All’indomani del passo indietro dell’amministratore delegato, le uniche dichiarazioni dell’azienda sono quelle rese all’Ansa dalpresidente di Sogin Giuseppe Zollino al termine del consiglio di amministrazione convocato d’urgenza per mercoledì sera.
Riunione durante la quale sono state revocate all’ad “le deleghe operative relative alla struttura organizzativa della società e alla gestione del personale”, invitandolo “a chiarire nel più breve tempo possibile la propria posizione”. Nel senso che ha inviato le dimissioni al governo, ma non al cda, né al collegio sindacale di Sogin. Il tutto in attesa che Mef e Mise decidano in merito alla futura governance della società.
L’attività di Sogin, così come più in generale l’intera gestione dei rifiuti nucleari in Italia, è oggetto di critiche che arrivano da più parti. Ad esempio da Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente. Mercoledì, partecipando durante l’assemblea nazionale di Anci ad un convegno promosso proprio da Sogin, ha ricordato ai vertici dell’azienda il caso di Saluggia, il sito dove attualmente è stoccato “più dell’80% dei rifiuti nucleari” presenti sul territorio italiano. “A giugno abbiamo pubblicato Effetto bomba, un dossier in cui indichiamo dieci strutture a rischio idrogeologico” che andrebbero delocalizzate. Tra queste c’è anche il deposito situato nel vercellese, che “si trova in una zona di possibile esondazione della Dora Baltea”.
Eppure qui i rifiuti nucleari ci rimarranno fino al 2030. Lo ha detto la stessa Sogin in un cronoprogramma stilato lo scorso anno e presentato alla commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali. Che in una relazione pubblicata il 1 ottobre ha messo nero su bianco le criticità che il decomissioning e la realizzazione del deposito unico stanno attraversando. Ad esempio “il condizionamento dei rifiuti radioattivi già presenti negli impianti nucleari avrebbe dovuto concludersi entro il 2010”. Ma la relazione con cui la commissione ha concluso i lavori nella precedente legislatura, ancora nel 2012, lo descriveva come “ancora in una fase poco più che iniziale”. Ritardi che hanno delle implicazioni anche economiche: “per ogni anno di allungamento, l’incremento dei costi è tra cinque e dieci milioni di euro per ciascun sito”. L’intera operazione arriverà così a costare 6,7 miliardi, questo il calcolo effettuato nel 2011, contro i 4,35 stimati nel 2006. E intanto i lavori vanno a rilento: in una relazione inviata alla Camera il 7 agosto, Zollino spiegava che “degli 80 milioni di euro previsti per l’anno in corso per le attività di decommissioning ne sono stati spesi, nel primo trimestre, circa sette”. Mentre la previsione di spesa relativa al primo semestre “è di 21 milioni di euro”, poco più di un quarto degli investimenti ipotizzati per l’intero anno.
In queste settimane, poi, il governo dovrà rendere pubblica la Cnapi, ovvero la mappa delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito unico. Primo passo di un percorso di partecipazione che dovrà portare ad individuare le aree idonee per poi aprire le candidature dei territori a sede di questa struttura. A gestire questo processo dovrebbe essere Isin, l’ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare. Istituito nel marzo dello scorso anno, ad oggi è ancora senza governance. Ad ottobre 2014 il governo aveva messo a capo di quest’agenzia Antonio Agostini. Una scelta contestata dalle associazioni ambientaliste, tanto più che poche settimane dopo la procura di Roma ne ha chiesto il rinvio a giudizio nell’ambito di un’indagine sulla gestione di alcuni fondi europei per la ricerca. Ancora ad inizio ottobre il capo dell’ufficio Affari generali di Palazzo Chigi, Francesca Gagliarducci, interrogata dall’agenzia Public Policy spiegava che quello della governance di Isin è un tema sul quale “al momento non stiamo lavorando. Non è in corso nessuna nomina”.
Infine c’è la questione del finanziamento del parco tecnologico che dovrà affiancare il deposito unico. Un polo che dovrebbe garantire circa 700 posti di lavoro e generare un indotto sul territorio, oltre a rappresentare l’argomento con cui convincere le comunità locali a candidarsi per ospitare il deposito unico. Stando alla relazione della commissione parlamentare, il costo di quest’opera è di 150 milioni di euro. “Sappiamo che il deposito ha una copertura piena in bolletta, ma sul parco ci sono dei dubbi”, ha sottolineato sempre durante il convegno ospitato da AnciAlessandro Portinaro, sindaco di Trino e presidente della consulta Anci per i comuni sede di servitù nucleari, “ se questo elemento diventa chiaro allora anche il percorso di individuazione dell’area per il deposito unico può essere facilitato”.
Tutti temi sui quali anche la commissione d’inchiesta parlamentare vuole vederci chiaro, tanto che ha già chiesto un’audizione al ministro Guidi rispetto alle dimissioni di Casale.“Da tempo abbiamo consegnato la nostra relazione ai due rami del Parlamento, io stesso ho scritto di mio pugno a tutti i capigruppo della Camera per calendarizzarne la discussione”, spiega a Wired il presidente Alessandro Bratti (Pd), “noi abbiamo individuato tre criticità: una è questa situazione in Sogin, quindi la non costituzione dell’Isin, infine il ritardo sulla Cnapi. Ho fatto presente al Parlamento che la situazione sta diventando grave e ho chiesto di aprire una discussione per capire cosa possa fare il governo. Del resto ora tutta la partita sta nelle sue mani”. Una partita complicata e costosa, che richiede però che le decisioni vengano prese “il più in fretta possibile”.
Nessun commento:
Posta un commento