I figli sono le aree urbane e le grandi città, su cui il governo e le istituzioni stanno concentrando tutte le attenzioni. In maniera maldestra, peraltro, sull’onda delle emergenze e delle emozioni del momento, come ha raccontato il Fatto Quotidiano per la vicenda del ponte di Olbia, ricostruito nello stesso posto di prima e male, solo per non contraddire le disposizioni delle carte bollate. Per i figli il governo non riesce a spendere neanche ciò che vorrebbe spendere, cioè i 9 miliardi approvati dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di cui è stata utilizzata solo una parte esigua (50 milioni). Le opere approvate dal Cipe non si fanno per il semplice motivo che non si possono fare, cioè i soldi non sono spendibili, nonostante tutte le buone intenzioni, perché mancano i progetti esecutivi.
Nello stesso tempo non vengono finanziati i progetti veri, tipo quelli dell’Anbi, per i quali far partire i lavori sarebbe relativamente semplice e spedito. Questi progetti non partono perché sono i figliastri: le aree periferiche di collina e di montagna, gli invasi e i bacini dei fiumi, il reticolo dei canali nelle campagne. Con la difesa del territorio il governo si sta in pratica comportando come l’ammalato che dà la colpa del suo male al termometro che segna la febbre. Moltiplica le attenzioni sugli effetti del dissesto e sorvola sulle cause. Forse perché ricostruire un ponte in mezzo a una grande città fa notizia, assicura titoli sui giornali e servizi in tv e porta voti. Mentre un’opera paziente di risistemazione del territorio nelle campagne, in collina o in montagna, per quanto utile rischia di passare sotto silenzio.
Con sedi e uffici sparsi su tutto il territorio nazionale, l’Anbi non è un’organizzazione priva di difetti e soprattutto nel sud, in particolare in passato, molti consorzi erano semplici carrozzoni mangiasoldi. Da qualche anno sta però cercando di esportare su tutto il territorio nazionale le buone pratiche sperimentate in alcune regioni del Centro Nord, dal Veneto all’Emilia a parti dellaToscana. Di recente, per esempio, la realizzazione di bacini di espansione nel Trevigiano e in Val d’Arda, nell’area di un affluente del Po nel Piacentino, hanno messo quelle zone in sicurezza, al riparo dalle alluvioni. Nei consigli dei consorzi di bonifica ci sono anche rappresentanti del territorio, a partire dai sindaci, e se questo di per sé non è garanzia di funzionamento efficace e corretto, assicura comunque un legame più diretto con le esigenze delle zone interessate. E dovrebbe permettere scelte meno calate dall’alto e impastoiate di logiche burocratiche di quelle che hanno dato il meglio di sé con la ricostruzione del ponte di Olbia, causa di due alluvioni in 3 anni. di Daniele Martini | 7 ottobre 2015
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