“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”.
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Negli ultimi giorni la campagna referendaria ha avuto un protagonista inedito. Non il ministro Nordio, autore e promotore della riforma costituzionale, e nemmeno i vertici dell’Associazione nazionale magistrati o di uno dei comitati per il Sì o per il No. A monopolizzare il dibattito sulla giustizia è stato uno storico, anzi lo storico più popolare d’Italia: Alessandro Barbero, accademico e divulgatore di enorme successo, con un seguito – dal vivo e sui social – paragonabile a quello di pochi altri personaggi pubblici.
Il video della discordia
Cos’è accaduto? Domenica 18 gennaio il comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Anm, ha pubblicato sui social un video in cui Barbero ha annunciato il proprio voto contrario alla riforma Nordio, spiegandone le ragioni. Come molti interventi del professore, anche questo è diventato virale in fretta: al momento in cui scriviamo ha 1,6 milioni di visualizzazioni e 25mila condivisioni su Facebook, 200mila like e 85mila tra repost e condivisioni su Instagram. Insomma, una spinta formidabile per la campagna del No. E infatti in poche ore (ve lo ha raccontato sul Fatto Lorenzo Giarelli) Barbero è finito vittima del linciaggio organizzato di giornali di destra e sostenitori del Sì, che lo hanno accusato – i più gentili – di non sapere di cosa parla, spendendosi in elaborati “fact-checking” per dimostrare presunte inesattezze nel suo ragionamento.
La censura di Meta
Uno di questi “fact-checking”, però, ha avuto un effetto sgradevole. Come vi abbiamo spiegato con Virginia Della Sala, un articolo del vicedirettore di Open David Puente è stato usato da Meta – l’azienda proprietaria di Facebook e Instagram – per oscurare il video di Barbero su alcune delle pagine che lo avevano condiviso, etichettandolo come “falso” in base alla verifica svolta dal quotidiano online, partner del colosso tech in un progetto contro le fake news. Secondo Open, l’intervento dello storico “contiene alcune informazioni fuorvianti e non supportate dai fatti”. Analizzandole nel merito, però, si scopre che Barbero ha probabilmente studiato (e capito) l’oggetto del referendum molto meglio dei suoi “fact-checker”. Vediamo perché.
Cosa ha detto Barbero (e cosa dice la riforma)
Le presunte “informazioni fuorvianti” sarebbero contenute nel passaggio in cui il professore parla del cuore della riforma: lo spacchettamento del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Il Csm è l’organo che si occupa, al posto del governo, di tutto quanto riguarda i magistrati come dipendenti pubblici: nomine, progressioni di carriera, trasferimenti, organizzazione degli uffici (tribunali, procure e corti), sanzioni disciplinari. Si tratta quindi di un’istituzione fondamentale per garantire l’indipendenza effettiva del potere giudiziario, rendendo le toghe immuni ai condizionamenti della politica.
Con la legge approvata dalle Camere, i Csm diventerebbero due, uno per i giudici e uno per i pm. In entrambi, i membri togati, cioè magistrati (due terzi del totale) verrebbero selezionati tramite un sorteggio tra i giudici e i pm in servizio (probabilmente con un limite minimo di anzianità: deciderlo spetterà a una legge successiva). I membri “laici”, professori e avvocati (spesso esponenti di partito), continuerebbero invece di fatto a essere scelti dalla politica: la riforma, infatti, prevede che siano “estratti a sorte da un elenco che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione”. Nel testo non si specifica quanto dovrà essere lungo l’elenco: in teoria i consiglieri eletti potrebbero essere anche lo stesso numero di quelli da sorteggiare, facendo diventare quindi il sorteggio una pura finzione.
Ai due futuri Csm inoltre verrà tolta la funzione disciplinare, cioè il potere di punire i magistrati per i comportamenti scorretti sul piano deontologico, con sanzioni che vanno da un semplice ammonimento fino alla rimozione. Questo compito sarà affidato a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, composto da 15 membri: nove magistrati sorteggiati – in questo caso solo tra quelli che lavorino o abbiano lavorato alla Corte di Cassazione – e sei laici, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità di quelli dei Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica.
Rileggiamo cosa dice Barbero nel video:
“A me sembra che questi organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
La versione dei “fact-checker”
Secondo il “fact-checking” di Open, preso per buono da Meta, queste affermazioni contengono falsità. La prima è il “riferimento a una presunta scelta del governo”, mentre “questo non interviene in alcun modo”, perché i laici sono nominati dal Parlamento: addirittura, David Puente accusa Barbero di “non distinguere il potere esecutivo da quello legislativo”. Il giornalista definisce poi “infondato” il “rischio autoritario”, perché nella Costituzione rimarrà scritto che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, e i membri togati continueranno a essere maggioranza nei Consigli superiori e nell’Alta Corte. Infine, l’articolo contesta un passaggio del video in cui Barbero descrive l’Alta corte come un organo “al di sopra del Csm”, mentre secondo Puente “si colloca su un piano distinto” e senza alcun “rapporto di subordinazione”.
Analizziamo queste critiche una per una.
Il governo “non interviene” nelle decisioni del Parlamento?
A essere gentili, è un’ingenuità. Da anni il Parlamento non esercita più di fatto la funzione legislativa: quasi sempre si limita a ratificare provvedimenti già adottati dal governo (i decreti-legge) o a dare il via libera, con minime modifiche, a disegni di legge di iniziativa dell’esecutivo. È successo anche con la riforma Nordio, approvata per quattro volte – caso unico nella storia delle leggi costituzionali – nell’identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri (ve lo avevamo segnalato con Liana Milella). Lo stesso avviene per le nomine di competenza parlamentare, come i giudici della Corte costituzionale o, appunto, i laici del Csm: chiunque segua da vicino la politica sa che i nomi da votare vengono decisi nei caminetti dei leader di partito, che per la maggioranza corrispondono sempre ai vertici del governo. Non solo: mentre adesso il quorum previsto per l’elezione dei laici (tre quinti del Parlamento) garantisce una rappresentanza anche alle opposizioni, la riforma non prevede alcun quorum per la compilazione dell’elenco da cui sorteggiare i nomi. In teoria, quindi, la maggioranza del momento potrebbe accaparrarsi tutti i membri del Csm scelti dalle Camere.
Insomma, al netto dei formalismi, dire che il governo “continuerà a scegliere” i suoi uomini al Consiglio superiore corrisponde al vero contenuto della riforma.
La magistratura resta “autonoma e indipendente”?
Formalmente il primo comma dell’articolo 104 della Carta continua a recitare così. Di per sé, però, questo vuol dire poco: sulla carta il principio di indipendenza dei giudici è scritto anche nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, dalla Cina all’Iran, dalla Russia alla Corea del Nord. La differenza la fanno le norme che garantiscono quel principio in concreto. E come ripete il costituzionalista Enrico Grosso – presidente onorario del comitato per il No dell’Anm – con la riforma l’indipendenza della magistratura si riduce a un “vuoto simulacro”: a parte il primo comma, infatti, tutto il resto dell’articolo 104 viene riscritto, stravolgendo la struttura del Csm in modo da favorire l’influenza del potere politico su quello giudiziario.
La creazione di un organo separato per i pm, infatti, toglie ai magistrati dell’accusa la garanzia di appartenere allo stesso corpo dei giudici, aprendo la strada – in futuro, non subito – a farli scivolare sotto la vigilanza dell’esecutivo in modo graduale, un piccolo passo dopo l’altro. I togati sorteggiati, poi, saranno per natura più deboli e probabilmente più sensibili alle lusinghe del potere, trovandosi per caso in un ruolo di enorme responsabilità, senza aver acquisito la credibilità e la stima che permettono di essere eletti dai colleghi. Di certo, poi, saranno meno attrezzati a tenere testa ai membri laici, spesso politici di lungo corso e di grande esperienza parlamentare (in questa consiliatura, ad esempio, al Csm siede Isabella Bertolini, deputata di Forza Italia per tre legislature: a inizio dicembre, come vi abbiamo raccontato, ha partecipato piuttosto inopportunamente a un vertice nella sede di FdI per discutere la campagna referendaria).
L’Alta Corte starà “sopra” i Csm?
Qui Barbero dimostra di aver compreso a fondo la riforma, al contrario di quanto affermano i suoi critici. L’Alta Corte, infatti, sarà davvero un organo sopraelevato rispetto ai due Csm, per ragioni abbastanza semplici. Intanto processerà sia giudici che pm, diventando quindi l’unica istituzione a occuparsi della magistratura nel suo insieme. Soprattutto, però, assumerà il potere più penetrante e invasivo che attualmente esercita il Csm: sanzionare i magistrati nella carriera e nello stipendio, trasferendoli di sede, sospendendoli o addirittura facendogli perdere il lavoro. Per questo, a differenza di quanto previsto per i due Consigli, la riforma limita il sorteggio dei membri dell’Alta Corte a magistrati con almeno vent’anni di esperienza, che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità (cioè di giudici o pm della Cassazione). E sempre per questo si prevede che una quota di membri sia nominata dal capo dello Stato.
L’Alta Corte, però, sarà un giudice molto più sbilanciato verso la politica, per gli stessi motivi per cui lo saranno i futuri Csm: membri togati sorteggiati, membri laici – di fatto – nominati. Inoltre, la quota di giudici di nomina politica aumenterà: attualmente la Sezione disciplinare del Csm è composta da quattro membri togati e due laici, rispecchiando le proporzioni dell’organo, mentre nell’Alta Corte i laici saranno sei su 15 (due quinti). Soprattutto, le sentenze disciplinari non saranno più impugnabili in Cassazione, ma solo di fronte alla stessa Alta Corte, che giudicherà in una composizione differente: paradossalmente, quindi, i magistrati diventeranno l’unica categoria di lavoratori a essere “licenziati” o sanzionati senza potersi difendere di fronte a un giudice indipendente.
Di fronte a questo quadro, ai lettori poniamo domande banali: i pm saranno più o meno incoraggiati ad aprire indagini nei confronti di membri del governo (pensiamo ai casi Open Arms o Almasri), dei vertici di un colosso di Stato, di un imprenditore potente? I giudici penali si sentiranno tranquilli a rinviarli a giudizio o a condannarli? E quelli civili saranno più o meno imparziali nel decidere se dare ragione alla grande azienda o al lavoratore, al manager agganciato o al figlio di nessuno? È questo il concetto che esprime Barbero quando avverte del rischio di una deriva autoritaria, con un governo in grado di intimidire e condizionare molto più di adesso i magistrati. Un rischio che esiste ed è scritto – per chi la sa leggere – nella stessa riforma Nordio. E d’altra parte il ministro ha confessato le sue vere intenzioni più volte, affermando che la sua legge servirà a chiunque sarà al governo e garantirà alla politica “libertà di azione” contro “l’invadenza delle Procure”.
Da leggere sul Fatto
Al caso Barbero e alla “censura selettiva” il direttore Marco Travaglio ha dedicato tre editoriali: “Il testo e la testa” di martedì 20 gennaio, “Fuck checking” di mercoledì 21 e “I nostri ayatollah” di sabato 24. Perché “selettiva”? Come spiega Vincenzo Russo sul suo blog, le politiche di Meta escludono dal “fact-checking” i post dei politici, che quindi possono mentire a ruota libera senza rischio di oscuramenti. E infatti – ci racconta Ilaria Proietti – nessuna censura è mai scattata per le bufale degli esponenti del centrodestra che sono arrivati a vendere la riforma Nordio come panacea per i casi Garlasco e Tortora, o addirittura per far funzionare i centri per migranti in Albania.
Simile al “Barbero-gate” è l’altro caso che ha scosso gli ultimi giorni di campagna referendaria, nato intorno ai cartelloni del comitato dell’Anm per il No. Lo slogan “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?” – sintesi del ragionamento spiegato sopra – ha fatto gridare allo scandalo i sostenitori del Sì: una denuncia penale ha chiesto il sequestro dei manifesti perché diffonderebbero “notizie false volte a turbare l’ordine pubblico”, mentre il ministro Nordio, come vi ha raccontato Giacomo Salvini, ha presentato un esposto all’Autorità garante delle comunicazioni segnalando presunte “violazioni dell’equità e correttezza informativa”.
Lunedì 19 gennaio abbiamo aperto il giornale con una rassegna di “impresentabili per il Sì”: da Luca Palamara a Daniela Santanché, da Giovanni Toti ad Augusta Montaruli, sono tanti i personaggi discussi, condannati o inquisiti schierati a favore della riforma. Il giorno dopo vi abbiamo raccontato in anteprima il contenuto della risoluzione – poi approvata – presentata dal centrodestra per le comunicazioni di Nordio in Parlamento: dopo il referendum la maggioranza si impegna a portare a termine le contro-riforme ancora in cantiere, prescrizione e sequestro degli smartphone. Ancora, sul fattoquotidiano.it potete leggere della denuncia del procuratore di Napoli Nicola Gratteri contro Fratelli d’Italia, che sui social ha postato un suo vecchio video usandolo come propaganda a favore della riforma. Mentre Ignazio La Russa si conferma piuttosto tiepido sulla modifica della Costituzione: dopo aver ammesso che forse “il gioco non vale la candela”, al nostro Simone Bauducco il presidente del Senato ha detto che non farà campagna per il Sì perché “non ce n’è bisogno”. Ieri invece Liana Milella ha intervistato il giurista Luigi Ferrajoli, celebre filosofo del diritto, che ha definito la riforma “una truffa” e “un atto politico contro i giudici”.
Per finire, vi ricordiamo che in libreria trovate “Mani legate. La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia”, scritto per PaperFirst (la casa editrice del Fatto) da Antonella Mascali e dal presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini: venerdì gli autori hanno presentato il libro a Roma insieme ad Antonio Massari e a Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No della società civile. Qui trovate il videoracconto di Alberto Sofia.
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