mercoledì 21 maggio 2014

GAS e sprechi, LE GRANDI OPERE INUTILI CHE PAGHEREMO CON LA BOLLETTA

SPRECHI Il governo promette risparmi alle famiglie,
ma conferma tubi e infrastrutture eccessivi
per le esigenze italiane. Tanto il conto arriva a noi UN ALTRO MONDO
Prima della crisi,
i rigassificatori erano un
affare d’oro, profitti milionari
garantiti: poi la domanda è
crollata, nel 2023 la domanda
sarà più bassa che nel 2003 LA TASSA OCCULTA
L’esecutivo ha imposto al G7
il principio che se i nuovi
impianti restano inutilizzati
verranno comunque
remunerati: fino a 350 milioni
di euro a carico degli italiani
tratto da il fatto quotidiano 21 maggio 2014
Quale imprenditore costruirebbe
un mega hotel
in una località in declino
turistico e con incerte
prospettive di ripresa? Probabilmente
nessuno. Eccetto forse se i soldi
non fossero suoi. Nel settore dell'energia
qualcosa di simile potrebbe
accadere davvero: nonostante i consumi
gas in calo, tornati ai livelli del
2002, il governo è convinto della necessità
di nuove infrastrutture di import.
Anche a costo di farle pagare ai
consumatori, per un onere che potrebbe
raggiungere 350 milioni all'anno
o più.
Negli anni 2000, quasi tutte le grandi
utility sognavano di costruire un gasdotto
o un rigassificatore. Il mercato
gas era una miniera d'oro per chi riusciva
a entrare: domanda in crescita e
prezzi alle stelle, complice il quasi-
monopolio Eni. Importazioni indipendenti
avrebbero offerto alti
margini, ridotto un po’ i prezzi e aumentato
la sicurezza delle forniture.
Così nell’arco di poco tempo una
quindicina di progetti di terminal per
gas liquido (Gnl) e una manciata di
nuovi tubi si sono accalcati sui tavoli
dei ministeri.
Il mondo dopo
la crisi è diverso
Dopo il 2008 però è cambiato tutto:
la crisi e l'espansione delle fonti rinnovabili
hanno fatto crollare i consumi.
Un’offerta crescente si è riversata
su un mercato che la regolazione
aveva reso più dinamico, falcidiando
prezzi e margini. Di colpo, costruire
un rigassificatore è apparso assai meno
attraente, viste le incertezze su come
recuperare i costi di un investimento
di cui non sembra più esserci
bisogno.
Eppure il governo indica tra le priorità
energetiche la realizzazione di
nuove infrastrutture per l'import, in
particolare terminali per navi metaniere.
Illustrando in marzo al Senato
il programma del suo dicastero, il
ministro dello Sviluppo economico
GIUSEPPE BONOMI
Sanzione Consob per
l’uomo che parlò troppo
Adesso è consulente per gli aeroporti
del ministro delle Infrastrutture
Maurizio Lupi, ma nel novembre
2012 Giuseppe Bonomi era il
presidente (in quota Lega Nord)
della Sea, la società che gestisce Linate
e Malpensa e il comune di Milano
voleva a tutti i costi quotare in
Borsa. Bonomi promise che la società,
dopo la quotazione, avrebbe
dato in dividendi il 70 per cento degli
utili. Siccome però questa decisione
non l’aveva mai presa nessuno,
a un anno e mezzo di distanza
la Consob ha multato la Sea. Sanzione
poco più che simbolica, 5 mila
euro, anche perché quella affermazione
infondata non ha danneggiato
nessuno. La quotazione della
Sea fu infatti bloccata dalle proteste
dell’azionista di minoranza, il
fondo F2i guidato da Vito Gamberale.
Il quale è stato poi denunciato
dallo stesso Bonomi alla procura,
con l’accusa di aggiotaggio, per
aver contribuito a far saltare il collocamento
in Borsa facendo uscire
sui giornali notizie negative sull’an -
damento della società. Ii magistrati
di Milano devono stabilire se quelle
notizie fossero vere o false, cioè se
abbiano danneggiato la Sea o salvato
i risparmiatori. Per adesso la
Consob punisce Bonomi, e segna
un punto a favore di Gamberale.
Federica Guidi ha evidenziato la necessità
di “rimuovere gli ostacoli allo
sviluppo della nostra capacità di rigassificazione
per beneficiare della
rivoluzione dello shale gas” Usa (cioè
il gas estratto dalle rocce). Un concetto
ribadito al vertice G7 sull’energia
di Roma.
Più nei dettagli è entrato il viceministro,
Claudio De Vincenti, annunciando
l'emanazione a breve di un
decreto della presidenza del Consiglio
per le infrastrutture “strategiche”,
ossia coerenti con la Strategia
energetica (SEN) varata nel 2012 dal
governo Monti. Opere, ha spiegato,
per le quali “si prevederà la possibilità
di recupero garantito (anche
parziale), dei costi a carico del sistema”,
ossia dei consumatori, “anche
in caso di non pieno utilizzo”. Un
principio che l'Italia è riuscita a far
passare nella dichiarazione finale del
G7: i costi di opere “necessarie per
aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti,
e che non possono essere
costruite secondo le regole del
mercato - vi si legge - potrebbero essere
sostenuti attraverso quadri regolatori
o attraverso il finanziamento
pubblico”.
Le bollette quindi ripagheranno ai
proprietari una maggioranza dell’investimento,
si parla di circa due terzi,
anche a impianto fermo. Il ministero
dello Sviluppo ha stimato un
extra-onere di circa 150 milioni/anno
per un terminal da 8 miliardi di
metri cubi all’anno in caso di completo
inutilizzo. Nella SEN si giudica
necessario almeno un impianto di
questa taglia, o due se non sarà realizzato
il gasdotto Albania-Italia
TAP. Se aggiungiamo il più piccolo
OLT di Livorno, già realizzato ma a
cui il ministero vuol comunque concedere
il meccanismo (stima: 60 milioni
all'anno), si sale a 210-360 milioni
all'anno.
Ma si potrebbe andare anche oltre:
sul numero di impianti da realizzare,
Guidi si è limitata a ricordare che
attualmente quelli autorizzati sono
tre. L’unico da 8 miliardi di metri
cubi è Porto Empedocle di Enel, in
Sicilia, che potrebbe usarlo per importare
Gnl dagli Stati Uniti in base a
un recente accordo. Gli altri due sono
Gioia Tauro (12 miliardi di metri
cubi), in Calabria, il cui principale
socio con Iride è la Sorgenia della
famiglia De Benedetti - alle prese con
ben altri problemi di debito ma che
potrebbe vendere ad altri - e Falconara
della petrolifera Api, nelle Marche.
Cattedrali nel deserto
della bassa domanda
Progetti che in base a una logica di
mercato resterebbero nel cassetto ma
che con un ritorno garantito per legge,
che annulla gran parte del rischio
d'impresa, tornano interessanti. La
possibilità che restino cattedrali nel
deserto è concreta: tra i rigassificatori
esistenti, quello di Snam a Panigaglia
(La Spezia) è a riposo da oltre un
anno per i bassi consumi e perché il
mercato spinge il gas naturale liquido
in Asia dove il prezzo è più alto.
Quello di Rovigo di Edison, Exxon e
Qatargas viaggia al minimo consentito
dai contratti e nessuno richiede
la capacità non prenotata. Sorte toccata
anche all'OLT, fermo dalla sua
inaugurazione perché nessuna impresa
ne ha chiesto i servizi.
È proprio necessario farne pagare di
nuovi ai cittadini? “Dobbiamo scommettere
che la domanda tornerà a
crescere”, ha notato il ministro Guidi
dopo il G7. Inoltre, secondo il ministero
dello Sviluppo, le infrastrut-
ture serviranno ad aumentare la sicurezza
e ad “agganciare” la rivoluzione
shale gas americano. Forse. Ma
le incognite sono tante.
Attualmente il gas naturale liquido
degli Stati Uniti a non avrebbe mercato
né in Italia né in Europa: troppo
alto il prezzo per le depresse quotazioni
nostrane. Ed è impossibile
prevedere se in futuro potranno mai
competere con quelle asiatiche. I
consumi nel 2013 si sono attestati a
70 miliardi di metri cubi, sotto il livello
del 2002. Un calo almeno in
parte strutturale, perché con il boom
di eolico e solare la domanda gas delle
centrali non tornerà più quella di
prima e molte industrie hanno ormai
chiuso o delocalizzato. Per il 2023
Snam stima una domanda di 74 miliardi
di metri cubi, inferiore a quella
del 2003.
Il vero obiettivo
(forse) è la Russia
Quanto alla sicurezza, l'attuale capacità
di importazione annua supera
già del 65per cento i consumi, il tasso
di utilizzo di tubi e rigassificatori è
appena il 54 per cento e su base giornaliera
la somma tra capacità di import
(329 milioni di metri cubi al
giorno) e stoccaggi (al massimo 270
milioni di metri cubi) supera il record
storico di domanda (465 milioni
di metri cubi) anche in caso di
stop temporaneo del gas russo.
Certo, altro discorso sarebbe se il governo
avesse obiettivi davvero titanici:
affrancarsi del tutto da Mosca e
da Vladimir Putin per l’energia, ad
esempio. O convertire a metano il
trasporto nazionale. Allora servirebbero
infrastrutture. L’esecutivo però
non ha mai annunciato niente di
simile. Anzi, proprio mentre
vuole ridurre la nostra dipendenza
dal gas russo Roma
ribadisce il sostegno al
gasdotto South Stream.
Che pur approdando in
Austria anziché in Italia
quella dipendenza la rafforzerà.
Un bel mix di
incertezze e contraddizioni.
Troppe, verrebbe
da dire, per ipotecare centinaia
di milioni dei consumatori.


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