tratto da https://ambientenonsolo.com/capitale-naturale-in-trentanni-perso-quasi-il-40-economia-e-imprese-davanti-alla-sfida-della-biodiversita/
Per approfondire su Ambientenonsolo
- Biodiversità, imprese e responsabilità: nel 2025 l’Italia accelera, ma la sfida resta enorme – sul crescente ingresso della biodiversità nelle strategie aziendali italiane e sul ritardo ancora esistente nell’adozione di strumenti concreti.
- Economia globale e limiti del pianeta: il nuovo allarme dello Stockholm Resilience Centre – sul rapporto tra crescita economica, consumo di risorse naturali e superamento dei limiti biofisici del pianeta.
- Sussidi ambientalmente dannosi: in Italia oltre 48 miliardi nel 2024, un freno alla transizione energetica – un approfondimento sulla dimensione complessiva dei sussidi dannosi e sulla contraddizione tra risorse pubbliche e obiettivi ambientali.
- Aggiornamento del Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli – per ricostruire l’evoluzione del monitoraggio nazionale dei SAD e delle politiche per la loro progressiva eliminazione.
- Ripristino della natura: nuove norme europee per recuperare gli habitat degradati – sul percorso europeo verso obiettivi vincolanti di recupero degli ecosistemi terrestri e marini.
- Atlante delle Foreste 2024: oltre 3 milioni di nuovi alberi in Italia, ma la sfida è farli sopravvivere – sul valore economico dei servizi ecosistemici generati dal verde e sul ruolo della forestazione come capitale naturale.
dall'articolo di Marco Talluri: "In Italia oltre 6 miliardi di sussidi dannosi per la biodiversità
Secondo le stime presentate dal Nature Positive Network durante la conferenza, nel 2025 in Italia i sussidi ambientalmente dannosi con impatti diretti o indiretti sulla biodiversità hanno superato i 6 miliardi di euro. Una loro riallocazione potrebbe finanziare interventi di tutela e ripristino del capitale naturale.
Il tema assume un rilievo particolare in aree come il Distretto del Po, dove si concentra oltre il 40% del PIL nazionale e dove contemporaneamente gli effetti del cambiamento climatico stanno modificando disponibilità idrica, equilibrio degli ecosistemi e condizioni delle attività produttive.
Alessandro Delpiano, segretario generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, ha sottolineato la necessità di superare una gestione basata prevalentemente sull’emergenza e di integrare prevenzione, adattamento, tutela dell’acqua e ripristino degli ecosistemi. In questo quadro, ha evidenziato anche il ruolo degli investimenti privati e della collaborazione pubblico-privato.
Le imprese dipendono dalla natura, ma ancora la misurano poco
Un altro elemento centrale del confronto riguarda il rapporto diretto fra imprese e biodiversità. Nel 2026 l’IPBES, la piattaforma intergovernativa scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, ha pubblicato il nuovo Business and Biodiversity Assessment, dedicato proprio agli impatti e alle dipendenze delle attività economiche dalla natura.
Il rapporto mostra come le imprese dipendano in numerosi modi da ecosistemi funzionanti: disponibilità di acqua, fertilità dei suoli, materie prime, impollinazione e regolazione dei fenomeni estremi sono solo alcuni esempi.
Durante la conferenza Matt Jones ha evidenziato tuttavia quanto sia ancora limitata la capacità delle aziende di riconoscere e rendicontare queste relazioni: secondo i dati richiamati nell’incontro, meno dell’1% delle imprese che pubblicano report di sostenibilità dichiara esplicitamente i propri impatti sulla biodiversità e le proprie dipendenze dai servizi ecosistemici.
L’Assessment IPBES individua invece numerose possibilità di intervento, dalla governance aziendale alle attività produttive, fino alla gestione delle catene di fornitura. Il punto di fondo è che il rischio naturale non può più essere trattato come un problema distante dalle decisioni economiche.
Ronchi: sostenibilità sempre più legata alla competitività
Il rapporto tra sostenibilità e capacità competitiva è stato richiamato anche da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
Ronchi ha ricordato i risultati del Business Breakthrough Barometer 2026 del World Business Council for Sustainable Development: il 92% dei leader aziendali intervistati ritiene che nei prossimi cinque-dieci anni la sostenibilità diventerà una fonte di vantaggio competitivo. Il Barometer evidenzia inoltre che l’89% delle imprese coinvolte ha mantenuto o aumentato gli investimenti nella transizione durante l’ultimo anno.
Per Ronchi, decarbonizzazione, economia circolare, uso più efficiente delle risorse e rigenerazione del capitale naturale non possono più essere interpretati soltanto come obblighi ambientali, ma come elementi della resilienza economica in un contesto segnato da instabilità geopolitica, crisi climatica e insicurezza delle forniture.
La natura come infrastruttura dell’economia
È forse questo il messaggio più netto emerso dalla conferenza: la natura non rappresenta semplicemente un costo da sostenere o un vincolo allo sviluppo, ma l’infrastruttura sulla quale poggia una parte consistente dell’economia.
Giuseppe Dodaro, coordinatore del Nature Positive Network, ha sintetizzato la sfida indicando tre elementi decisivi: quante risorse vengono mobilitate, dove vengono indirizzate e quanto rapidamente il settore privato riuscirà a riconoscere la propria dipendenza dal capitale naturale.
La transizione verso un’economia Nature Positive richiede quindi contemporaneamente più investimenti nel ripristino degli ecosistemi, la riduzione dei flussi finanziari dannosi e una diversa valutazione dei rischi da parte di imprese e finanza.
In un Paese come l’Italia, particolarmente esposto a siccità, alluvioni, ondate di calore e dissesto idrogeologico, la tutela della biodiversità assume anche un ruolo sempre più rilevante nelle politiche di adattamento climatico. Conservare e ripristinare ecosistemi funzionanti significa infatti rafforzare la capacità dei territori di assorbire gli shock e, allo stesso tempo, proteggere le attività economiche che da quei territori dipendono.
La contraddizione di partenza resta però evidente: mentre il capitale prodotto continua ad aumentare, il patrimonio naturale che sostiene economia e società continua a diminuire. Correggere questo squilibrio significa non soltanto spendere di più per la natura, ma cambiare le regole con cui vengono valutati investimenti, incentivi e crescita economica.
Fonti: comunicato Nature Positive Network/Fondazione per lo sviluppo sostenibile; UNEP, State of Finance for Nature 2026; IPBES, Business and Biodiversity Assessment 2026; WBCSD, Business Breakthrough Barometer 2026; OECD."
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