture sommerse di differente forma e materiali e disposti in siti alquanto
discosti evidenziano, nel loro complesso, come gli stessi siano piuttosto ricchi
in termini di specie ma modesti in termini di biomassa, come palesato dal
confronto di campioni di epibenthos o della fauna ittica ottenuti secondo
procedure standard nel corso degli studi intrapresi nel sito in questione,
nonché per confronto con dati provenienti da simili barriere artificiali collocate
a quasi tre miglia marine dalla costa marchigiana su fondali di natura e
profondità assimilabili a quelle del sito di Scardovari.
La ricchezza specifica complessivamente rilevata in campioni ittici e bentonici
prelevati in tempi diversi dall’installazione delle strutture sommerse in esame
dimostrano come l’eterogeneità dei siti prescelti e della morfologia dei corpi
immersi abbia consentito alle uova, larve, giovanili ed adulti di numerose
specie animali di trovare microambienti idonei alle loro esigenze etologiche ed
ecologiche (essendo la suddivisione tra le due categorie, volendo ragionare in
maniera volutamente semplicistica, legate ad interazioni tra animali e
strutture sommerse di breve o più lunga durata, poiché solo in quest’ultimo
caso appare più probabile che le strutture in questione possano determinare
effetti a livello di popolazione o di gruppi di individui, ad esempio riducendo il
tasso medio di mortalità grazie ad una maggiore protezione dai propri
predatori o ad una locale maggiore disponibilità di idonee fonti di cibo). Ciò
concorda con osservazioni in letteratura circa la maggiore varietà di specie e
di dimensioni medie di individui in strutture artificiali dotate di maggiore
“complessità spaziale” (Charbonnel et al., 2000; Bartholomew e Shine,
2008; Azhdari et al., 2011). Tutto ciò è pure confermato dal fatto che
numerosi lavori scientifici dimostrano come i pesci pelagici (ossia quelli che
comunemente si mantengono nella parte intermedia o superiore della
colonna d’acqua quali, ad esempio, alici e sugarelli) tendano a sviluppare
interazioni “deboli” con le strutture sommerse e preferiscano quelle con buon
profilo verticale, mentre i pesci di fondo o crostacei, quali granchi ed astici,
preferiscano strutture basse (Spanier, 1994) e come gran parte delle specie
animali optino per installazioni che offrano “rifugi” simili alla loro dimensione
corporea in un determinato momento del loro ciclo vitale. Inoltre il maggiore
o minore grado di mobilità degli esemplari delle singole specie influenza il
grado di “connettività” tra le varie strutture sommerse, ossia la distanza
massima alla quale esse di fatto divengono un unico corpo per la specie in
questione. Per cui al di là delle “esigenze” di singole specie animali si rileva
che le strutture sommerse con spazi interni di diverse misure, con parti di
diverso profilo verticale, luminosità, orientamento rispetto alle correnti
tendono ad essere più ricche di vita che non strutture “più semplici” presenti
nello stesso sito. A titolo di completezza si rileva che anche il periodo
dell’anno in cui le strutture sommerse sono inizialmente installate
contribuisce alla definizione della comunità animale (e vegetale, in presenza di
idonei livelli di luce e movimentazione delle acque sul fondo) perché le
superfici solide inizialmente nude sono colonizzate dalle specie presenti in
quella data nello zooplancton e fitoplancton locale ed esse poi ostacolano
analoghi processi da parte di altre specie (Svane e Petersen, 2001); la
stessa cosa vale per alcuni pesci o altri animali mobili a comportamento
territoriale (es. astici e scorfani).
Nel considerare la non grande abbondanza numerica e ponderale dei pesci e
degli invertebrati rinvenuti nei campionamenti, occorre tenere presente che
per le specie che sviluppano “interazioni strette” con le barriere artificiali
sommerse (ad esempio quelle “sessili”, ossia fissate per gran parte del loro
ciclo vitale sulle pareti delle strutture) le dimensioni complessive delle
strutture determinano (o almeno influenzano molto) le dimensioni dei
popolamenti delle specie che si possono installare attorno o sulle medesime
strutture solide sommerse.
In effetti in Giappone e Sud Corea, nelle cui acque marine costiere sono state
installate, nel corso di più lustri, numerose ed enormi barriere artificiali con
l’intento di facilitare l’esercizio della pesca artigianale, si ammette che esse
debbano avere un volume di almeno 2.500 metri cubi (Ogawa, 1982;
Nagahata, 1991; Jensen et al., 2000; Kim, 2001); inoltre la reciproca
disposizione dei corpi immersi è parimenti rilevante, perché molti animali di
interesse commerciale trovano rifugio nelle strutture sommerse ma tendono
ad esplorare le zone circostanti alla ricerca di cibo, quindi occorre cercare di
“calibrare” le due esigenze collocando le strutture sommerse ad una distanza
reciproca idonea per le caratteristiche di mobilità delle specie animali da
tutelare (Campbell et al., 2011).
Nell’area marina oggetto di studio l’immersione di strutture sommerse è
assimilabile in qualche modo ad un intervento “sperimentale” in quanto esse,
pur essendo di dimensioni molto modeste sia nei singoli sottositi che nel loro
insieme, hanno consentito di individuare i moduli costruttivi più idonei, ad es.
in termini di ricchezza di specie, di efficienza e facilità di insediamento.
Tuttavia le limitate dimensioni delle installazioni hanno negativamente
influenzato le dimensioni dei gruppi di esemplari di specie ittiche costiere note
per essere più “legate” a substrati duri e ciò spiega, almeno in parte, perché
le catture dei campionamenti sperimentali di pesca siano state piuttosto
oscillanti ed i complessivi rendimenti tendenzialmente ridotti.
Non si deve trascurare, inoltre, la presenza nella zona di un’intensa attività di
pesca professionale. Tale area richiama, infatti, molti pescherecci che
effettuano la pesca con i “rapidi”, essendo caratterizzata da una pressoché
costante ed elevata presenza di specie target quali la canocchia e la sogliola
comune. Nonostante sia vietata ogni forma di pesca fino a 200 metri di
distanza dall’impianto di mitili e sia proibita la pesca a strascico entro le tre
miglia dalla costa, i rilievi Side Scan Sonar hanno permesso di osservare
anche nelle vicinanze delle strutture molti solchi lasciati dai rapidi. Pertanto
appare assai grave che attorno alle strutture installate con scopi di
protezione delle risorse ittiche siano svolte attività di pesca illegali, in quanto
l’intensa attività di prelievo e l’azione di disturbo hanno contrastato e
probabilmente ridimensionato l’effetto di ripopolamento esercitato dalla
presenza delle barriere artificiali.
L’Italia è stata uno tra i paesi europei più attivi nella posa di barriere artificiali
e la maggior parte dei progetti è stata supportata al 50% da finanziamenti
dell’Unione Europea (Jensen, 2002). Tali progetti, realizzati allo scopo di
proteggere e sviluppare le risorse alieutiche, hanno previsto l’introduzione di
misure di gestione delle zone marittime costiere interessate attraverso
l’applicazione di regolamenti comunitari ed il coinvolgimento delle
amministrazioni e delle organizzazioni dei pescatori locali. Ad esempio, il
Regolamento CEE 4028/86 prevedeva la partecipazione alla realizzazione dei
progetti di organizzazioni o cooperative di produttori ed, inoltre, il bando di
ogni attività di pesca ed il monitoraggio scientifico per tre anni dopo
l’installazione delle strutture artificiali.
L’identificazione ed il coinvolgimento di un gruppo di pescatori professionisti di
fatto produceva automaticamente un controllo dell’area rispetto a tutte le
possibili conflittualità e/o interferenze, sia antropiche che naturali.
Differentemente la posa delle barriere a Scardovari è stata effettuata con il
solo scopo del ripopolamento e non per un successivo utilizzo da parte dei
professionisti o dei dilettanti, essendo l’area interdetta ad ogni tipo di pesca;
questo in termini pratici si è tradotto nella mancanza di un ente gestore che
coordini gli eventuali accessi e controlli il rispetto dei divieti.
L’area, di conseguenza, è soggetta nella pratica ad un libero accesso, per
quanto illegale, e all’indiscriminato sfruttamento delle risorse rinnovabili da
parte di varie tipologie di pescatori, ulteriormente incoraggiati dalla crisi in cui
attualmente versa il settore.
Sarebbe auspicabile, perciò, l’istituzione di un organismo locale che gestisca
e coordini le attività che si svolgono nei pressi delle barriere artificiali. Tale
organismo dovrebbe prevedere la partecipazione anche dei pescatori, in
modo che si possa creare un’azione concertata di controllo dell’area e
sfruttamento razionale della risorsa che permetta alle strutture sommerse di
esprimere pienamente le loro capacità di ripopolamento.
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