in corte d’assise il «boss» dei rifiuti e Francesco Rando. I periti: rischio attuale per i cittadini perché dopo la chiusura non è stato fatto niente e il percolato finisce nel sottosuolo. Ma per imporre alla ditta Colari il risanamento serve una condanna
di Fulvio Fiano Nuovo record per Malagrotta: la più grande e longeva discarica d’Europa va a processo per un reato (presunto) che è ancora in corso. Come un mostro invincibile che sopravvive a se stesso, lo sversatoio per 30 anni dei rifiuti romani continua a inquinare, perché nulla è stato fatto per gestire il «post mortem», dopo la chiusura amministrativa di tre anni fa. E il percolato prodotto dai rifiuti -come attestato da una perizia depositata anche in commissione Ecomafie - si infiltra nella Valle Galeria. Il disastro ambientale colposo permanente per il quale a partire da oggi in corte d’Assise sono imputati Manlio Cerroni e il suo braccio destro Francesco Rando è insomma ancora attuale. Gli atti del pm Alberto Galanti lo descrivono così: «per aver cagionato l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema (suolo, sottosuolo, flora) la cui eliminazione è conseguibile solo con provvedimenti eccezionali». Servirebbe cioè una bonifica dell’area, ma solo una sentenza di condanna può imporla alla proprietà Colari. Intanto si cerca un accordo sul capping (il “tetto” a copertura) imposto dalla legge. La Regione ha indetto un tavolo tecnico al quale Colari - responsabile per i 30 anni successivi alla chiusura - ha presentato un progetto sottoposto ora all’istruttoria della conferenza di servizi. Ma come per tanti altri momenti della vita della discarica, ogni passaggio è accompagnato da contenziosi su costi e modalità di intervento. «Con troppa superficialità si considera la discarica già chiusa - dice l’avvocato Vanessa Ranieri, che difende il Wwf, una delle 34 parti civili ammesse - mentre ancora non risultano certi gli impegni di legge a carico del gestore».
10 novembre 2016 | 08:13
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