mercoledì 19 agosto 2026

Caldo e inquinamento, due rischi con le stesse cause. Intervista a Fabrizio Bianchi

 tratto da https://ambientenonsolo.com/caldo-e-inquinamento-due-rischi-con-le-stesse-cause-intervista-a-fabrizio-bianchi/

dall'articolo di Fabrizio Bianchi: "I dati raccolti dal progetto Cambiamo Aria, promosso da ISDE Italia con Kyoto Club e Clean Cities Campaign, confermano che l’inquinamento atmosferico resta un problema rilevante anche durante l’estate. Nei mesi di giugno e luglio, mentre diminuisce generalmente la concentrazione delle polveri sottili, emerge il ruolo dell’ozono, favorito dalle temperature elevate e dal forte irraggiamento solare. Nelle città portuali, inoltre, persistono livelli critici di biossido di azoto. Il quadro è stato approfondito nel documento Cambiamo Aria: l’ozono domina l’estate, nelle città portuali resta critico il biossido di azoto.
Questi risultati si intrecciano con la riflessione proposta da Fabrizio Bianchi su Scienza in rete nell’articolo Cambiamenti climatici: l’adattamento non ostacoli la prevenzione. Lo abbiamo intervistato per capire perché caldo e inquinamento debbano essere affrontati come rischi ambientali e sanitari con cause in parte comuni e quali strategie di prevenzione possano produrre benefici immediati e duraturi.
I dati di “Cambiamo Aria” e la riflessione sull’adattamento climatico sembrano affrontare due temi differenti. Qual è il loro punto di incontro?
Il legame è molto più forte di quanto possa apparire a una prima lettura. La domanda centrale è che cosa accade quando cambiamento climatico e inquinamento atmosferico non vengono considerati problemi separati, ma rischi ambientali e sanitari che condividono parte delle cause e possono quindi condividere anche le strategie di prevenzione.
I dati più recenti sulla qualità dell’aria nelle città italiane meritano di essere letti anche alla luce del cambiamento climatico. Durante l’estate l’attenzione si concentra comprensibilmente sulle temperature elevate e sulle ondate di calore, ma proprio nei mesi più caldi emerge con particolare evidenza anche il problema dell’ozono troposferico. Nelle città portuali rimane inoltre critica l’esposizione al biossido di azoto, mentre il particolato fine continua a rappresentare uno dei principali fattori di rischio ambientale per la salute.
Perché caldo e ozono sono così strettamente collegati?
L’ozono, a differenza di altri inquinanti, non viene emesso direttamente. Si forma nell’atmosfera attraverso reazioni fotochimiche che coinvolgono soprattutto gli ossidi di azoto e i composti organici volatili.
Le temperature elevate e il forte irraggiamento solare ne favoriscono la formazione. Il riscaldamento climatico può quindi aggravare un rischio sanitario già presente, producendo una sorta di moltiplicazione degli effetti. È un esempio molto chiaro dell’intreccio tra crisi climatica e qualità dell’aria.
Come possiamo proteggere la popolazione da questi rischi?
Di fronte alle ondate di calore possiamo predisporre sistemi di allerta, piani per il caldo, centri di raffrescamento, climatizzazione degli ambienti e interventi rivolti alle persone più fragili.
Analogamente, quando aumentano le concentrazioni di ozono possiamo informare la popolazione, raccomandare di limitare l’attività fisica nelle ore più critiche e proteggere i soggetti vulnerabili. Sono misure necessarie, che possono salvare vite, ma intervengono sugli effetti di un rischio che si è già prodotto.
È questa la differenza tra adattamento e prevenzione primaria?
Esattamente. Nel primo caso cerchiamo di proteggere le persone da un ambiente che sta diventando più pericoloso. Con la prevenzione primaria, invece, interveniamo sui processi che contribuiscono a renderlo tale.
La sanità pubblica insegna che, accanto al controllo degli effetti, occorre agire sulle cause. Ed è proprio qui che cambiamento climatico e inquinamento atmosferico mostrano una parte importante della loro origine comune: la combustione delle fonti fossili. È il problema dei problemi, sul quale è necessario continuare a “battere il ferro finché è caldo”; e sul caldo, mi pare, non ci sono dubbi.
Quali sono le principali fonti sulle quali intervenire?
I trasporti stradali e marittimi, la produzione di energia, il riscaldamento degli edifici e le attività industriali contribuiscono, in misura diversa, alle emissioni di gas serra e di inquinanti atmosferici o dei loro precursori.
Ridurre queste emissioni permette di ottenere un doppio beneficio sanitario. Nel breve periodo diminuisce l’esposizione della popolazione al particolato, al biossido di azoto e ai precursori dell’ozono. Nel medio e lungo periodo si contribuisce a rallentare il riscaldamento globale.
Quale indicazione emerge, dunque, dai risultati di “Cambiamo Aria”?
I dati mostrano la persistenza nelle città italiane di esposizioni atmosferiche rilevanti per la salute. La prevenzione primaria permette di collocare questi rischi all’interno di una strategia di sanità pubblica più attenta ai benefici congiunti di quanto avvenga oggi.
Proteggere la popolazione durante gli episodi di caldo e di elevato inquinamento è indispensabile, ma non può sostituire l’intervento sulle cause che contribuiscono ad alimentarli.
Esiste il rischio che l’attenzione all’adattamento faccia passare in secondo piano la riduzione delle emissioni?
Sì, è un rischio concreto. Non si tratta naturalmente di scegliere tra adattamento e prevenzione. Il cambiamento climatico è già in corso e una parte dei suoi effetti è ormai inevitabile. Dobbiamo quindi adattare le città, i servizi sanitari, le abitazioni e l’organizzazione del lavoro, proteggendo soprattutto le popolazioni più vulnerabili.
Sarebbe però un errore affidarsi prevalentemente alla capacità di risposta, continuando contemporaneamente ad alimentare le cause del problema. Possiamo moltiplicare le allerte per il caldo e per l’ozono, ma, se non riduciamo le emissioni, saremo costretti a proteggere popolazioni sempre più numerose da rischi progressivamente maggiori.
Quale prospettiva offre invece la prevenzione primaria?
Quella di agire sulle cause per ottenere più benefici contemporaneamente. Una politica che riduce il traffico motorizzato, il consumo di combustibili fossili e le relative emissioni non è soltanto una politica climatica o ambientale. È una politica di sanità pubblica, capace di produrre benefici immediati sulla qualità dell’aria e, nello stesso tempo, di contribuire alla riduzione del rischio climatico futuro.
In questo quadro quale significato assume il concetto di “co-beneficio”?
Non dovrebbe essere considerato semplicemente un vantaggio collaterale delle politiche climatiche. Può diventare un criterio per stabilire le priorità della prevenzione primaria.
Gli interventi capaci di ridurre contemporaneamente le emissioni climalteranti, l’inquinamento atmosferico e i danni alla salute dovrebbero avere, proprio per questo, una particolare priorità nelle politiche pubbliche.
Qual è, in conclusione, il messaggio da rivolgere ai decisori pubblici?
Proteggersi dagli effetti è indispensabile; intervenire sulle cause è prevenzione primaria. Quando la stessa azione permette di ridurre contemporaneamente l’inquinamento, i danni alla salute e il cambiamento climatico, il beneficio non è soltanto ambientale: è anche sanitario.
Caldo e inquinamento sono due rischi strettamente collegati. Per affrontarli servono misure immediate di protezione, ma soprattutto politiche strutturali capaci di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e rendere le città più sane, vivibili e resilienti."
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Spiagge di centinaia di metri, barche in secca: la siccità svuota fiumi e laghi del Nord. Gli effetti invisibili: “Nell’acqua del Maggiore meno ossigeno” di Simone Bauducco. Piogge primaverili dimezzate e alte temperature: "La siccità è un effetto chiaro del cambiamento climatico, dal locale al globale servono risposte concrete e scelte per le future generazioni"

 tratto da https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/13/siccita-lago-maggiore-fiumi-nord-notizie/8478149/

dall'articolo di Simone Bauducco: "I fiumi e i laghi del Nord Italia sono in sofferenza da settimane. Basta camminare in una delle tante spiagge che in passato non esistevano o erano molto più piccole. Come accade a Feriolo, comune di Baveno, sulla sponda piemontese del lago Maggiore. “Una situazione davvero problematica per il nostro comune e per il nostro lago” racconta al ilfattoquotidiano.it la consigliera comunale con delega all’ambiente Laura Garzoli. Il livello del lago in questi giorni è arrivato vicino ai minimi storici. E viene monitorato quotidianamente dagli anni Ottanta grazie alla Commissione Internazionale per la Protezione delle Acque Italo-Svizzere che fornisce dati continuativi su aspetti fisici, chimici e biologici grazie ai quali è possibile documentare gli effetti della crisi climatica. “La siccità è un effetto chiaro del cambiamento climatico. Da mesi non piove e le temperature sono alte da diverse settimane” spiega la ricercatrice dell’Istituto di Ricerca delle Acque Cnr – Irsa di Verbania Michela Rogora. “Sono mancate le piogge primaverili – aggiunge la sua collega, l’ingegnera ambientale Marzia Ciampittiello – nei primi quattro-cinque mesi dell’anno, con l’eccezione di marzo, abbiamo registrato un 40-50 per cento dell’acqua dalle piogge in meno”.
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Il climate change è come la partita della vita: non possiamo perdere. Ma bisogna muoversi. Di Carmelo Zaccaria. Non resta che sussurrare o imporre al nostro coach di pensare per tempo ad una nuova tattica che ci porti a vincere la partita della vita

 tratto da https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/18/crisi-climatica-guterres-transizione-energetica-notizie/8479134/

dall'articolo di Carmelo Zaccaria: " Sul fronte del clima estremo condivido in pieno il monito di Guterres, segretario Onu, quando afferma che abbiamo una sola scelta: azione collettiva o suicidio collettivo. Salvare il pianeta è un dovere di tutti. Di noi umani, s’intende, non del pianeta, che continuerebbe a fare il suo giro esattamente come prima.
Che ci crediate o meno (e con queste temperature roventi iniziano a crederci in molti), il climate change o lo si risolve insieme, e piuttosto in fretta, o ci lasceremo le penne tutti. Ciò che non possiamo fare è girare la testa dall’altra parte e continuare a fare gli gnorri per sottrarci ai richiami minacciosi della natura.
Anche gli attendisti più acerrimi devono farsene una ragione: il clima non si aggiusterà da solo. Questa è una partita che noi umani non possiamo perdere. Come i giocatori che scendono in campo, dobbiamo confrontarci con l’allenatore, cioè con la politica e le leadership mondiali che decidono formazione e direttive di gioco, che scelgono, in soldoni, se puntare su una transizione energetica pulita o continuare con i vecchi schemi inquinanti, cincischiando in tatticismi fumosi e sterili palliativi."
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Lo sci a tutti i costi: vedere i cannoni sparaneve a lato delle piste riarse è surreale Fabio Balocco. Scrittore in campo ambientale e sociale Vedi quelle giraffe a lato delle piste pronte a sparare e ti rendi conto che c’è qualcosa di malato in tutto questo

 tratto da https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/18/neve-artificiale-sci-pista-impatto-ambientale-notizie/8478312/

dall'articolo di Fabio Balocco: " creare nuovi invasi da cui attingere acqua, ecco portare l’innevamento a quote dove prima c’era solo neve naturale e potenziare l’innevamento alle quote più basse.
il qui e ora, appunto: spremere finché si può nell’oggi senza pensare a cosa accadrà domani. Del resto, a ben pensarci, qualsiasi attività umana oggi non pensa al futuro: “del doman non v’è certezza”.
Altro aspetto, questo di carattere morale. L’acqua è e sarà sempre più un bene prezioso. A monte delle stazioni sciistiche, del resto, quei ghiacciai che garantiscono una parte del nostro approvvigionamento idrico stanno fondendo (ultimo esempio, il Plateau Rosa). È, appunto, morale utilizzarne grandi quantità per un’attività come questo sci? Per le recenti olimpiadi invernali, gli stessi organizzatori previdero un consumo di 948mila mc di acqua per fabbricare la neve. “Che divisi per i 27 giorni di gare significa 35 milioni di litri al giorno. Più del fabbisogno giornaliero di città come Trento, Sassari, Cagliari o Ferrara (se si considera il consumo medio pro capite pari a 237)“.
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anche il 17 agosto non disponibili i dati dell'ozono della centralina di via Tasso a Latina dell'Arpa Lazio che avrebbe dovuto certificare la qualità dell'aria. Meglio la fiera del peperoncino oppure le informazioni sulla salute dei cittadini?

 tratto da https://www.arpalazio.net/main/aria/sci/annoincorso/rpgg/LT/2026/20260817LT.pdf

ARPA LAZIO - LATINA Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Lazio Dati di QUALITA' ARIA 17/08/2026 Dalle ore 01 Alle ore 24 D.Lgs 13/08/10 n.155 (Soglia Informazione) D.Lgs 13/08/10 n.155 Soglia Allarme D.Lgs 13/08/10 n.155 Limite + Tolleranza n. max sup. Consentiti O3 ug/m3 293K Cmax Oraria 180 240 NO2 ug/m3 293K Cmax Oraria 200 NO2 ug/m3 293K Num ore sup anno 200 PM10 ug/m3 Cmed 24 h 50 50 PM10 ug/m3 Num giorni sup anno ug/m3 293K BENZENE Media M. Annua § 5 PM2.5 ug/m3 Media M. Annua § 25 18 35 LT-V.Tasso N.D. 21 ore: 06 0 19 0 Aprilia 2 18 ore: 08 0 17 0 Latina Scalo 27 12 ore: 07 0 19 3 061 Gaeta Porto 97 ore: 12 33 ore: 10 0 29 2 063 LT- Viale de Chirico 0,8 36 12

Zone 30: senza cambiare le strade, i limiti di velocità non bastano

 tratto da https://ambientenonsolo.com/zone-30-senza-cambiare-le-strade-i-limiti-di-velocita-non-bastano/


Zone 30: senza cambiare le strade, i limiti di velocità non bastano

Ridurre i limiti di velocità a 30 km/h è una delle politiche più diffuse nelle città europee per migliorare la sicurezza stradale, ridurre il rumore e favorire mobilità attiva. Ma quanto basta davvero il cartello “30” per cambiare il comportamento degli automobilisti?
Una nuova ricerca del MIT Senseable City Lab, condotta su Milano, Amsterdam e Dubai, fornisce una risposta chiara: senza intervenire sul disegno delle strade, il rispetto dei limiti resta molto limitato.

Milano: limiti a 30 km/h, ma velocità ancora elevate

Lo studio analizza oltre 50 milioni di dati di velocità raccolti nel 2023 da veicoli circolanti a Milano, incrociandoli con OpenStreetMap e immagini di Google Street View elaborate tramite modelli avanzati di visione artificiale.
Il risultato è netto: nelle strade con limite a 30 km/h, l’85° percentile di velocità è in media di 38 km/h, ben al di sopra del limite. Anche confrontando strade simili per caratteristiche urbanistiche, il passaggio da 50 a 30 km/h comporta una riduzione media di appena 2–3 km/h.

Un’analisi “prima e dopo” in due quartieri milanesi (Porta Volta e Isola), dove il limite è stato abbassato nel 2023, conferma il dato: nessuna riduzione statisticamente significativa delle velocità dopo l’introduzione della Zona 30.

Conta più la strada del cartello

Il cuore dello studio sta però nell’analisi del rapporto tra disegno urbano e comportamento di guida. Incrociando i dati di velocità con migliaia di immagini stradali, i ricercatori mostrano che:

  • strade più strette e con edifici ravvicinati inducono velocità più basse;
  • carreggiate larghe, rettilinee e con più corsie favoriscono velocità elevate, anche in presenza del limite a 30 km/h;
  • una maggiore visibilità del cielo (strade “aperte”) è associata a una minore compliance;
  • la sola presenza di fermate del trasporto pubblico non garantisce velocità più basse, perché spesso collocate su assi già progettati per il traffico veloce.

In sintesi: gli automobilisti si regolano su ciò che la strada “comunica”, non solo su ciò che il codice prescrive.

Zone 30 credibili, non solo dichiarate