sabato 5 settembre 2026

chi controlla la qualità dell'acqua dal rubinetto in provincia di Latina? la AUSL naturalmente... a quando sono aggiornati i dati dell'arsenico nel rubinetto? A parte il comune di San Felice Circeo (aggiornati al 10/01/18) tutti gli altri comuni sono aggiornati (si fa per dire) al 19 dicembre 2017... cioè sono 8 e 8 mesi... la qualità dei dati ambientali e dell'inquinamento questa sconosciuta...

 tratto da https://www.ausl.latina.it/informazioni-ambientali/247-dati-arsenico


El Niño verso un’intensità eccezionale: possibili effetti sul clima globale fino al 2027

 tratto da https://ambientenonsolo.com/el-nino-verso-unintensita-eccezionale-possibili-effetti-sul-clima-globale-fino-al-2027/

dall'articolo di Marco Talluri: "El Niño è ormai saldamente consolidato nel Pacifico tropicale e dovrebbe rafforzarsi ulteriormente nei prossimi mesi. Secondo il nuovo aggiornamento dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), la probabilità che il fenomeno persista fino a febbraio 2027 è prossima al 100%, aumentando il rischio di forti anomalie nelle temperature e nelle precipitazioni in diverse regioni del mondo.
El Niño è la fase calda dell’ENSO, El Niño–Southern Oscillation, una grande oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera del Pacifico tropicale. Si manifesta quando le acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale diventano significativamente più calde della norma, modificando anche i venti e la circolazione atmosferica. Pur avendo origine nel Pacifico, può influenzare il clima a migliaia di chilometri di distanza, incidendo su temperature, precipitazioni, siccità e alluvioni.
Secondo la WMO, l’attuale episodio dovrebbe raggiungere un’intensità molto forte entro la fine del 2026, mentre i suoi effetti potrebbero protrarsi ben dentro il 2027. Le previsioni dei centri climatici internazionali indicano una probabilità eccezionalmente elevata, vicina al 100%, che El Niño continui almeno fino a febbraio.
Un Pacifico eccezionalmente caldo
Alla base dell’intensificazione ci sono le elevate temperature delle acque del Pacifico equatoriale. L’indice Niño 3.4, uno dei principali indicatori utilizzati per monitorare El Niño, è passato da circa +1,5 °C rispetto alla norma tra maggio e luglio 2026 a circa +2 °C nel solo mese di luglio. Tra la fine di luglio e la metà di agosto i valori settimanali sono ulteriormente aumentati, raggiungendo anomalie comprese tra circa +2,2 e +2,6 °C.
Ancora più significativo il calore accumulato sotto la superficie: in alcune aree le temperature oceaniche subsuperficiali hanno superato di oltre 8 °C la media. Queste condizioni rafforzano la probabilità che il fenomeno continui a intensificarsi.
Il quadro si inserisce in una situazione globale già eccezionale: il 22 agosto 2026 la temperatura media giornaliera della superficie degli oceani extrapolari ha raggiunto 21,1 °C, segnando un nuovo record.
Più caldo e precipitazioni alterate
El Niño è uno dei principali fenomeni naturali in grado di modificare la circolazione atmosferica mondiale. Un episodio molto forte può favorire siccità e incendi in alcune aree e precipitazioni intense e inondazioni in altre.
Per il trimestre settembre-novembre 2026, le previsioni della WMO indicano una maggiore probabilità di temperature superiori alla norma su quasi tutte le terre emerse, insieme a importanti variazioni nella distribuzione delle precipitazioni.
Gli effetti, tuttavia, non sono uguali ovunque. Dipendono dalla stagione, dalla posizione geografica e dall’interazione con altri fattori climatici, come l’Indian Ocean Dipole, che dovrebbe entrare in fase positiva durante l’autunno, e le elevate temperature dell’Atlantico tropicale.
Quali possibili conseguenze per l’Europa?
Anche l’Europa può risentire di un El Niño molto forte, ma il collegamento è meno diretto rispetto ad altre regioni del mondo. Attraverso le cosiddette teleconnessioni climatiche, le anomalie del Pacifico possono influenzare la circolazione atmosferica sul Nord Atlantico e sull’Europa, modificando la posizione delle perturbazioni e delle aree di alta pressione.
L’influenza tende a essere più evidente durante l’inverno, quando El Niño raggiunge normalmente la massima intensità. Gli studi indicano possibili cambiamenti nella distribuzione delle temperature, delle precipitazioni e dei venti, ma non esiste una conseguenza automatica e uniforme per tutto il continente.
Per l’Italia e il Mediterraneo, in particolare, non è possibile affermare che un El Niño molto forte determinerà necessariamente un inverno più caldo, più freddo, più piovoso o più secco. Il risultato dipenderà anche dalla circolazione dell’Atlantico, dalle temperature del Mediterraneo e da altri fenomeni atmosferici e oceanici.
C’è però un effetto globale da considerare: un forte El Niño tende a trasferire ulteriore calore dall’oceano all’atmosfera e può contribuire temporaneamente a innalzare la temperatura media del pianeta. L’attuale episodio si sviluppa inoltre in un mondo già fortemente riscaldato dalle emissioni di gas serra.
Africa orientale e meridionale: oltre 162 milioni di bambini esposti
Gli effetti di El Niño non riguardano soltanto temperature e precipitazioni. In molte regioni del mondo possono tradursi rapidamente in conseguenze sulla sicurezza alimentare, sulla salute e sull’accesso ai servizi essenziali. È il caso dell’Africa orientale e meridionale, dove secondo l’UNICEF più di 162 milioni di bambini, oltre due terzi di tutti quelli che vivono nella regione, si trovano in aree esposte agli effetti dell’El Niño 2026-2027. Siccità, caldo estremo e inondazioni rischiano di compromettere alimentazione, disponibilità di acqua potabile e servizi igienico-sanitari, assistenza sanitaria, istruzione e sicurezza.
I rischi non saranno gli stessi ovunque. Nell’Africa orientale aumenta soprattutto la possibilità di inondazioni durante la stagione delle “brevi piogge”, mentre nell’Africa meridionale precipitazioni insufficienti e raccolti ridotti potrebbero aggravare l’insicurezza alimentare. Le conseguenze per i bambini – dalla malnutrizione alle malattie fino all’interruzione dei servizi scolastici e sanitari – potrebbero protrarsi nel 2027. UNICEF segnala rischi particolarmente elevati in 13 Paesi, tra cui Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Madagascar, Malawi, Mozambico, Zambia e Zimbabwe.
In Somalia, nello scenario più grave, le inondazioni potrebbero interessare direttamente fino a 2,5 milioni di persone, mentre in Etiopia e Sud Sudan El Niño rischia di aggravare situazioni già segnate da insicurezza alimentare, malnutrizione, sfollamenti e fragilità dei sistemi sanitari. È un quadro che si inserisce in una vulnerabilità climatica già molto elevata: un precedente rapporto UNICEF del giugno 2026 stimava che oltre 65 milioni di bambini della regione fossero già esposti contemporaneamente ad almeno tre diversi rischi climatici, tra siccità, incendi, ondate di calore, alluvioni e cicloni.
Per questo l’UNICEF insiste sulla necessità di agire prima che l’emergenza raggiunga il suo picco, rafforzando servizi nutrizionali e sanitari, accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, continuità scolastica, protezione dei minori e sistemi di assistenza sociale collegati alle allerte precoci. L’organizzazione chiede 173 milioni di dollari per interventi preventivi e salvavita nei 13 Paesi prioritari. Secondo UNICEF, ogni dollaro investito nella riduzione del rischio di catastrofi può evitare fino a 15 dollari di successivi costi di ricostruzione.
Il caso africano rende particolarmente concreto il messaggio della WMO sulla necessità di trasformare le previsioni climatiche in early action: conoscere in anticipo l’evoluzione di El Niño non permette di evitare il fenomeno, ma può ridurre significativamente le conseguenze sulle popolazioni più vulnerabili.
Dalle previsioni alla prevenzione
Per la WMO il punto centrale è quindi trasformare le previsioni climatiche in azioni preventive. Conoscere con mesi di anticipo l’evoluzione di El Niño può aiutare governi, servizi meteorologici e organizzazioni umanitarie a prepararsi meglio ai rischi per agricoltura, risorse idriche, energia, salute e protezione civile.
El Niño resta un fenomeno naturale e non è causato dal cambiamento climatico. Ma oggi si manifesta su un pianeta e in oceani già molto più caldi rispetto al passato: una sovrapposizione che rende ancora più importante monitorarne attentamente l’evoluzione nei prossimi mesi.
Per approfondire su Ambientenonsolo
Il rafforzamento di El Niño arriva mentre gli oceani stanno registrando temperature eccezionali: Oceani sempre più caldi: il 22 agosto battuto il record mondiale della temperatura superficiale del mare.
Per comprendere il contesto climatico europeo, dove il riscaldamento procede a una velocità quasi doppia rispetto alla media globale: L’Europa si scalda quasi due volte più del Pianeta: il nuovo indicatore dell’Agenzia europea dell’ambiente."
Vedi meno

volete informazioni sulla qualità dell'acqua e l'arsenico nelle acque potabili? aggiornamento Arpa Lazio 2014 Rev. 2021. 182 non conformità, 21 comuni interessati dalla non conformità

 tratto da https://www.arpalazio.it/documents/20124/e20bbaa7-addc-ffde-437f-76bb82f5464c



LE ATTIVITÀ SVOLTE DALL’ARPA LAZIO A seguito dell’entrata in vigore del d.lgs. 31/01, avvenuta nel dicembre 2003, molti comuni,soprattutto dell’alto Lazio, a causa della natura geologica del territorio presentavano non conformità per questo parametro: in una prima fase, gli enti acquedottistici si sono dovuti adeguare attraverso la costruzione di impianti di trattamento per la rimozione dell'arsenico e ciò ha richiesto ingenti investimenti ed estesi tempi di realizzazione. Terminata questa fase e messi a regime gli impianti, la situazione si è più o meno stabilizzata. In definitiva si può dire che i provvedimenti messi in campo, seppur partiti con un certo ritardo rispetto all’insorgere del problema, abbiano sortito i loro effetti. I dati della tabella evidenziano un andamento stabile dei campioni che presentano non conformità comunque inferiori al 10%. Il numero di comuni in cui si sono riscontrati superamenti del valore di parametro per l’arsenico (che, ricordiamolo, è di 10 µg/l) è in lenta ma continua decrescita. Quasi tutti questi comuni si sono dotati in questi anni di impianti di trattamento dell’acqua ma la necessità di una manutenzione costante fa sì che alcune volte il trattamento non sia del tutto efficace alla rimozione o alla riduzione di concentrazione del metallo: per questo motivo è necessario un costante controllo da parte delle autorità competenti. 2017 Misure As Non conformità Comuni coinvolti nel controllo Comuni con non conformità riscontrate 2906 269 110 33 2018 Misure As Non conformità Comuni coinvolti nel controllo Comuni con non conformità riscontrate 2185 139 122 33 2019 Misure As Non conformità Comuni coinvolti nel controllo Comuni con non conformità riscontrate 1992 133 116 29 2020 Misure As Non conformità Comuni coinvolti nel controllo Comuni con non conformità riscontrate 2688 182 149 21 Tab. 2: Attività di controllo per il parametro arsenico - campioni analizzati e comuni interessati nel periodo 2017-2020



qualità dell'acqua dal rubinetto secondo le analisi pubblicate dal gestore. Punti di prelievo Serbatoio "Pontinia" Periodo di monitoraggio: I semestre 2026. Arsenico μg/L, limite di legge 10, valore 7

 tratto da https://www.acqualatina.it/download/pontinia/



Vittime del Dovere: il finanziere Antonio Dal Cin ricorre al Tribunale di Latina e cita in giudizio MEF, Interno e INPS per la totale equiparazione alle vittime del terrorismo

 ricevo e pubblico

LATINA – Il finanziere Antonio Dal Cin, graduato del Ruolo d’Onore della Guardia di Finanza riconosciuto Vittima del Dovere e collocato in congedo assoluto per riforma a causa dell’asbestosi pleurica – una grave patologia respiratoria, ingravescente, incurabile e altamente invalidante – ha depositato due ricorsi presso il Tribunale di Latina, Sezione Lavoro.
Le azioni legali, promosse tramite lo Studio Legale dell’Avv. Fabio Maria Vellucci del Foro di Latina ai sensi degli artt. 442 e ss. c.p.c. (con richiamo agli artt. 409 e ss. c.p.c.), sono indirizzate rispettivamente contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero dell’Interno e nei confronti dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS).
I ricorsi mirano a rivendicare specifici diritti previdenziali in virtù del principio di totale equiparazione delle Vittime del Dovere alle Vittime del Terrorismo, richiedendo nello specifico:
  • L’accredito figurativo di dieci anni di versamenti contributivi, utili a incrementare per pari durata l’anzianità pensionistica maturata, la misura della pensione e il trattamento di fine rapporto (o altro trattamento equipollente), ai sensi dell’art. 3 della Legge n. 206/2004 ("Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice").
  • L’incremento della retribuzione pensionabile nella misura del 7,5%, ai fini di ogni trattamento retributivo, contributivo ed equipollente, ai sensi dell’art. 2 della Legge n. 206/2004 (come novellato dall’art. 34 del D.L. n. 159/2007, convertito con modificazioni dalla Legge n. 222/2007).
Le udienze per la discussione di entrambi i ricorsi dinanzi al Giudice del Lavoro di Latina sono state fissate per il prossimo 8 ottobre 2026.

SABATO 5 SETTEMBRE "LUCCIOLATA" al lago di Nemi Corteo a difesa di laghi e boschi, contro lo sfruttamento del territorio dei Castelli Romani

 ricevo e pubblico Ritrovo alle ore 20.00 presso il Museo delle Navi Romani

Partenza ore 21.00, con percorso fino alla Ex-Fiocina e ritorno
 
Torna la "Lucciolata", la camminata notturna lungo le sponde del Lago di Nemi, portiamo tutti/e una torcia elettrica ad illuminare la lotta.
 
Un momento suggestivo in cui la luce delle torce romperà l'oscurità per far sentire, forte e chiara, la voce di chi ama i Castelli Romani e non si piega alle logiche di sfruttamento che li stanno devastando
 
 
 
I laghi dei Castelli stanno letteralmente scomparendo sotto i nostri occhi e l'ecosistema boschivo è sotto il continuo attacco dell'industria del taglio ceduo (-20% di alberi in 8 anni) coaudiavata dall'operato di comuni ed Ente Parco, mentre il turismo d'assalto e la cementificazione vengono presentati come opportunità di sviluppo.
 
Proseguono inoltre i lavori per l'ecomostro dell'inceneritore a S.Palomba che avvelenerà l'aria che respiriamo e prosciugherà ancor più velocemente le falde idriche, provocando l'aumento di malattie gravi che poi saremo costretti a curarci sempre di più a pagamento visto lo stato di "salute" della sanità pubblica.
 
Non possiamo restare a guardare.
 
In sintesi, chiediamo:
 
- la Dichiarazione immediata dello Stato di Emergenza Ambientale per i laghi di Nemi e Albano.
 
- lo Stop ai prelievi idrici intensivi in falda da parte di ACEA e il blocco dei potenziamenti dei pozzi.
 
- una Moratoria sui tagli boschivi in tutto il Parco dei Castelli Romani e studi in merito ai danni già provocati
 
- lo Stop alla turistificazione dei laghi per tutelare la fauna da immondizia, rumori, traffico: vogliamo lasciare
 
Nemi incontaminato e far tornare Castel Gandolfo più naturale possibile. I laghi sono ecosistemi, non location turistiche.
 
- lo Stop alla cementificazione speculativa che minaccia il territorio sfruttandone oltremodo le risorse idriche
 
- il Passaggio da Parco Regionale a Parco Nazionale, per garantire la massima tutela legale e ambientale.
 
Anche ad agosto abbiamo continuato a lottare contro la trasformazione di un vivaio in un distributore di carburanti in via dei Laghi a Nemi, per il ripristino dei luoghi trasformati da "verdi" a inutili e costosissimi aree di palestra basate su piattaforme di cemento vicino la spiaggia del Museo delle Navi di Nemi, contro i tagli boschivi sull'Artemisio di Velletri che lo stanno rendendo un deserto e per fermare il progetto del "potenziamento" della condotta ACEA del "Pozzo Sforza Cesarini" che preleva ogni anno ingenti quantità di acqua dal lago Albano
 
Nonostante le reticenze di tutti gli enti pubblici interpellati, ci sono numerosi importanti aggiornamenti
 
  • Il progetto di "Sport Lineare" sul lago di Nemi non ha ricevuto il parere dell'Ente Parco, nonostante fosse stato elencato tra quelli necessari in apertura della Conferenza dei Servizi: da qui tutte le difficoltà dell'Ente, chiamiamole così, ad intervenire per bloccare le colate di cemento.
    Per questo abbiamo continuato a chiedere anche di persona, diverse volte, un incontro con la dirigenza e i funzionari del Parco, insieme a dati e atti amministrativi. Siamo ancora in attesa ma non demordiamo.
  • Il vivaio in area boscata, che ha subìto una variante urbanistica per trasformarlo in benzinaio lungo la via dei Laghi, ha avuto il parere positivo della Conferenza dei Servizi ma adesso dovrà essere tutto rimesso in discussione perché i cittadini ci hanno fatto sapere che in zona c'è un pozzo idrico di ACEA che rende incompatibile la presenza un impianto di distribuzione di idrocarburi.
    Il Comune di Nemi lo sapeva, anche perché per lo stesso motivo fu bloccata pochi anni fa la costruzione dell'isola ecologica: c'è il forte rischio di inquinamento e non si possono fare in zona simili progetti.
     
  • L'Ente Parco continua a dare nulla osta di qualsiasi tipo, con numerose prescrizioni stringenti ma che nessuno controlla: è stato il caso del potenziamento del "Pozzo Sforza Cesarini" di ACEA sul lago Albano, nonostante lo stesso Parco abbia evidenziato che la multinazionale dell'acqua e dell'energia non dispone di nessuna concessione per l'uso delle acque da quel pozzo....eppure sono decenni che è in funzione.
     
  • A Rocca di Papa come a Velletri ed in altri comuni riprenderà a ottobre il disboscamento, che viene denominato "taglio ceduo" dagli interessati alle questioni economiche che ci sono dietro la filiera del legname. La devastazione degli habitat comporta un maggiore dissesto idrogeologico, un'alterazione del microclima locale dei Castelli Romani, una diminuzione della quantità di ossigeno prodotta ed un aumento della CO2, oltre che ad una maggiore probabilità che il rischio idrogeologico aumenti.
    Inoltre la rete sentieristica è quasi tutta interrotta da cantieri forestali, che ne hanno anche fatto scempio, come lungo la via Sacra, la via Francigena, le Grotticelle, l'Artemisio più volte decantati tra le bellezze storico-paesaggistiche del territorio.
Per evitare il sovraffollamento delle auto al lago, vi chiediamo di organizzarvi venendo a macchine piene.
 
Servizio Navetta: sarà garantito il trasporto A/R da Piazza Dante (Genzano) al Museo delle Navi Romane per chiunque ne avesse bisogno.
 
Si prega di portare con se una torcia (elettrica)
 
La lotta non si ferma, invitiamo tutti/e a dare massima pubblicizzazione a questa importante iniziativa che prelude al corteo che vogliamo organizzare insieme ad altri comitati ed associazioni a Rocca di Papa sabato 17 ottobre (non più il 3 ottobre), passando prima per quello che ci sarà ad Albano contro l'inceneritore il prossimo 26 settembre che dovrà essere partecipato in massa da tutta la popolazione dei Castelli Romani.
 
Comitato per la Protezione dei Boschi dei Colli Albani


Qualità dell’aria, città ancora lontane dai nuovi limiti: medici e scienziati chiedono al Governo di non rinviare

 tratto da https://ambientenonsolo.com/qualita-dellaria-citta-ancora-lontane-dai-nuovi-limiti-medici-e-scienziati-chiedono-al-governo-di-non-rinviare/

A fine luglio molte città italiane avevano già superato i livelli che la nuova direttiva europea consentirà nell’intero anno. L’ozono ha dominato l’estate, il biossido di azoto resta critico soprattutto nelle città portuali e PM10 e PM2,5 continuano a pesare sul bilancio annuale. Intanto 17 società scientifiche e associazioni mediche chiedono al Governo di recepire la Direttiva UE 2024/2881 senza ricorrere alle deroghe.
I nuovi limiti europei sulla qualità dell’aria entreranno pienamente in vigore nel 2030, ma i dati raccolti nelle città italiane mostrano che la partita è già cominciata. Il monitoraggio “Cambiamo aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”, promosso dall’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign in collaborazione con ISDE Italia, fotografa infatti una distanza ancora considerevole tra le concentrazioni osservate oggi, i valori che saranno imposti dalla nuova Direttiva europea 2024/2881 e, ancora di più, quelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il progetto segue dal 2025 i dati delle stazioni di monitoraggio di numerose città italiane, confrontando le concentrazioni di PM10, PM2,5, biossido di azoto e ozono con i diversi livelli di riferimento.
L’aggiornamento a fine luglio 2026 è particolarmente significativo perché mostra come l’inquinamento atmosferico cambi volto con le stagioni ma non scompaia con la fine dell’inverno. Se nei mesi freddi a dominare sono soprattutto le polveri sottili, l’estate porta in primo piano l’ozono troposferico, mentre il biossido di azoto continua a rappresentare un problema strutturale legato alle combustioni e alla mobilità, con situazioni particolarmente rilevanti in diverse città portuali.
L’estate dell’ozono
Il dato più evidente dell’estate 2026 riguarda l’ozono troposferico, un inquinante secondario che non viene emesso direttamente dalle sorgenti ma si forma nell’atmosfera attraverso reazioni fotochimiche che coinvolgono, fra gli altri, ossidi di azoto e composti organici volatili. Temperature elevate e forte radiazione solare ne favoriscono la formazione e proprio per questo il problema emerge soprattutto nei mesi estivi.
La normativa attuale stabilisce un valore obiettivo di 120 µg/m³, riferito alla massima media mobile su otto ore, da non superare per più di 25 giorni all’anno. La nuova direttiva europea riduce questo numero a 18, mentre le indicazioni OMS sono ancora più severe.
Eppure, nei soli mesi di giugno e luglio 2026, i giorni oltre 120 µg/m³ sono stati 52 a Torino Lingotto e Bergamo Meucci, 50 a Torino Rubino, 47 a Vicenza Quartiere Italia, 44 a Modena Parco Ferrari e 43 a Milano Verziere, Verona Giarol Grande, Parma Cittadella, Bologna via Chiarini e Bologna Giardini Margherita. In molte stazioni, quindi, in appena due mesi è stato superato non soltanto il livello previsto dalla normativa europea per il 2030, ma persino l’attuale valore obiettivo riferito all’intero anno.
Il confronto con il 2025 indica inoltre un peggioramento significativo in diverse località: Torino Lingotto è passata da 24 a 52 giorni sopra 120 µg/m³, Bologna Giardini Margherita da 15 a 43 e Brescia Villaggio Sereno da 9 a 34. Rispetto alle indicazioni OMS, la distanza appare ancora maggiore: in varie città la soglia raccomandata di 100 µg/m³ è stata oltrepassata praticamente durante quasi tutti i giorni di giugno e luglio.
È un dato che assume un significato particolare nel contesto del cambiamento climatico. Periodi più caldi e ondate di calore più frequenti possono infatti creare condizioni favorevoli alla formazione dell’ozono, rafforzando l’intreccio fra politiche climatiche, qualità dell’aria e tutela della salute.
Biossido di azoto, il problema delle città portuali
Un secondo elemento che emerge chiaramente dal monitoraggio riguarda il biossido di azoto (NO₂). Nei primi sette mesi del 2026 le medie più elevate sono state registrate nella stazione Palermo Di Blasi, con 47 µg/m³, e a Genova via Buozzi e Venezia Sacca Fisola, entrambe con 46 µg/m³. Seguono Brescia Villaggio Sereno con 43, Catania viale Vittorio Veneto con 40 e Napoli Ente Ferrovie e Genova Corso Europa con 39 µg/m³.
Oggi il limite medio annuale è di 40 µg/m³, mentre dal 2030 scenderà a 20 µg/m³. La nuova direttiva introdurrà inoltre un limite giornaliero di 50 µg/m³, da non superare più di 18 volte nell’anno.
Applicando già oggi questo futuro parametro, alla fine di luglio erano stati registrati 85 superamenti a Palermo Di Blasi, 83 a Genova via Buozzi, 53 a Napoli Ente Ferrovie, 43 a Genova Corso Europa e 36 a Catania viale Vittorio Veneto. Il valore raccomandato dall’OMS, ancora più rigoroso, mostra una distanza persino maggiore.
La presenza ai primi posti di Palermo, Genova, Venezia, Napoli e Catania richiama inevitabilmente il tema delle emissioni nelle città portuali. Le singole centraline non consentono naturalmente di attribuire direttamente le concentrazioni osservate a una determinata sorgente, ma il quadro rende necessario approfondire il contributo delle navi, delle attività portuali, della movimentazione delle merci e del traffico pesante connesso ai porti, accanto al traffico urbano e alle altre combustioni.
PM10 e PM2,5: l’inverno pesa già sull’intero 2026
Anche se nei mesi estivi le concentrazioni di particolato tendono generalmente a diminuire, il bilancio dei primi sette mesi conserva le conseguenze degli episodi invernali.
Per il PM10, il limite attuale di 50 µg/m³, che può essere superato per non più di 35 giorni nell’anno, risultava già oltrepassato a fine luglio a Milano Marche, con 41 giorni, e Verona Corso Milano, con 40, mentre Modena Giardini aveva raggiunto quota 35. Guardando invece al limite che entrerà in vigore nel 2030 – 45 µg/m³ per non più di 18 giorni – risultavano già 49 superamenti a Milano Marche, 43 a Verona Corso Milano, 40 a Modena Giardini e 36 a Milano Pascal.
Una situazione analoga riguarda il PM2,5. Il valore giornaliero di 25 µg/m³, che dal 2030 potrà essere superato soltanto 18 volte in un anno, alla fine di luglio era già stato oltrepassato 52 volte a Padova Mandria, 50 a Milano Marche, 49 a Milano Pascal, 48 a Torino Rebaudengo e Torino Rubino e 44 a Modena Parco Ferrari. Se il confronto viene fatto con il livello raccomandato dall’OMS, pari a 15 µg/m³, i giorni di superamento arrivano addirittura a 115 a Torino Rebaudengo e 104 a Verona Giarol Grande.
Il messaggio complessivo di Cambiamo aria è quindi piuttosto netto: essere oggi formalmente entro alcuni limiti di legge non significa necessariamente trovarsi su una traiettoria sufficiente per rispettare gli standard europei del 2030, né tantomeno respirare concentrazioni compatibili con i livelli raccomandati per la tutela della salute.
Diciassette società scientifiche al Governo: «Niente deroghe»
È in questo contesto che il 31 agosto 2026 diciassette società scientifiche e associazioni mediche, fra cui ISDE Italia, hanno inviato una lettera al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e, per conoscenza, al ministro della Salute Orazio Schillaci e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La richiesta è precisa: recepire entro l’11 dicembre 2026 la Direttiva europea 2024/2881 e non chiedere deroghe rispetto ai nuovi limiti. Le organizzazioni ricordano che l’inquinamento atmosferico rappresenta il principale rischio ambientale per la salute in Europa e sottolineano che, pur essendo migliorata negli ultimi anni la qualità dell’aria italiana, la velocità di riduzione delle concentrazioni non appare ancora sufficiente per raggiungere i nuovi standard senza politiche più incisive.
Proprio i dati di Cambiamo aria vengono richiamati come una delle evidenze che mostrano la dimensione del problema. Secondo i firmatari, occorre iniziare subito a predisporre politiche, programmi e investimenti capaci di ridurre le emissioni, evitando che le possibilità di proroga previste dalla normativa europea diventino uno strumento per rinviare interventi già necessari.
La lettera richiama inoltre la necessità di considerare il miglioramento della qualità dell’aria non semplicemente come un obbligo derivante dalla normativa europea, ma come una vera politica di prevenzione sanitaria. Ridurre l’esposizione della popolazione significa infatti diminuire il rischio di malattie respiratorie e cardiovascolari, aggravamenti delle patologie croniche, ricoveri e morti premature.
Leggi su ISDEnews la lettera delle 17 società scientifiche e associazioni mediche
Il decreto italiano e la partita delle deroghe
La richiesta del mondo medico-scientifico arriva mentre è in corso l’esame dello schema di decreto legislativo italiano di recepimento della Direttiva UE 2024/2881.
Il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema in esame preliminare il 4 agosto 2026; il testo è stato successivamente trasmesso alle Camere come Atto del Governo n. 435. La nuova disciplina porterà dal 2030 limiti molto più rigorosi: tra quelli più rilevanti, 10 µg/m³ come valore medio annuale per il PM2,5 e 20 µg/m³ per PM10 e NO₂.
Ma i limiti numerici rappresentano soltanto una parte della riforma. Cambiano anche il modo di valutare l’esposizione della popolazione, gli obblighi di pianificazione e i meccanismi con cui Regioni e Stato dovranno dimostrare di essere sulla traiettoria necessaria per raggiungere gli obiettivi del 2030.
Lo schema prevede infatti la possibilità, in determinate condizioni e per specifiche zone, di posticipare il rispetto di alcuni valori limite, in alcuni casi fino al 2040. Le proroghe non sono automatiche: devono essere motivate, accompagnate da specifiche tabelle di marcia e sottoposte alle verifiche previste dalla normativa europea. È proprio su questo punto che si concentra una parte importante del confronto politico e scientifico: capire se il tempo aggiuntivo previsto dalla direttiva sarà utilizzato per completare percorsi di risanamento realmente avviati oppure rischierà di tradursi in un rinvio delle misure necessarie.
Il 2030 comincia molto prima del 2030
Uno degli aspetti più innovativi della nuova normativa è proprio quello di non attendere il 2030 per verificare se gli obiettivi saranno stati raggiunti. Tra il 2026 e il 2029, quando i dati mostreranno il rischio di non rispettare i futuri limiti, le autorità competenti dovranno predisporre tabelle di marcia che indichino misure, tempi ed effetti attesi.
In altre parole, diventerà progressivamente necessario valutare non soltanto se una città rispetta i limiti vigenti oggi, ma anche quanto dista dai valori del 2030 e se le concentrazioni stanno diminuendo con una velocità sufficiente. È una prospettiva che rende particolarmente utili monitoraggi come Cambiamo aria: i dati raccolti oggi diventano anche uno strumento per misurare la traiettoria verso i nuovi standard.
Le rilevazioni dei primi sette mesi del 2026 mostrano che in numerose realtà italiane questa traiettoria resta impegnativa. L’ozono costituisce ormai una criticità estiva di primo piano, il biossido di azoto mantiene livelli elevati soprattutto nelle aree urbane maggiormente interessate dal traffico e dalle combustioni, mentre PM10 e PM2,5 continuano a rappresentare un problema particolarmente rilevante nei mesi freddi.
La questione centrale diventa quindi non se intervenire, ma quanto rapidamente ridurre le emissioni. Mobilità urbana, trasporto pubblico, elettrificazione, efficienza energetica degli edifici, produzione energetica, industria, agricoltura, porti e logistica sono parti della stessa strategia. Perché il 2030, guardando i dati delle centraline, è molto più vicino di quanto possa sembrare.
Per approfondire su Ambientenonsolo
Qualità dell’aria in Italia: inquinanti, salute, limiti e dati
Il nostro approfondimento di riferimento per comprendere inquinanti, effetti sanitari, limiti attuali, nuovi standard europei e valori raccomandati dall’OMS.
Qualità dell’aria, il 2030 comincia adesso: cosa prevede il nuovo decreto italiano
Il quadro generale dello schema di decreto legislativo con cui l’Italia recepisce la Direttiva UE 2024/2881.
Qualità dell’aria, chi sceglierà le centraline che misurano l’esposizione della popolazione?
Come cambierà la valutazione dell’esposizione media della popolazione e perché la scelta delle stazioni di monitoraggio assume un ruolo decisivo.
Qualità dell’aria, il 2030 comincia prima: cosa sono le nuove tabelle di marcia
Perché Regioni e autorità competenti dovranno verificare già nei prossimi anni se i territori sono sulla traiettoria necessaria per rispettare i nuovi limiti.
Qualità dell’aria, i nuovi limiti potranno slittare fino al 2040 ma la proroga non sarà automatica
Il punto sulle condizioni previste per le deroghe e sul rischio che il tempo aggiuntivo diventi un rinvio delle politiche di risanamento.
Tutta la serie sulla Direttiva 2024/2881 e sul decreto italiano
Fonti
ISDE Italia – Cambiamo aria: l’ozono domina l’estate, nelle città portuali resta critico il biossido di azoto
ISDE Italia – Qualità dell’aria, 17 società scientifiche e associazioni mediche al Governo: «Recepire la direttiva UE senza chiedere deroghe»
ISDE Italia – Cambiamo aria. Progetto nazionale “Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”