ma conferma tubi e infrastrutture eccessivi
per le esigenze italiane. Tanto il conto arriva a noi UN ALTRO MONDO
Prima della crisi,
i rigassificatori erano un
affare d’oro, profitti milionari
garantiti: poi la domanda è
crollata, nel 2023 la domanda
sarà più bassa che nel 2003 LA TASSA OCCULTA
L’esecutivo ha imposto al G7
il principio che se i nuovi
impianti restano inutilizzati
verranno comunque
remunerati: fino a 350 milioni
di euro a carico degli italiani
tratto da il fatto quotidiano 21 maggio 2014
Quale
imprenditore costruirebbe
un
mega hotel
in
una località in declino
turistico
e con incerte
prospettive
di ripresa? Probabilmente
nessuno.
Eccetto forse se i soldi
non
fossero suoi. Nel settore dell'energia
qualcosa
di simile potrebbe
accadere
davvero: nonostante i consumi
gas
in calo, tornati ai livelli del
2002,
il governo è convinto della necessità
di
nuove infrastrutture di import.
Anche
a costo di farle pagare ai
consumatori,
per un onere che potrebbe
raggiungere
350 milioni all'anno
o
più.
Negli
anni 2000, quasi tutte le grandi
utility
sognavano di costruire un gasdotto
o
un rigassificatore. Il mercato
gas
era una miniera d'oro per chi riusciva
a
entrare: domanda in crescita e
prezzi
alle stelle, complice il quasi-
monopolio
Eni. Importazioni indipendenti
avrebbero
offerto alti
margini,
ridotto un po’ i prezzi e aumentato
la
sicurezza delle forniture.
Così
nell’arco di poco tempo una
quindicina
di progetti di terminal per
gas
liquido (Gnl) e una manciata di
nuovi
tubi si sono accalcati sui tavoli
dei
ministeri.
Il
mondo dopo
la
crisi è diverso
Dopo
il 2008 però è cambiato tutto:
la
crisi e l'espansione delle fonti rinnovabili
hanno
fatto crollare i consumi.
Un’offerta
crescente si è riversata
su
un mercato che la regolazione
aveva
reso più dinamico, falcidiando
prezzi
e margini. Di colpo, costruire
un
rigassificatore è apparso assai meno
attraente,
viste le incertezze su come
recuperare
i costi di un investimento
di
cui non sembra più esserci
bisogno.
Eppure
il governo indica tra le priorità
energetiche
la realizzazione di
nuove
infrastrutture per l'import, in
particolare
terminali per navi metaniere.
Illustrando
in marzo al Senato
il
programma del suo dicastero, il
ministro
dello Sviluppo economico
GIUSEPPE
BONOMI
Sanzione
Consob per
l’uomo
che parlò troppo
Adesso
è
consulente per gli aeroporti
del
ministro delle Infrastrutture
Maurizio
Lupi, ma nel novembre
2012
Giuseppe Bonomi era il
presidente
(in quota Lega Nord)
della
Sea, la società che gestisce Linate
e
Malpensa e il comune di Milano
voleva
a tutti i costi quotare in
Borsa.
Bonomi promise che la società,
dopo
la quotazione, avrebbe
dato
in dividendi il 70 per cento degli
utili.
Siccome però questa decisione
non
l’aveva mai presa nessuno,
a
un anno e mezzo di distanza
la
Consob ha multato la Sea. Sanzione
poco
più che simbolica, 5 mila
euro,
anche perché quella affermazione
infondata
non ha danneggiato
nessuno.
La quotazione della
Sea
fu infatti bloccata dalle proteste
dell’azionista
di minoranza, il
fondo
F2i guidato da Vito Gamberale.
Il
quale è stato poi denunciato
dallo
stesso Bonomi alla procura,
con
l’accusa di aggiotaggio, per
aver
contribuito a far saltare il collocamento
in
Borsa facendo uscire
sui
giornali notizie negative sull’an -
damento
della società. Ii magistrati
di
Milano devono stabilire se quelle
notizie
fossero vere o false, cioè se
abbiano
danneggiato la Sea o salvato
i
risparmiatori. Per adesso la
Consob
punisce Bonomi, e segna
un
punto a favore di Gamberale.
Federica
Guidi ha evidenziato la necessità
di
“rimuovere gli ostacoli allo
sviluppo
della nostra capacità di rigassificazione
per
beneficiare della
rivoluzione
dello shale gas” Usa (cioè
il
gas estratto dalle rocce). Un concetto
ribadito
al vertice G7 sull’energia
di
Roma.
Più
nei dettagli è entrato il viceministro,
Claudio
De Vincenti, annunciando
l'emanazione
a breve di un
decreto
della presidenza del Consiglio
per
le infrastrutture “strategiche”,
ossia
coerenti con la Strategia
energetica
(SEN) varata nel 2012 dal
governo
Monti. Opere, ha spiegato,
per
le quali “si prevederà la possibilità
di
recupero garantito (anche
parziale),
dei costi a carico del sistema”,
ossia
dei consumatori, “anche
in
caso di non pieno utilizzo”. Un
principio
che l'Italia è riuscita a far
passare
nella dichiarazione finale del
G7:
i costi di opere “necessarie per
aumentare
la sicurezza degli approvvigionamenti,
e
che non possono essere
costruite
secondo le regole del
mercato
- vi si legge - potrebbero essere
sostenuti
attraverso quadri regolatori
o
attraverso il finanziamento
pubblico”.
Le
bollette quindi ripagheranno ai
proprietari
una maggioranza dell’investimento,
si
parla di circa due terzi,
anche
a impianto fermo. Il ministero
dello
Sviluppo ha stimato un
extra-onere
di circa 150 milioni/anno
per
un terminal da 8 miliardi di
metri
cubi all’anno in caso di completo
inutilizzo.
Nella SEN si giudica
necessario
almeno un impianto di
questa
taglia, o due se non sarà realizzato
il
gasdotto Albania-Italia
TAP.
Se aggiungiamo il più piccolo
OLT
di Livorno, già realizzato ma a
cui
il ministero vuol comunque concedere
il
meccanismo (stima: 60 milioni
all'anno),
si sale a 210-360 milioni
all'anno.
Ma
si potrebbe andare anche oltre:
sul
numero di impianti da realizzare,
Guidi
si è limitata a ricordare che
attualmente
quelli autorizzati sono
tre.
L’unico da 8 miliardi di metri
cubi
è Porto Empedocle di Enel, in
Sicilia,
che potrebbe usarlo per importare
Gnl
dagli Stati Uniti in base a
un
recente accordo. Gli altri due sono
Gioia
Tauro (12 miliardi di metri
cubi),
in Calabria, il cui principale
socio
con Iride è la Sorgenia della
famiglia
De Benedetti - alle prese con
ben
altri problemi di debito ma che
potrebbe
vendere ad altri - e Falconara
della
petrolifera Api, nelle Marche.
Cattedrali
nel deserto
della
bassa domanda
Progetti
che in base a una logica di
mercato
resterebbero nel cassetto ma
che
con un ritorno garantito per legge,
che
annulla gran parte del rischio
d'impresa,
tornano interessanti. La
possibilità
che restino cattedrali nel
deserto
è concreta: tra i rigassificatori
esistenti,
quello di Snam a Panigaglia
(La
Spezia) è a riposo da oltre un
anno
per i bassi consumi e perché il
mercato
spinge il gas naturale liquido
in
Asia dove il prezzo è più alto.
Quello
di Rovigo di Edison, Exxon e
Qatargas
viaggia al minimo consentito
dai
contratti e nessuno richiede
la
capacità non prenotata. Sorte toccata
anche
all'OLT, fermo dalla sua
inaugurazione
perché nessuna impresa
ne
ha chiesto i servizi.
È
proprio necessario farne pagare di
nuovi
ai cittadini? “Dobbiamo scommettere
che
la domanda tornerà a
crescere”,
ha notato il ministro Guidi
dopo
il G7. Inoltre, secondo il ministero
dello
Sviluppo, le infrastrut-
ture
serviranno ad aumentare la sicurezza
e
ad “agganciare” la rivoluzione
shale
gas americano. Forse. Ma
le
incognite sono tante.
Attualmente
il gas naturale liquido
degli
Stati Uniti a non avrebbe mercato
né
in Italia né in Europa: troppo
alto
il prezzo per le depresse quotazioni
nostrane.
Ed è impossibile
prevedere
se in futuro potranno mai
competere
con quelle asiatiche. I
consumi
nel 2013 si sono attestati a
70
miliardi di metri cubi, sotto il livello
del
2002. Un calo almeno in
parte
strutturale, perché con il boom
di
eolico e solare la domanda gas delle
centrali
non tornerà più quella di
prima
e molte industrie hanno ormai
chiuso
o delocalizzato. Per il 2023
Snam
stima una domanda di 74 miliardi
di
metri cubi, inferiore a quella
del
2003.
Il
vero obiettivo
(forse)
è la Russia
Quanto
alla sicurezza, l'attuale capacità
di
importazione annua supera
già
del 65per cento i consumi, il tasso
di
utilizzo di tubi e rigassificatori è
appena
il 54 per cento e su base giornaliera
la
somma tra capacità di import
(329
milioni di metri cubi al
giorno)
e stoccaggi (al massimo 270
milioni
di metri cubi) supera il record
storico
di domanda (465 milioni
di
metri cubi) anche in caso di
stop
temporaneo del gas russo.
Certo,
altro discorso sarebbe se il governo
avesse
obiettivi davvero titanici:
affrancarsi
del tutto da Mosca e
da
Vladimir Putin per l’energia, ad
esempio.
O convertire a metano il
trasporto
nazionale. Allora servirebbero
infrastrutture.
L’esecutivo però
non
ha mai annunciato niente di
simile.
Anzi, proprio mentre
vuole
ridurre la nostra dipendenza
dal
gas russo Roma
ribadisce
il sostegno al
gasdotto
South Stream.
Che
pur approdando in
Austria
anziché in Italia
quella
dipendenza la rafforzerà.
Un
bel mix di
incertezze
e contraddizioni.
Troppe,
verrebbe
da
dire, per ipotecare centinaia
di
milioni dei consumatori.
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