tratto da https://ambientenonsolo.com/la-diciottesima-borsa/
di Antonio Disi (tutti gli articoli di Antonio)
LO SO, MA NON LO FACCIO. Avventure quotidiane di uno che dovrebbe saperne di più.
Sappiamo che cosa dovremmo fare. Spegnere la luce, usare meno plastica, non sprecare acqua, lasciare ogni tanto la macchina a casa. Il problema comincia quando dobbiamo farlo davvero.
Lo so, ma non lo faccio racconta le piccole contraddizioni quotidiane di uno che, occupandosi di energia e comportamenti, dovrebbe almeno avere la decenza di non cascarci. E invece ci casca.
Non sono storie su come dovremmo comportarci, ma storie su come ci comportiamo davvero, con le nostre buone intenzioni, le nostre giustificazioni e quella straordinaria capacità di trovare sempre un’ottima ragione per fare esattamente ciò che avevamo deciso di non fare.
Si comincia con La diciottesima borsa.
La diciottesima la comprai un martedì, sotto una pioggia battente. Era verde, robusta e portava stampata la frase “Il pianeta è nelle tue mani”. La pagai due euro e cinquanta. Il pianeta, quel giorno, mi sembrò anche piuttosto caro.
Le altre diciassette erano a casa, ripiegate con cura nel cassetto sotto il forno. Alcune provenivano da supermercati nei quali non facevamo più la spesa, altre da convegni sulla sostenibilità, festival dell’ambiente e campagne contro la plastica. Una, particolarmente resistente, mi era stata regalata durante un evento dedicato all’economia circolare. Non aveva più circolato.
Prima di entrare nel supermercato ero rimasto qualche secondo in macchina a valutare la situazione. Le borse si trovavano a meno di un chilometro da me. Tornare a prenderle avrebbe richiesto cinque minuti, forse sette con il traffico. Ma pioveva, ero stanco e il parcheggio conquistato dopo due giri dell’isolato esercitava su di me quel particolare diritto di proprietà che gli automobilisti acquisiscono nel momento stesso in cui spengono il motore.
Decisi che avrei comprato soltanto poche cose e che sarei riuscito a portarle a mano. È una decisione che prendo spesso entrando in un supermercato senza borsa. Non ha mai trovato conferma nei fatti.
Varcata la porta, mi unii alla popolazione locale. Gli abitanti del supermercato si muovevano lentamente tra le corsie spingendo piccoli veicoli metallici. Alcuni seguivano percorsi regolari; altri tornavano improvvisamente indietro, come richiamati da un ricordo. Quasi tutti tenevano in mano un telefono, sul quale consultavano liste, ricevevano istruzioni da casa o confrontavano prezzi che non avrebbero ricordato una volta usciti.
Presi un cestino. Il cestino, rispetto al carrello, rappresentava una dichiarazione di moderazione. Diceva che ero entrato per necessità e non per desiderio, che conoscevo i miei bisogni e che sarei uscito rapidamente. Dopo pochi minuti pesava abbastanza da costringermi a cambiare mano.
Comprai il latte, il pane, una confezione di pomodori e il detersivo per i piatti. Quest’ultimo era concentrato, biodegradabile e contenuto in una bottiglia ottenuta, secondo l’etichetta, con plastica riciclata raccolta in prossimità delle coste. Non era chiaro quanto prossime, né a quali coste, ma la bottiglia aveva il colore del mare e questo mi parve sufficiente.
Nel reparto ortofrutta osservai una signora staccare quattro sacchetti dal rotolo prima di scegliere cosa metterci dentro. Li aprì sfregandoli tra le dita, gesto che richiese una lunga concentrazione e una certa quantità di saliva. Un uomo, invece, pesò tre mele senza sacchetto e applicò l’etichetta direttamente sulla buccia. Lo guardai con ammirazione. Doveva appartenere a un gruppo più evoluto del mio.
Vedi meno

Nessun commento:
Posta un commento