Secca la presa di posizione della branca nigeriana di Shell, che respinge le accuse contenute nel rapporto, spiegando di aver “cominciato ad agire su tutte le raccomandazioni”. La multinazionale si è ritirata dall’Ogoniland nel 1993 a causa delle violenze in corso, ma continua a gestirne gli oleodotti, che secondo gli attivisti sono vecchi, maltenuti e all’origine di fughe frequenti. Ma Shell Nigeria assicura di essere “impegnata nell’applicazione del rapporto Unep” affermando di aver “sempre reso pubbliche le sue azioni in merito e sottolineato le sfide attuali riguardanti i furti di petrolio e raffinazione illegale”, riversando le responsabilità dell’inquinamento ambientale sui furti di greggio.
Già un anno fa, Amnesty aveva rivelato una serie di atti giudiziari che dimostravano come Shell avesse fornito false dichiarazionisulla dimensione e l’impatto di due grandi fuoriuscite, con l’obiettivo di ridurre al minimo i risarcimenti. Centinaia di migliaia di persone potrebbero non aver ricevuto il risarcimento o aver ricevuto meno di quanto dovuto. La prova era emersa nel corso dell’azione legale promossa da 15mila persone i cui mezzi di sussistenza erano stati colpiti in modo devastante dalle fuoriuscite di petrolio. L’azione legale, condotta in un tribunale britannico, aveva costretto la Shell ad ammettere di aver sottostimato la reale dimensione dei danni.
Gli atti giudiziari in possesso di Amnesty International dimostravano inoltre per la prima volta che la Shell da anni sapeva che i suoi impianti erano in pessime condizioni. In un memorandum interno dell’azienda, riferito a uno studio del 2002, si leggeva: “Il futuro della maggior parte degli impianti è più o meno breve o inesistente, mentre le restanti sezioni presentano grandi rischi e pericoli”. In un altro documento interno, datato 10 dicembre 2009, un impiegato della Shell metteva in guardia: “La compagnia è del tutto esposta, dato che da 15 anni sugli oleodotti dell’Ogoniland non c’è stata manutenzione adeguata né una verifica della loro integrità”. Nonostante ciò, la Shell ha continuato ad attribuire la gran parte delle fuoriuscite dai suoi impianti al sabotaggio, pur essendo pienamente a conoscenza delle loro cattive condizioni.
Il rapporto appena diffuso da Amnesty stima che un inquinamento di tali proporzioni potrebbe richiedere la più grande operazione di bonifica al mondo e durare dai 25 ai 30 anni, con un costo complessivo che potrebbe aggirarsi attorno a un miliardo di dollari. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/10/nigeria-report-di-amnesty-international-acqua-e-campi-inquinati-dal-petrolio-shell-ha-mentito-sulle-bonifiche/2206369/