Oggi, 11 novembre 2015, dovremmo finalmente essere in grado di organizzare una ‘open boat’ - una visita della Rainbow Warrior - per alcuni degli incredibili ed eroici membri del movimento di resistenza pacifica alla distruzione della baia di Oura, in Henoko, Okinawa. Sottolineo il ‘dovremmo’, perché non ci hanno dato il permesso di attraccare. Non ci hanno autorizzato a usare i nostri gommoni per trasportare le persone a bordo né a passar di fronte a Oura Bay, la zona che vorrebbero distruggere per far posto ad un aeroporto militare sul mare.
Insomma, benvenuti nel concetto di ‘democrazia’ secondo il Premier conservatore giapponeseShinzō Abe.
Era dai tempi delle letture adolescenziali di Kafka e delle mie visite nella Germania Sovietica che non vedevo la burocrazia usata come arma di potere e di repressione: mi sarei aspettato questo in Corea del Nord o in qualche altro sistema dittatoriale, non in Giappone, e invece…
Quando siamo arrivati 10 giorni fa al porto di Naha (capoluogo dell’Isola di Okinawa), i nostri cuori erano pieni di gioia e aspettative: stavamo per incontrare le comunità locali che lottano per difendere l’ennesimo paradiso naturale, minacciato dalla espansione di una base militare USA(l’isola di Okinawa è pesantemente ‘colonizzata’ da basi militari statunitensi, retaggio obsoleto e scomodo della Seconda Guerra Mondiale). Avremmo condiviso energie e speranze per salvare questa baia con la sua incredibile biodiversità marina (5300 diverse specie animali, delle quali 262 considerate in pericolo!) e casa degli ultimi, pochissimi, esemplari del dugongo del Giappone, per difenderli da 3.500.000 camion da 10 tonnellate di detriti, pronti a ricoprire coralli e pesci, granchi e stelle marine, anemoni e i prati di alghe, ultimo pascolo di questi pacifici mammiferi marini, unici ad essere vegetariani.
Ma le Autorità giapponesi non la pensano allo stesso modo: non solo hanno annullato la decisione di blocco dei lavori di espansione presa dal Governo di Okinawa, ma hanno anche spedito centinaia di poliziotti antisommossa sull’isola per soffocare la resistenza locale, iniziata 19 anni fa e ora rappresentata da centinaia di persone che ogni giorno, da due anni, cercano di bloccare pacificamente gli ingressi nella base militare.
Tutto questo in Giappone, un paese colpito da disastri ecologici come pochi altri. Dopo Fukushima, ci si aspetterebbe un Paese che ha ripensato il rapporto con l’ambiente.
Invece eccoci qui, a osservare l’esatto opposto: un'altra meraviglia naturale, unica nel suo genere, con i suoi ultimi testardi superstiti di una razza antica- che ha nuotato in queste acque per decine di migliaia di anni- ora a rischio di annientamento nel nome del Potere, della Megalomania Militare e della Follia Umana.
Queste forze - che spingono nel voler portare avanti i piani di distruzione- hanno comunque commesso un errore: hanno dimenticato che la gente di Okinawa, questi fragili, coraggiosi e incredibili guerrieri e noi, equipaggio della Rainbow Warrior, non siamo persone che si fanno zittire. Gli abitanti di Okinawa continuano caparbiamente a resistere, ma hanno bisogno di aiuto, di sentire che non sono soli in questa lotta. Questa non eè più ‘solo’ la lotta per salvare gli ultimi dugonghi e la bellezza di Henoko Oura Bay, ma anche una battaglia per i diritti civili e per la pace.
Quindi, per favore, aiutiamoli! Firmate la petizione. Esprimete al Governo Giapponese tutta la vostra preoccupazione per il degradato ambiente democratico a Okinawa!
Rossano Filippini, membro dell'equipaggio della Rainbow Warrior http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/okinawa-e-i-dugonghi-hanno-bisogno-di-te/blog/54731/
Nessun commento:
Posta un commento