tratto da https://www.isdenews.it/pfas-i-lavoratori-come-cavie-la-seconda-parte-dellinchiesta-rilancia-la-richiesta-di-sorveglianza-sanitaria/
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Dopo aver raccontato nella prima parte dell’inchiesta il ruolo dei lavoratori della Miteni come prime vittime dell’esposizione professionale ai PFAS, la seconda puntata di “Le cavie”, pubblicata da whitecollarcrimes.it, approfondisce il tema più delicato: quali sono gli effetti sanitari documentati e perché oggi è indispensabile un programma strutturato di monitoraggio epidemiologico e clinico per gli ex lavoratori e per gli esposti. L’analisi si inserisce nel dibattito aperto dal processo Miteni e richiama numerose evidenze scientifiche internazionali, distinguendo con attenzione i dati consolidati dalle ipotesi ancora oggetto di ricerca.
Su ISDEnews avevamo già dato spazio alla prima parte dell’inchiesta con l’articolo “PFAS, il caso Miteni e i lavoratori ‘cavie’: una riflessione sulla tutela della salute e dei diritti”, evidenziando come il concetto di “cavia” richiamasse la mancanza di un consenso informato e l’esposizione inconsapevole dei lavoratori a sostanze delle quali non erano pienamente conosciuti i rischi.
Il fallimento delle sostituzioni
La nuova puntata prende le mosse da una constatazione: il PFOA, progressivamente abbandonato per la sua tossicità, è stato sostituito da nuovi PFAS, come il cC6O4 e il GenX, inizialmente presentati come alternative più sicure. Oggi, osservano gli autori, la traiettoria regolatoria racconta una storia diversa: il cC6O4 è destinato a essere progressivamente eliminato dai processi produttivi dell’azienda che lo ha sviluppato, mentre il GenX è stato inserito tra le sostanze estremamente preoccupanti nell’ambito del regolamento REACH ed è coinvolto nel percorso europeo verso una restrizione dei PFAS.
Secondo l’inchiesta, questi sviluppi rappresentano il segno del fallimento di una strategia fondata sulla sostituzione di una sostanza problematica con composti dei quali non erano ancora pienamente noti gli effetti sanitari.
Le evidenze disponibili sui lavoratori
Uno dei contributi più significativi della seconda parte riguarda la ricostruzione delle conoscenze epidemiologiche disponibili sugli esposti professionali.
L’inchiesta richiama studi condotti negli Stati Uniti sui lavoratori DuPont e 3M e, soprattutto, la coorte degli ex lavoratori Miteni di Trissino, che presentava tra i più elevati livelli ematici di PFOA mai documentati. Le ricerche citate riportano associazioni con tumori del fegato, neoplasie del sistema linfo-emopoietico, diabete, cirrosi e altre patologie, pur evidenziando i limiti metodologici propri degli studi osservazionali e la necessità di interpretare i risultati nel loro insieme.
L’articolo ricorda inoltre la classificazione del PFOA come cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1) da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), insieme alle crescenti evidenze relative agli effetti immunitari, metabolici, cardiovascolari ed endocrini dell’esposizione ai PFAS.
Il nodo dei nuovi PFAS
L’attenzione si concentra poi sui cosiddetti PFAS di nuova generazione.
Pur avendo una permanenza nell’organismo inferiore rispetto al PFOA, le conoscenze disponibili non consentono di considerarli automaticamente più sicuri. Gli studi sperimentali richiamati mostrano infatti effetti biologici che, sotto diversi aspetti, risultano simili a quelli osservati con le molecole storiche. L’inchiesta sottolinea quindi come una minore persistenza nel sangue non equivalga necessariamente a un minore rischio sanitario, soprattutto in presenza di esposizioni ripetute e continue.
La richiesta: seguire nel tempo gli esposti
La riflessione si conclude con una proposta che va oltre la ricostruzione giudiziaria: avviare programmi sistematici di sorveglianza sanitaria e ricerca epidemiologica dedicati ai lavoratori esposti ai PFAS, comprese le nuove molecole.
Secondo gli autori, esistono già strumenti clinici e scientifici per effettuare biomonitoraggi e follow-up, ma manca ancora una loro applicazione sistematica. Per questo viene indicata la necessità di studi multicentrici, biomonitoraggio armonizzato e sorveglianza clinica continuativa degli ex lavoratori, con l’obiettivo di individuare precocemente eventuali effetti sanitari e garantire una maggiore tutela delle persone esposte.
Una vicenda che riguarda salute, lavoro e prevenzione
La vicenda Miteni continua così ad assumere un valore che va oltre il processo penale. Le domande poste dall’inchiesta riguardano infatti il rapporto tra innovazione industriale, prevenzione, diritto alla salute e responsabilità verso i lavoratori e le comunità esposte.
Per ISDE Italia questi temi rappresentano un ambito centrale della prevenzione primaria: la tutela della salute nei luoghi di lavoro e dell’ambiente richiede che le nuove sostanze siano valutate con criteri rigorosi prima della loro diffusione e che chi è stato esposto possa beneficiare di programmi di sorveglianza sanitaria fondati sulle migliori evidenze scientifiche disponibili.
Fonti:
- Le cavie – parte seconda, whitecollarcrimes.it, 30 luglio 2026.
- Precedente approfondimento ISDEnews: PFAS, il caso Miteni e i lavoratori “cavie”: una riflessione sulla tutela della salute e dei diritti.
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