sabato 9 luglio 2016

Seveso, il testimone: “Per una settimana il silenzio su quello scoppio”

La paura e i dubbi su un nuovo progetto: “Sul terreno ancora inquinato, da allora, vogliono far passare un tratto della Pedemontana”. I dati sulle conseguenze dell’avvelenamento da diossina: da allora trenta vittime per tumori e patologie cardiache

«Avevo alcuni parenti che lavoravano all’Icmesa, era una fabbrica conosciuta anche per altri incidenti prima del 1976». Alberto Colombo quel sabato mattina del 1976 aveva 15 anni e come ogni sabato mattina passa in bicicletta davanti alla fabbrica Icemsa che ha sede a Meda. «Mia nonna abitava a Meda. Il disastro porta il nome di Seveso ma in realtà la fabbrica è a Meda, poco distante, e quell’azienda comunque si era resa colpevole di altre emissioni e scarico nei corsi d’acqua di materiale inquinante prima di quel sabato».  

Un sintomo di quell’inquinamento era la moria degli animali del 1976 «la gente parlava di animali morti nelle immediate vicinanze della fabbrica che veniva indennizzata dalla fabbrica stessa - racconta Colombo -. Era considerata non una “fabbrica sporca”, perché su quella azienda, dopo vari passaggi di proprietà, non era stato fatto investimento in sicurezza o in tecnologia, gli impianti erano spremuti al massimo». Cosa produceva Icmesa? «Molte sostanze tra queste il tricloro fenolo, il Tcdd (la diossina) era un impurità del tricloro fenolo, il reattore aveva una valvola di sicurezza e di sfogo direttamente in atmosfera. Già prima dello scoppio si supponeva che quello che usciva non era certo un aerosol salutare». 


10 luglio 1976: il disastro di Seveso. La nube di diossina



Alle 12,37 di sabato 10 luglio 1976 il turno era finito alle sei del mattino e non doveva esserci lavorazione in quel reattore, che però «aumenta improvvisamente la temperatura, e porta quella percentuale di prodotto spurio a livelli eccessivi, la reazione va oltre i 150 gradi la diossina aumenta, e così aumenta la pressione, la valvola di sicurezza fa il suo lavoro: si stacca il disco di contenimento e si butta questa nube nell’aria».  


«Quello stesso giorno sono passato davanti alla fabbrica e tutto era normale - prosegue Colombo - è la popolazione che segnala di sentire un odore strano nell’aria. Subito non c’è sensazione di pericolo, gli odori cattivi c’erano spesso. Prima di una comunicazione ufficiale passa una settimana: sette giorni prima di avvisare la popolazione sul grado di pericolo che sta correndo». 



Poi i segni della diossina sui bambini: «Iniziano a circolare sui giornali le foto dei bambini con la floracne. E quei cartelli davanti alla fabbrica “zona infestata da sostanze tossiche”, vengono vietati come alimenti i prodotti degli orti». Allora i sindacati interni all’Icmesa prendono posizione e decidono loro di bloccare lo stabilimento. Cosa è rimasto di quell’inquinamento? «È rimasta la zona B, quella con il terreno contaminato e non bonificato sepolto, le zone B e la zona R quella di rispetto sono zone dove la terra è stata rivoltata e non bonificata. Adesso proprio lì dovrebbe passare un tratto della Pedemontana. In quel terreno c’è ancora diossina e se il terreno viene smosso e scavato in profondità non possiamo sapere cosa succederà e dove finirà la diossina di cui è ancora impregnato».  

A Seveso proprio per i 40 anni del disastro si è tenuto un convegno dell’Ordine dei medici di Monza e Brianza «L’evento diossina 40 anni dopo: quali insegnamenti» . I dati raccolti da allora parlano di trenta morti per patologie legate al cancro e malattie cardiache, queste dovute allo stress dell’evento.  
 http://www.lastampa.it/2016/07/09/scienza/ambiente/focus/seveso-il-testimone-per-una-settimana-il-silenzio-su-quello-scoppio-v644T5stpInvnvqwBGSqsK/pagina.html

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