venerdì 18 novembre 2016

Emanuela e la vita in tribù nel cuore dell’Amazzonia un'italiana in Brasile Il villaggio tra i caimani. «Con medicine e istruzione i Caboclos non spariranno»

di Giusi Fasano «Ricordo la prua del battello che tagliava l’acqua, un viaggio infinito lungo fiumi e canali. Ricordo che più ci inoltravamo nella foresta più sentivo l’incanto di quel mondo nuovo. A un certo punto mi sono chiesta: ma è tutto vero o sto viaggiando indietro nel tempo? Era il 9 gennaio dell’anno Duemila ed era la mia prima volta nella foresta amazzonica».
Dalla tesi alla vita nel villaggio
Emanuela lo capì quello stesso giorno: si sarebbe innamorata di quel luogo, di quella gente, di quella vita e niente sarebbe stato più come prima. A cominciare dalla sua tesi di laurea in biologia. Tornata in Italia decise che si sarebbe laureata non più sul tema dei leoni africani, com’era previsto, ma sulle lontre giganti d’Amazzonia in via d’estinzione. Ecco fatto: era quello il seme del suo futuro. Per lavorare alla tesi si trasferì una prima volta tre mesi, poi sei, poi ancora e ancora, finché le fu chiaro che anche dopo la laurea sarebbe tornata laggiù. Oggi Emanuela Evangelista, romana, classe 1968, vive in un villaggio della tribù dei Caboclos, regione dello Xixuaú, nel cuore della foresta amazzonica. Settanta nativi, venti dei quali bambini, in un posto alla fine del mondo. 
500 chilometri di fiumi
«Dalla capitale Manaus — racconta lei stessa — per arrivare a casa devo farmi 500 chilometri di fiumi: devo prendere una barca e navigare per 24 ore, più altre quattro di motoscafo e il tratto finale da fare in canoa. Devo stare solo un po’ attenta di notte, perché in acqua ci sono i caimani e attorno a casa c’è il giaguaro, bellissimo ma non proprio socievole. Con tapiri, scimmie, formichieri, armadilli, bradipi invece fila tutto più liscio...». Casa in realtà è una parola grossa. «È una capanna — dice lei —, e ci vivo con Francisco, il caboclo che ho sposato tre anni fa. Unico oggetto da appartamento italiano: uno specchio di quelli da strega, con il manico». 
Il trasferimento e il matrimonio
Dopo la laurea e dopo dieci anni da pendolare fra l’Italia e l’Amazzonia, Emanuela nel 2013 si è trasferita lì e i suoi giorni a 30 gradi fissi, pesce e manioca, li spende per «la conservazione della foresta e il contrasto all’esodo dei nativi che sono attratti dalla città ma che spesso, andando via, finiscono nelle favelas. Per convincerli a rimanere nel villaggio serve istruzione, assistenza sanitaria e una qualche fonte di reddito». E sono questi i fronti che lei stessa ha aperto nella sua e nelle altre otto tribù dei dintorni (in tutto 500 persone).  http://www.corriere.it/cronache/16_novembre_18/emanuela-vita-tribu-cuore-amazzonia-7933233e-acf8-11e6-afa8-97993a4ef10f.shtml
Le Onlus italiane
Attraverso due associazioni italiane — la Onlus Amazônia Milano e la Trentino Insieme — gestisce fondi per costruire capanne e organizzare con la gente dei villaggi escursioni a impatto zero per i turisti e vendita di oggetti di artigianato o prodotti della foresta. I proventi servono alla speranza di sopravvivenza dei Caboclos: Emanuela li usa per far scuola ai bambini, per l’acquisto di farmaci, per i trasporti fra una tribù e l’altra, per un minimo di connessione Internet, per far arrivare beni di prima necessità e per mandare avanti l’ambulatorio. E progetta una stazione di ricerca scientifica su piante, clima, animali. La sua voce trema di emozione quando racconta che «per la prima volta nel villaggio c’è una generazione di ragazzini non analfabeti» o mentre dice: «So che tutto questo lavoro porterà, se va bene, alla difesa di un piccolissimo angolo di mondo ma a me — anzi a noi: a me e ai Caboclos — va bene anche così. Per il bene nostro, della foresta e, quindi, del mondo intero».
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