venerdì 24 luglio 2026

ROGO ALL’EX FREDDINDUSTRIA, EV: “BASTA FUMI TOSSICI, SUBITO UN INTERVENTO”

 tratto da https://latinatu.it/rogo-allex-freddindustria-ev-basta-fumi-tossici-subito-un-intervento/

ROGO ALL’EX FREDDINDUSTRIA, EV: “BASTA FUMI TOSSICI, SUBITO UN INTERVENTO”

  
 

Nuovo rogo all’ex Freddindustria, l’intervento di Europa Verde Aprilia: “Basta fumi tossici, si intervenga subito” Un nuovo grave incendio giovedì 23 luglio,

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Caro carburanti, il gasolio supera il picco storico di marzo 2022: +14,5% in tre settimane. Governo immobile di fronte alla stangata di Chiara Brusini. Diesel a 2,161 euro al litro: è il nuovo record. La corsa dei prezzi, che hanno rialzato la testa dopo che il 4 luglio è scaduto lo sconto sulle accise, si è accentuata dopo la fine della tregua tra Usa e Iran ufficializzata da Donald Trump l'8 luglio. Nessun intervento in cdm e Urso non partecipa alla conferenza stampa

 tratto da https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/24/caro-carburanti-gasolio-record-storico-notizie/8457854/

dall'articolo di Chiara Brusini: "La crisi in Medio Oriente fa schizzare le quotazioni dei carburanti a livelli da allarme rosso. Il gasolio non era mai costato così tanto. Venerdì il prezzo medio del pieno in modalità self service sulla rete stradale nazionale ha raggiunto secondo i dati dell’Osservatorio prezzi del Mimit i 2,161 euro al litro, superando il precedente picco di 2,154 euro registrato il 14 marzo 2022, poco dopo dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Anche la benzina continua a salire, attestandosi a 1,968 euro al litro, mentre in autostrada i prezzi sono ancora più elevati: 2,228 euro per il gasolio e 2,059 euro per la benzina. La corsa dei prezzi, che hanno ovviamente rialzato la testa dopo che il governo Meloni il 4 luglio non ha rinnovato lo sconto sulle accise, si è accentuata dopo la fine della tregua tra Usa e Iran ufficializzata da Donald Trump l’8 luglio. Stando ai dati settimanali diffusi dal ministero dell’Ambiente, il 6 luglio il diesel self costava in media 1,887 euro al litro: l’aumento da allora è stato di 27,4 centesimi al litro, +14,5%. Nello stesso periodo la benzina è passata da 1,810 a 1,968 euro al litro, con un rincaro di 15,8 centesimi (+8,7%).
L’impennata dei carburanti arriva nel pieno delle partenze estive e si traduce in una nuova stangata per chi si mette in viaggio per le vacanze. Facile.it ha stimato nei giorni scorsi che tra luglio e agosto gli automobilisti potrebbero spendere per fare rifornimento quasi 1,5 miliardi di euro in più rispetto allo scorso anno (10,5 miliardi contro i 9 pagati tra luglio e agosto 2025). Silenzio dal governo, impegnato evidentemente in altre urgenze come rendere imputabili i minorenni. Giovedì in consiglio dei ministri non sono infatti state adottate misure ad hoc. La premier Giorgia Meloni non ha detto una parola sulla stangata in arrivo. Due giorni fa il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, aveva ipotizzato “se necessario” un nuovo intervento sulle accise – pure per sua stessa ammissione iniquo perché favorisce di più chi ha redditi alti, ma il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha poi chiarito che dopo i 2 miliardi spesi per calmierarle a partire da marzo ora l’unica possibilità è riattivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili, che consente di “restituire” ai consumatori il maggiore gettito Iva incassato dallo Stato. Per ora non ci sono le condizioni, perché prima occorre avere i dati sull’extra-gettito Iva di luglio. Urso ieri sera non si è presentato in conferenza stampa, durante la quale sarebbero con tutta probabilità arrivate domande su come e quando si intenda muoversi."
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7 falsità sul DDL Caccia Denuncia Biodiversità Greenpeace

 tratto da https://www.greenpeace.org/italy/storia/31475/7-falsita-sul-ddl-caccia/

dall'articolo di Greenpeace: "Le bugie che il Governo racconta sul DDL Caccia
1) È una legge per gli agricoltori (FALSO)
La riforma viene presentata come una risposta ai danni causati dalla fauna selvatica all’agricoltura: ma basta leggere il testo per capire che va ben oltre questo obiettivo.
Il DDL Caccia, infatti, estende gli strumenti per la caccia di selezione, apre il demanio forestale all’attività venatoria e amplia l’uso dei richiami vivi. Nella versione iniziale del provvedimento tra le specie cacciabili era stato persino inserito lo stambecco, nonostante non rappresenti una minaccia per l’agricoltura.
Se l’obiettivo fosse davvero proteggere i campi, il provvedimento si concentrerebbe sulle specie responsabili dei danni e sulle misure più efficaci per prevenirli. Il DDL Caccia, invece, interviene su molti altri aspetti estendendo le possibilità di caccia ben oltre ciò che sarebbe necessario per affrontare il problema dichiarato.
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2) I cacciatori sono “bioregolatori'” (FALSO)
Secondo la riforma i cacciatori andrebbero a “regolare” le popolazioni selvatiche a beneficio dei raccolti e della riduzione degli attacchi da parte degli animali selvatici, che dovrebbero così diminuire.
Ma la scienza dice il contrario.
Secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) gli abbattimenti non riducono le popolazioni di animali selvatici: nel caso dei cinghiali, anzi, li spingono a riprodursi prima e di più.
Gli animali aumentano e, di conseguenza, aumenta anche la loro presenza sul territorio: in poche parole più danni e più incidenti, non meno.
3) Uccidere gli animali “dannosi” protegge i raccolti (FALSO)
In Francia si abbattono 1,7 milioni di animali l’anno, tra volpi, mustelidi e cinque specie di uccelli considerate dannose per l’agricoltura (cornacchia, corvo comune, gazza, ghiandaia e storno).
Eppure, secondo uno studio del Museo di Storia Naturale di Parigi pubblicato nel 2026 su Biological Conservation (Jiguet et al.), nell’arco di 7 anni gli abbattimenti non hanno ridotto di un euro i danni all’agricoltura.
Perché? Le popolazioni di animali selvatici si ricompongono in fretta: ucciderle non serve a tenerle sotto controllo.
Gli abbattimenti inoltre hanno un costo oneroso (fino a 123 milioni di euro l’anno!) che è completamente sproporzionato visto che i danni causati dagli animali all’agricoltura corrispondono a soli 8,23 milioni. In altre parole, i conti non tornano.
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4) Uccidere il lupo protegge il bestiame (FALSO)
Uno studio di 25 anni condotto in Montana, Wyoming e Idaho ha dimostrato il contrario: ogni lupo ucciso aumenta gli attacchi sul gregge vicino, fino al +5,6% per i bovini e il 4% per gli ovini (Wielgus & Peebles, 2014).
Il motivo è biologico. Il branco vive di equilibri precisi e quando un lupo viene ucciso, specialmente un riproduttore, quell’equilibrio si rompe e il branco viene meno. Gli esemplari si disperdono ma sono meno capaci di cacciare prede selvatiche e ripiegano sugli animali domestici come il bestiame.
5) La caccia risolve il problema cinghiali (FALSO)
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) lo dice da anni: la braccata modifica la struttura sociale dei cinghiali e li spinge a riprodursi prima e di più.
Risultato: più caccia, più cinghiali. E il fatto che la riforma voglia ridimensionare il ruolo scientifico di enti come l’ISPRA, che da tempo evidenziano i limiti della caccia come strumento di controllo della specie, solleva un interrogativo inevitabile: se le evidenze scientifiche indicano che questa strategia non funziona, perché continuare a puntare proprio su quella?
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6) Più caccia significa meno danni da parte degli animali selvatici (FALSO)
Un animale braccato non fugge scomparendo nel nulla. Cambia comportamento, spesso spostandosi in aree vicine a case e campi.
Estendere la durata della stagione di caccia porterà sempre più animali selvatici a evitare le zone dove incontrano più cacciatori, portandoli in zone meno adatte a loro con meno cibo e riparo. Gli animali saranno più stressati e più fragili. Risultato: meno controllo e più incidenti.
7) È una legge senza effetti collaterali (FALSO)
Il piombo delle munizioni lasciate sul terreno uccide circa un milione di uccelli l’anno in Europa. A dirlo è uno studio dell’European Chemicals Agency, secondo cui i più colpiti dall’intossicazione sono i grandi rapaci e gli uccelli acquatici: quest’ultimi, in particolare, ingeriscono i pallini di piombo scambiandoli per i sassolini che ingoiano per favorire la digestione.
Ma non solo: il piombo si accumula nel suolo, viene assorbito dalle piante e riduce la resa dei raccolti (Christou et al., 2021; Hui et al., 2011; Saleem et al., 2018). Estendere le aree cacciabili, come previsto dalla riforma, significa esporre sempre più terreni agricoli a un concreto pericolo di contaminazione.
Insieme possiamo ancora fermare il DDL Caccia!
La direzione del Governo è chiara: farci credere che il DDL Caccia sia efficace e necessario.
Ma non è così.
Le soluzioni proposte contraddicono la scienza e il buonsenso.
Ma soprattutto ignorano le misure che funzionano davvero per proteggere l’agricoltura: recinzioni elettrificate, protezione mirata delle colture, cani da guardiania, corretta gestione dei rifiuti e degli scarti agricoli che attirano gli animali, monitoraggio scientifico e indennizzi rapidi (Fao, 2021; Iucn, 2023).
L’ISPRA, durante un’audizione in Parlamento, ha già evidenziato le criticità, le incongruenze e le violazioni al diritto europeo di questa riforma.
E noi di Greenpeace ci siamo uniti all’appello rivolto al Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin da 61 associazioni per dire no a questa legge scellerata. Aiutaci a chiedere che si scelga la scienza, non la scorciatoia.
Se anche tu credi che la natura debba essere protetta e non smantellata, sostieni oggi il nostro lavoro: insieme potremo continuare a fare pressione sul Parlamento per bloccare questa riforma e chiedere una tutela reale della biodiversità!
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Dall’Abruzzo alla Puglia, gli allagamenti e i bacini stracolmi: l’acqua sprecata per evitare disastri, prima dei mesi di siccità di Luisiana Gaita. Anbi e Coldiretti chiedono l'attuazione del piano sugli invasi: "Sono necessari". Ma si tratta di un dibattito ancora molto accesso, tra favorevoli e contrari alla realizzazione di nuovi impianti

 tratto da https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/03/bacini-stracolmi-acqua-sprecata-siccita-news/8343822/

dall'articolo di Luisiana Gaita: "Famiglie sfollate, strade interrotte, scuole chiuse, ponti crollati, ma anche il timore per i bacini pieni, che non possono più accogliere altra acqua. Cosa accade? Per non creare pericoli e disagi alla popolazione in questi giorni si stanno rilasciando enormi quantitativi di acqua, uno spreco di risorsa, soprattutto in vista dei mesi estivi, quelli più a rischio sul fronte della siccità. Un esempio è quello della diga del Liscione (nella foto), tra il basso Molise e la Capitanata, in Puglia: prima si è partiti con uno scarico di 60 metri cubi al secondo, che in 24 ore sono oltre 5 milioni di metri cubi di acqua andati sprecati, per poi aprire ulteriormente le paratie fino ad arrivare nelle ultime ore a 240 metri cubi al secondo. Insieme alle acque di scolo, però, quell’acqua ha portato all’esondazione del fiume Biferno in più punti. A porre nuovamente l’attenzione sul problema della gestione dell’acqua è l’Osservatorio sulle Risorse Idriche dell’Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue), manifestando preoccupazione in vista dell’intensificarsi delle precipitazioni previsto entro il fine settimana, per esempio, in Abruzzo. E chiedendo l’attuazione di un Piano per gli invasi multifunzionali, al centro di un dibattito tra gli addetti ai lavori, la politica, l’ambientalismo e i territori ormai da anni. Perché non c’è accordo. Proprio in queste ore, il sindaco di Carlantino (Foggia), Graziano Coscia ha spiegato che la situazione è critica per la diga di Occhito, a servizio della Capitanata, ma in territorio molisano: “Se dovesse continuare a piovere così per altri due giorni, potrebbe esserci la piena”. Ma proprio a Foggia, il Wwf si è opposto ai nuovi invasi e al progetto Piano dei Limiti."
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Farmoplant, 38 anni dopo: salute e bonifiche ancora incompiute

 tratto da https://ambientenonsolo.com/farmoplant-38-anni-dopo-salute-e-bonifiche-ancora-incompiute/

Fabrizio Bianchi e Liliana Cori, in un articolo pubblicato su Scienza in rete, tornano sulla vicenda Farmoplant a trentotto anni dall’esplosione del 17 luglio 1988 nello stabilimento di Massa. Un disastro che continua a rappresentare uno dei casi più significativi di ingiustizia ambientale e sanitaria in Italia.
Altri articoli di Fabrizio Bianchi per Ambientenonsolo
Le due esplosioni nell’impianto di produzione del pesticida Rogor provocarono una nube tossica che investì il territorio circostante, inserendosi in una storia già segnata da incidenti industriali, contaminazioni e forti conflitti sociali.
I dati sanitari più recenti confermano che l’area di Massa-Carrara presenta ancora numerose criticità. Nel periodo 2013-2022 la mortalità per tutte le cause è risultata superiore alla media toscana del 10% a Massa e del 9% a Carrara. Si registrano inoltre eccessi per malattie cardiovascolari, tumori, patologie dell’apparato digerente e respiratorio, oltre a una maggiore diffusione di alcune malattie croniche.
Gli studi disponibili non consentono di attribuire automaticamente questi dati all’inquinamento industriale, ma delineano un quadro che richiede ulteriori approfondimenti epidemiologici e ambientali.
Anche il percorso delle bonifiche resta molto lontano dalla conclusione. Nel Sito di interesse nazionale di Massa-Carrara soltanto il 2,6% delle aree risulta effettivamente bonificato, mentre oltre la metà delle superfici è ancora classificata come potenzialmente contaminata.
Le nuove indagini hanno individuato contaminazioni da cromo esavalente, solventi clorurati e altre sostanze nelle falde e nei terreni, mentre gli interventi in corso riguardano soprattutto la messa in sicurezza e il contenimento degli inquinanti.
Il progetto SINTESI punta ora a rafforzare gli studi sul rapporto tra ambiente e salute attraverso una coorte di popolazione, approfondimenti sulla salute respiratoria dei bambini, screening e nuove forme di partecipazione pubblica.
L’obiettivo è trasformare la memoria del disastro e le conoscenze accumulate in strumenti concreti di prevenzione, risanamento e tutela della salute, costruendo un confronto stabile tra istituzioni, ricercatori e cittadini.
A partire dalle questioni sollevate dall’articolo, abbiamo rivolto agli autori due domande per approfondire il rapporto tra memoria, salute pubblica e ritardi nelle bonifiche.
dott. Bianchi, nelvostro recente articolo su scienzainrete mostra che, a quasi quarant’anni dall’esplosione della Farmoplant, il quadro sanitario dell’area continua a destare preoccupazione. Quali sono oggi gli elementi più significativi emersi dagli studi epidemiologici?
Fabrizio Bianchi: Negli ultimi anni le conoscenze sono cresciute in modo considerevole. Gli studi del progetto SENTIERI avevano già documentato eccessi di mortalità e ospedalizzazione per diverse patologie e un’incidenza di mesotelioma pleurico nettamente superiore alla media regionale, a testimonianza dell’eredità lasciata dalle esposizioni occupazionali e ambientali. Le elaborazioni più recenti dell’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana confermano che il profilo sanitario dell’area continua a distinguersi da quello regionale: la speranza di vita è inferiore, la mortalità generale è più elevata, così come quella per malattie cardiovascolari, tumori e alcune patologie respiratorie e dell’apparato digerente.
Questi dati, prodotti da studi di tipo geografico, non consentono da soli di attribuire gli eccessi osservati alle contaminazioni ambientali, ma confermano la necessità di proseguire con studi sempre più integrati, capaci di mettere in relazione esposizioni ambientali, storia lavorativa e condizioni di salute.
Nel vostro articolo emerge però un messaggio nuovo: non basta più descrivere i danni. Quale dovrebbe essere oggi il passo successivo?
Fabrizio Bianchi: Credo che oggi la sfida sia trasformare la conoscenza in prevenzione. Per molti anni l’obiettivo principale è stato capire se e quanto l’inquinamento avesse inciso sulla salute della popolazione. Questo lavoro era necessario e continua a esserlo. Oggi, però, disponiamo di strumenti scientifici che consentono anche di valutare quali benefici potrebbero derivare dalle bonifiche, dalla riduzione delle esposizioni e dagli interventi di prevenzione.
Il progetto SINTESI va proprio in questa direzione. Alle nuove indagini epidemiologiche affianca il rafforzamento degli screening, interventi di prevenzione, studi sulla salute respiratoria dei bambini e una ricostruzione molto più accurata delle esposizioni ambientali e occupazionali. In altre parole, la ricerca non serve soltanto a comprendere il passato, ma può diventare uno strumento per orientare le decisioni e misurare nel tempo i miglioramenti dell’ambiente e della salute.
Dottoressa Cori, nel vostro articolo dedicate molto spazio alla partecipazione dei cittadini. Perché la considerate un elemento essenziale di questo nuovo percorso?
Liliana Cori: Perché nessun percorso di risanamento può essere davvero efficace se rimane confinato all’interno delle istituzioni o della comunità scientifica. In territori come Massa Carrara esiste una memoria collettiva molto forte, costruita attraverso esperienze di lavoro, esposizioni ambientali, conflitti e mobilitazione civica. Questa memoria rappresenta una risorsa preziosa, non un ostacolo.
Con il progetto SINTESI stiamo cercando di costruire un percorso nel quale cittadini, associazioni, sindacati, imprese e istituzioni possano confrontarsi stabilmente, condividere informazioni e contribuire alla definizione delle priorità. La partecipazione non significa sostituire la ricerca scientifica, ma renderla più trasparente, più comprensibile e più utile alle decisioni pubbliche.
Qual è, a suo avviso, l’insegnamento più importante che la vicenda Farmoplant può lasciare oggi ad altri territori italiani interessati da problemi di inquinamento ambientale?
Liliana Cori: Ragionevolmente che memoria, conoscenza e partecipazione non sono tre percorsi separati. La memoria aiuta a non ripetere gli errori; la ricerca produce evidenze indispensabili; la partecipazione crea le condizioni perché quelle conoscenze possano tradursi in decisioni condivise e più efficaci.
Naturalmente tutto questo richiede tempo, capacità di ascolto e una forte assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. La partecipazione non è una soluzione miracolosa, ma un modo diverso di costruire politiche pubbliche, coerente con l’approccio One Health, nel quale salute, ambiente e dimensione sociale vengono affrontati insieme. Oggi disponiamo di conoscenze molto più solide rispetto al passato e importanti studi sono in corso: la vera sfida è trasformarle in strumenti concreti di prevenzione, risanamento ambientale e riduzione delle disuguaglianze. Epidemiologia senza prevenzione può servire per migliorare le conoscenze ma non è sufficiente per migliorare la salute, soprattutto pensando al futuro.
Un messaggio finale?
La memoria è indispensabile per comprendere il passato, ma da sola non basta. Il compito della ricerca è trasformare quella memoria in conoscenza e la conoscenza in prevenzione, attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità e istituzioni capaci di agire.
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