giovedì 6 dicembre 2018

tra erosione e ripascimento Ispra Considerazioni sull’efficacia delle strutture sommerse per il ripascimento e il ripopolamento ittico

http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/ricercamarina/Quad_Ric_Mar__3_12_240713.pdf
Curatori ed autori: Michele ROMANELLI (ISPRA - Roma), Otello GIOVANARDI (ISPRA - Chioggia), Laura SABATINI (ISPRA - Chioggia), Gianluca FRANCESCHINI (ISPRA - Chioggia). Si ringrazia il Consorzio di Bonifica Delta del Po di Taglio di Po (RO) e la Regione Veneto per aver autorizzato la divulgazione di testo ed immagini tratte da: "Interventi per la tutela, la promozione e lo sviluppo della zona costiera del Veneto e per la creazione di zone di tutela biologica marina (L.R. 12/07/2007 n. 15). Progetto per la gestione dell'allestimento di barriere artificiali sommerse". Quaderno del Consorzio, 2012: 126 pp.


5. CONCLUSIONI Secondo quanto definito nell’analisi delle criticità e nelle linee guida elaborate dal “Gruppo di Lavoro biologico” in ambito del progetto Adriblu (Adriblu, 2006) e in accordo con la bibliografia specialistica sulla definizione dei siti migliori per il posizionamento di BA, le aree costiere prossime al delta del Po non risultano essere pienamente idonee o rendono a rischio l’efficacia delle BA, in particolare quando sono presenti alti tassi di sedimentazione e la probabilità di fenomeni di anossia o di ipossia sia elevata (alta reattività dei fondali, diagenesi precoce, ecc.). L’individuazione di una piccola area con caratteristiche relativamente attenuate rispetto alle condizioni medie osservabili in corrispondenza del delta del Po, provate anche da alcune osservazioni biologiche preliminari sui popolamenti sessili di corpi morti dell’impianto di allevamento mitili molto prossimo al sito candidato, in aggiunta a valutazioni di opportunità diverse da quelle strettamente biologiche, ha portato il Gruppo di Lavoro, allargato agli stakeholder, a scegliere l’area in oggetto. La limitata visibilità osservabile per gran parte dell’anno ha molto limitato la raccolta dati tramite monitoraggio con il metodo noto come visual census e/o con telecamere subacquee (ad es. tramite ROV, Remoted Operated Vehicle), costringendo di fatto a monitorare soprattutto con campionamenti con attrezzi fissi di pesca (vedi Adriblu, 2006 per una analisi dei vantaggi e svantaggi di questo metodo). Il fattore visibilità ovviamente limita l'eventuale uso dell’area per attività ricreativa subacquea. I dati acquisiti sui popolamenti animali presenti nei dintorni o sulle varie strutture sommerse di differente forma e materiali e disposti in siti alquanto discosti evidenziano, nel loro complesso, come gli stessi siano piuttosto ricchi in termini di specie ma modesti in termini di biomassa, come palesato dal confronto di campioni di epibenthos o della fauna ittica ottenuti secondo procedure standard nel corso degli studi intrapresi nel sito in questione,

nonché per confronto con dati provenienti da simili barriere artificiali collocate a quasi tre miglia marine dalla costa marchigiana su fondali di natura e profondità assimilabili a quelle del sito di Scardovari. La ricchezza specifica complessivamente rilevata in campioni ittici e bentonici prelevati in tempi diversi dall’installazione delle strutture sommerse in esame dimostrano come l’eterogeneità dei siti prescelti e della morfologia dei corpi immersi abbia consentito alle uova, larve, giovanili ed adulti di numerose specie animali di trovare microambienti idonei alle loro esigenze etologiche ed ecologiche (essendo la suddivisione tra le due categorie, volendo ragionare in maniera volutamente semplicistica, legate ad interazioni tra animali e strutture sommerse di breve o più lunga durata, poiché solo in quest’ultimo caso appare più probabile che le strutture in questione possano determinare effetti a livello di popolazione o di gruppi di individui, ad esempio riducendo il tasso medio di mortalità grazie ad una maggiore protezione dai propri predatori o ad una locale maggiore disponibilità di idonee fonti di cibo). Ciò concorda con osservazioni in letteratura circa la maggiore varietà di specie e di dimensioni medie di individui in strutture artificiali dotate di maggiore “complessità spaziale” (Charbonnel et al., 2000; Bartholomew e Shine, 2008; Azhdari et al., 2011). Tutto ciò è pure confermato dal fatto che numerosi lavori scientifici dimostrano come i pesci pelagici (ossia quelli che comunemente si mantengono nella parte intermedia o superiore della colonna d’acqua quali, ad esempio, alici e sugarelli) tendano a sviluppare interazioni “deboli” con le strutture sommerse e preferiscano quelle con buon profilo verticale, mentre i pesci di fondo o crostacei, quali granchi ed astici, preferiscano strutture basse (Spanier, 1994) e come gran parte delle specie animali optino per installazioni che offrano “rifugi” simili alla loro dimensione corporea in un determinato momento del loro ciclo vitale. Inoltre il maggiore o minore grado di mobilità degli esemplari delle singole specie influenza il grado di “connettività” tra le varie strutture sommerse, ossia la distanza massima alla quale esse di fatto divengono un unico corpo per la specie in questione. Per cui al di là delle “esigenze” di singole specie animali si rileva che le strutture sommerse con spazi interni di diverse misure, con parti di diverso profilo verticale, luminosità, orientamento rispetto alle correnti tendono ad essere più ricche di vita che non strutture “più semplici” presenti nello stesso sito. A titolo di completezza si rileva che anche il periodo dell’anno in cui le strutture sommerse sono inizialmente installate contribuisce alla definizione della comunità animale (e vegetale, in presenza di idonei livelli di luce e movimentazione delle acque sul fondo) perché le superfici solide inizialmente nude sono colonizzate dalle specie presenti in quella data nello zooplancton e fitoplancton locale ed esse poi ostacolano analoghi processi da parte di altre specie (Svane e Petersen, 2001); la stessa cosa vale per alcuni pesci o altri animali mobili a comportamento territoriale (es. astici e scorfani). Nel considerare la non grande abbondanza numerica e ponderale dei pesci e degli invertebrati rinvenuti nei campionamenti, occorre tenere presente che per le specie che sviluppano “interazioni strette” con le barriere artificiali sommerse (ad esempio quelle “sessili”, ossia fissate per gran parte del loro ciclo vitale sulle pareti delle strutture) le dimensioni complessive delle strutture determinano (o almeno influenzano molto) le dimensioni dei popolamenti delle specie che si possono installare attorno o sulle medesime strutture solide sommerse.

 In effetti in Giappone e Sud Corea, nelle cui acque marine costiere sono state installate, nel corso di più lustri, numerose ed enormi barriere artificiali con l’intento di facilitare l’esercizio della pesca artigianale, si ammette che esse debbano avere un volume di almeno 2.500 metri cubi (Ogawa, 1982; Nagahata, 1991; Jensen et al., 2000; Kim, 2001); inoltre la reciproca disposizione dei corpi immersi è parimenti rilevante, perché molti animali di interesse commerciale trovano rifugio nelle strutture sommerse ma tendono ad esplorare le zone circostanti alla ricerca di cibo, quindi occorre cercare di “calibrare” le due esigenze collocando le strutture sommerse ad una distanza reciproca idonea per le caratteristiche di mobilità delle specie animali da tutelare (Campbell et al., 2011). Nell’area marina oggetto di studio l’immersione di strutture sommerse è assimilabile in qualche modo ad un intervento “sperimentale” in quanto esse, pur essendo di dimensioni molto modeste sia nei singoli sottositi che nel loro insieme, hanno consentito di individuare i moduli costruttivi più idonei, ad es. in termini di ricchezza di specie, di efficienza e facilità di insediamento. Tuttavia le limitate dimensioni delle installazioni hanno negativamente influenzato le dimensioni dei gruppi di esemplari di specie ittiche costiere note per essere più “legate” a substrati duri e ciò spiega, almeno in parte, perché le catture dei campionamenti sperimentali di pesca siano state piuttosto oscillanti ed i complessivi rendimenti tendenzialmente ridotti. Non si deve trascurare, inoltre, la presenza nella zona di un’intensa attività di pesca professionale. Tale area richiama, infatti, molti pescherecci che effettuano la pesca con i “rapidi”, essendo caratterizzata da una pressoché costante ed elevata presenza di specie target quali la canocchia e la sogliola comune. Nonostante sia vietata ogni forma di pesca fino a 200 metri di distanza dall’impianto di mitili e sia proibita la pesca a strascico entro le tre miglia dalla costa, i rilievi Side Scan Sonar hanno permesso di osservare anche nelle vicinanze delle strutture molti solchi lasciati dai rapidi. Pertanto appare assai grave che attorno alle strutture installate con scopi di protezione delle risorse ittiche siano svolte attività di pesca illegali, in quanto l’intensa attività di prelievo e l’azione di disturbo hanno contrastato e probabilmente ridimensionato l’effetto di ripopolamento esercitato dalla presenza delle barriere artificiali. L’Italia è stata uno tra i paesi europei più attivi nella posa di barriere artificiali e la maggior parte dei progetti è stata supportata al 50% da finanziamenti dell’Unione Europea (Jensen, 2002). Tali progetti, realizzati allo scopo di proteggere e sviluppare le risorse alieutiche, hanno previsto l’introduzione di misure di gestione delle zone marittime costiere interessate attraverso l’applicazione di regolamenti comunitari ed il coinvolgimento delle amministrazioni e delle organizzazioni dei pescatori locali. Ad esempio, il Regolamento CEE 4028/86 prevedeva la partecipazione alla realizzazione dei progetti di organizzazioni o cooperative di produttori ed, inoltre, il bando di ogni attività di pesca ed il monitoraggio scientifico per tre anni dopo l’installazione delle strutture artificiali. L’identificazione ed il coinvolgimento di un gruppo di pescatori professionisti di fatto produceva automaticamente un controllo dell’area rispetto a tutte le possibili conflittualità e/o interferenze, sia antropiche che naturali. Differentemente la posa delle barriere a Scardovari è stata effettuata con il solo scopo del ripopolamento e non per un successivo utilizzo da parte dei professionisti o dei dilettanti, essendo l’area interdetta ad ogni tipo di pesca;

questo in termini pratici si è tradotto nella mancanza di un ente gestore che coordini gli eventuali accessi e controlli il rispetto dei divieti. L’area, di conseguenza, è soggetta nella pratica ad un libero accesso, per quanto illegale, e all’indiscriminato sfruttamento delle risorse rinnovabili da parte di varie tipologie di pescatori, ulteriormente incoraggiati dalla crisi in cui attualmente versa il settore. Sarebbe auspicabile, perciò, l’istituzione di un organismo locale che gestisca e coordini le attività che si svolgono nei pressi delle barriere artificiali. Tale organismo dovrebbe prevedere la partecipazione anche dei pescatori, in modo che si possa creare un’azione concertata di controllo dell’area e sfruttamento razionale della risorsa che permetta alle strutture sommerse di esprimere pienamente le loro capacità di ripopolamento.

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