sabato 9 novembre 2013
Terra dei fuochi sintesi di un paese al collasso: edilizia selvaggia, eterno problema rifiuti: Napoli, Latina, Crotone, Verona, Sassuolo
VIAGGIO IN 5 CITTÀ
Le squadre di calcio fanno sognare
mentre tutto frana a Napoli, Latina,
Crotone, Verona e Sassuolo:
sintesi di un Paese al collasso
TUTTO IL FUOCO
ATTO RNO
AL VESUVIO
L’EDILIZIA SELVAGGIA, I PIANI DI EVACUAZIONE CHE NON FUNZIONEREBBERO,
L’ETERNO PROBLEMA DEI RIFIUTI, CRIMINALITÀ E CAMORRA
DENTRO IL CUORE DI UNA CAMPANIA ALLA RICERCA DI UN RISCATTO IMPOSSIBILE,
MENTRE GLI UNICI SUCCESSI SONO QUELLI DEL NAPOLI DI BENITEZ
di Antonello Caporale Il fatto quotidiano 9 novembre 2013
inviato a Napoli
IL GEOLOGO
Benedetto De Vivo: “Stanno
costruendo l’ospedale del mare
nel punto esatto dove – nel caso
dovesse esserci l’eruzione – il flusso
piroclastico, queste tremende bombe
di terra e cenere, si riverserà. Noi
scienziati sappiamo poco dei tempi
di eruzione. Potranno passare secoli
e secoli oppure può accadere domani
Ma siamo certi dei danni che la prova
del fuoco farebbe. E ce ne freghiamo
Si può essere più sciagurati?”
Fuma la terra lungo le curve che da Agnano
portano a Fuorigrotta. Si alzano colonnine
nere come fossero figlie di un arrosto
di catrame all’altezza dell’edificio
che gli americani hanno abbandonato (era la
vecchia sede della Nato). Chi vuole entra nel palazzone
e sporca, strazia, struscia, rompe o solo
lo sfiora incolonnato in auto nell’attesa di arrivare
allo stadio. Il calcio è l’unica impresa che
funziona a Napoli e dai tempi di Maradona il
catino dove l’allenatore Benitez schiera i suoi uomini
non appariva il covo di felicità compulsiva
che sazia al punto da arrivare fino alla bocca dello
stomaco e poi eruttare. Felicità sgraziata, rumorosa,
mediamente eccessiva. Anche il San Paolo,
come quasi tutto a Napoli, poggia i piedi sul cratere
e sebbene la Protezione civile abbia innalzato
il livello di attenzione (secondo dei quattro
gradi di pericolo previsti) le caldare dei campi
flegrei si trasformano da pericolo immanente a
falso storico, fonte di ispirazione creativa per gli
ultras. Il Vesuvio erutta in curva, fuoco denso e
rosso, tra le migliaia di comparse che costruiscono
la sceneggiatura perfetta: il fuoco che allaga
diviene rappresentazione di gioia pura, distillata,
insuperabile. E poi sul fuoco e sui lapilli,
sulla brace e sulla cenere, milanisti, interisti, juventini,
romanisti quando trovano gli azzurri di
fronte impegnano la loro voce: “Vesuvioooo, lavali
con il fuocoooo”. I partenopei restituiscono
le cortesie: “Alè Vesuvioooo, il Vesuvio è la terraaa
che amiamooo, dell’eruzione ce ne freghiamooo”.
“Sono dovuta scappare
da Afragola: non respiravo”
Napoli ha il fuoco nel suo ventre, borbotta, fuma,
e sembra sempre pronto a esplodere. A
oriente come a occidente. Ma lo custodisce come
fosse un tesoro non un pericolo. “L’unica
eruzione buona è quella del Vesuvio”, dice Tilde
Baldascini, una giovane combattente contro lo
schifo, davanti al fondale della monnezza, appena
dietro la costruzione svedese e ordinata
dell’Ikea, nella grande piana metropolitana a
nord della città storica. La piana dei fuochi, della
tosse, dei veleni, della puzza di questa terra trasformata
dagli uomini in una discarica permanente,
in un inferno permanente, in fuoco perenne.
Marilù è invece emigrata per non sentirsi
parte di quello schifo: “Sono dovuta scappare da
Afragola, la mia città. Non riuscivo a respirare,
quell’odore fisso prendeva alle narici e non ti lasciava
più. Io e Massimo, quando abbiamo deciso
che era venuta l’ora di fare un figlio, ci siamo
detti: qui no, qui non è possibile farlo nascere.
Ora viviamo a Pontedera, in Toscana, e sapessi
che pena tornare a casa. Appena imbocchiamo lo
svincolo la puzza ci assale. Io penso a mamma e a
papà, alle mie sorelle che lì resistono malgrado
tutto”. Afragola non è una città ma un’escrescen -
za edilizia, una somma di abusi all’urbanistica,
alla civiltà, alla ragione stessa. Case, casone, casette,
tuguri, svincoli intestati al nulla, guard rail
rotti, puttane per strada insieme a mamme con la
carrozzina, il venditore di patate, il negozio di
sposa, il cartello pubblicitario: “Vivi i tuoi giorni
felici”. Un unico anello d’asfalto s’incunea nel
cordone di cemento. Un paese e l’altro, una città
e l’altra, un abuso e l’altro. Un fuoco velenoso e
l’altro. Villaricca, Qualiano, Giugliano. La mappa
della fetenzia è aggiornata sul web grazie al
grande lavoro dei volontari che danno vita a terradeifuochi.
it . Cliccate, e a vostra scelta vi troverete
a selezionare e inquadrare il cimitero dei misteri
seppelliti e di quelli rinvenuti: lì una bara
collettiva di bidoni tossici, qui l’amianto, lì monnezza
varia. Poi percolato, liquami, fogne a cielo
aperto o solo materassi, vecchie carcasse di auto,
frigo, cucine da campo, tinelli sfondati, cucchiai,
farmaci scaduti. Sono efferati testimoni dell’ignavia
collettiva, dell’irresponsabilità collettiva.
Il tribunale ha appena assolto Antonio Bassolino,
ex governatore della Campania, e altri 26 indagati
per l’affare discariche. Non c’è condanna e
non c’è verità. “Non puoi credere a niente, perché
persino la scienza bara, tarocca, tradisce. Con la
montagna dei veleni che abbiamo alle spalle puoi
pensare che siano sincere le parole della Protezione
civile che dicono che qui, ai Campi flegrei,
c’è il rischio di un nuovo, catastrofico bradisismo?
Fuma la terra, embè? Rispetto a quello che
hanno combinato gli uomini questa è l’ultima
delle paure possibili”. A Licola, ovest di Napoli, il
sociologo Sergio Mantile mi conduce a pranzo in
campagna. Costantino è il vecchio oste che mentre
apparecchia ricorda: “Tranne la scossa di
trent’anni fa io non ricordo terremoti qui. Sono
altre le paure. L’anno scorso i canali si sono riempiti
d’acqua. Telefonavo ogni giorno al Comune:
veniteli a pulire che ci allaghiamo. E loro: domani
vediamo. E il giorno dopo: stiamo provvedendo.
Nessuno è venuto, e le piogge torrenziali ci hanno
allagato e affamato. Ho perso tutto il bestiame,
solo un cavallo si è salvato: per due giorni è
riuscito a tenere la testa fuori dall’acqua. È stato
bravo”. In una terra che non conosce verità, ma
solo paura, il Vesuvio può essere fonte di disperazione?
“Assolutamente no. La paura è polverizzata
in mille atti quotidiani, distillata nelle forme
consuete della vita familiare”, dice l’antro -
pologo Marino Niola.
“Un pugno in faccia
per uno scambio di persona”
Si ha paura di uscire di casa di sera, paura di parcheggiare
e litigare con l’abusivo di turno, paura
della fila, paura persino dell’ospedale. Se hai la ventura
di capitare al pronto soccorso del Cardarelli
chi ti salverà? Paura della vita. “Noi viviamo di piccole
ma costanti paure, e di una bugia immensa,
tossica, che produce solo fatalismo”, aggiunge
Mantile. Succeda quindi quel che deve, siamo sotto
il cielo. “Ero al bar a prendere un caffè. D’un tratto
arriva un signore che mi sferra un pugno. Non l’avevo
mai visto, non sapevo chi fosse né perché avesse
fatto quel gesto. Alcuni avventori lo hanno separato
da me gridandogli: hai sicuramente sbagliato
persona, non è lui, non è lui!”. Ciro Biondi cura
l’ufficio stampa della diocesi di Pozzuoli. Mesi fa si
trovò il naso sanguinante, la testa tra le mani e lo
stupore. “Avevo appena realizzato che ero stato vittima
di uno scambio di persona, il tipo era conosciuto
e considerato come uno del sistema camorristico.
Cosa feci? Volli andare dai carabinieri a
sporgere querela, perché non potevo credere che
tutto quel che mi era accaduto fosse normale. Volevo
difendermi dalla barbarie che avrebbe preso
me se non avessi reagito con un atto di civiltà, di
rispetto minimo per la mia dignità. Ma non me ne è
venuto niente. L’aggressore ha chiesto scusa, alla
fine ho rinunciato a proseguire nel processo”.
Ti può capitare di tutto a Napoli, e devi esserne
consapevole. “Siamo i teorici dell’irrilevanza della
verità. Persino la scienza nega fatti macroscopici.
Qui la discarica di Pianura ci ha lasciato una lunga
striscia di morti. Si muore di tumore molto di più
che in altri luoghi”.
Negli ultimi venti anni in provincia di Napoli
(città esclusa) si sono avuti incrementi percentuali
del tasso di mortalità per tumori del 47% fra
gli uomini e del 40% tra le donne, incrementi che
sono stati rispettivamente del 28,4% e del 32,7%
anche in provincia di Caserta. Mentre in Italia,
negli stessi ultimi venti anni, “i tassi sono viceversa
rimasti tendenzialmente stabili” e “al Nord
sono addirittura diminuiti”. Annota lo studio sui
Comuni campani appena concluso dall’Istituto
nazionale per i tumori “Pascale” di Napoli che il
lavoro è stato realizzato per “verificare e valutare
il fenomeno” attraverso le schede di morte in-
dividuale con diagnosi di tumore. “Questo eccesso
di mortalità, che riguarda anche altre patologie
cronico-degenerative – sottolinea l’Isti -
tuto – si configura come un grave problema sociale
e ambientale, oltre che sanitario, di vasta
dimensione e notevole gravità”, tanto che “ri -
chiederebbe maggiore attenzione da parte delle
istituzioni”. Ecco i livelli raggiunti da alcune singole
patologie oncologiche. Tumore del colon
retto: “In provincia di Napoli nel triennio
1988/1990 si riscontra negli uomini un tasso del
17,1 (su 100mila abitanti, ndr) negli uomini, che
nel periodo 2003/2008 sale al 31,3”, mentre nelle
donne gli stessi tassi per gli stessi periodi sono
16,3 e poi 23. Situazione identica a Caserta: 19,3
(sempre per 100mila) per i maschi dal 1988 al
1990 e 30,9 dal 2003 al 2008, con 16,4 e poi 23,8
nelle donne. Al contrario i tassi italiani, per lo
stesso tipo di tumore e gli stessi periodi, “sono
stabili, passando dal 33 al 35 negli uomini e dal
30,5 al 29,3 nelle donne”. L’aumento del tasso di
mortalità femminile per tumore del polmone è il
più alto in Italia. Su una base percentuale media
di 45 a Caserta è del 68, il tumore alla mammella
è balzato dal 21,4 al 31,3. Un altro esempio, stavolta
riguardante gli uomini: il tasso di mortalità
maschile per tumore al fegato registrato in provincia
di Napoli nel 1988/1990 era 22,1 e quello
in provincia di Caserta 22,3, livelli cresciuti via
via fino al 2003/2008 rispettivamente a quota 38
e 26,4. Nello stesso periodo, al contrario, questo
tasso su scala nazionale è diminuito da 12,3 a 10,7
per 100mila.
Accostiamo, nel cammino verso oriente, verso il
punto g del pericolo massimo, la zona rossa vesuviana,
alla Città della Scienza, nella meravigliosa
e intossicata baia di Bagnoli. Era il segno
della rinascita culturale, una speranza in più. Era
terreno bonificato e salvato alla speculazione.
Fuoco anche lì. Appiccato dai criminali. Tutto è
bruciato e ora? “Napoli è il luogo delle illegalità
più acute e della fantasia primordiale. Pensi che
avevano delimitato l’area rossa, questa che vede
alle pendici del Vesuvio, secondo i confini amministrativi
dei Comuni. Avevano sbianchettato
per decreto Napoli, immaginando che la lava alle
viste dei primi quartieri del capoluogo si fermasse
e rispettosamente deviasse”. Siamo alla
Federico II, facoltà di scienze della terra, nella
stanza del geologo Benedetto De Vivo. “Stanno
costruendo l’ospedale del mare, quello che dovrebbe
dare un po’ di respiro e di salute nel punto
esatto dove – nel caso dovesse esserci l’eruzione
– il flusso piroclastico, queste tremende bombe
di terra e cenere, si riverserà. Noi scienziati sappiamo
poco dei tempi di eruzione. Potranno
passare secoli e secoli oppure può accadere domani.
Ma siamo certi dei danni che la prova del
fuoco farebbe. E ce ne freghiamo. Si può essere
più sciagurati?”. Le pendici vesuviane sono il set
ovunque, ostruzioni ovunque. Qui prende forma
planetaria la teoria dell’irrilevanza della verità.
C’è il rischio che la tua casa venga mangiata
dal fuoco ma tu la edifichi. C’è la zona rossa e
nessuno la rispetta. C’era la legge per lo svuotamento
di questa enorme sacca umana (si chiamava
VesuVia) ma non è stata rifinanziata. L’as -
sessore regionale alla Protezione civile Edoardo
Cosenza ha messo in moto piccole pratiche di
buon senso. Innanzitutto allargando l’area a rischio.
Adesso sono compresi anche i quartieri
orientali di Napoli e le persone in pericolo sono
passate da 550 mila a 700mila. Una città grande
come Bologna e tutta la Romagna, Bari e il Salento.
Una massa enorme, una pressione demografica
ingestibile come hanno dimostrato due
test di evacuazione.
“Il vulcano ci dà
il tempo
di prepararci, ma lo ignoriamo”
Nel 2006 fu il Mesimex e doveva testare la capacità
di trasporto e svuotamento. Il rischio enorme è
che la paura, da sola, mieta vittime in misura catastrofica.
Le vie di fuga non esistono. Solo nel
2015, sempre che i finanziamenti esistano, sarà
completato con lo svincolo di Angri l’ampliamen -
to dell’autostrada. Tutto qua, o quasi. Al pericolo
della lava che inonda si aggiunge un secondo e
altrettanto mortale rischio: che migliaia di edifici
nelle zone contigue possano collassare per via del
peso della cenere che si depositerà sui terrazzi di
copertura. Il piano della salvezza è un misterioso
mix di buone ma velleitarie intenzioni e cattive
pratiche. Ogni regione è gemellata con un Comune
e dovrebbe ricevere i suoi abitanti incolonnati
su bus e auto (solo le vie autostradali sono
ritenute idonee per la fuga). Dovrebbero venirci a
salvare dall’Europa (Francia, Spagna, Portogallo e
Svezia gli Stati membri impegnati nel primo soccorso).
“Il Vesuvio ci dà il tempo di prepararci e
noi non lo facciamo”, ricorda il geologo De Vivo.
Napoli, scriveva il tedesco Sohnretel, è la capitale
della filosofia del rotto. Tutto è ammaccato, il futuro
è indefinito e la ragione scriteriata. Si salvi chi
può.
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