tratto da https://ambientenonsolo.com/la-posta-in-gioco-a-taranto/
La posta in gioco a Taranto

Interventi ed articoli di Fabrizio Bianchi per Ambientenonsolo
Il futuro dell’ex Ilva torna a essere uno dei passaggi più delicati della politica industriale, ambientale e sanitaria italiana. La manifestazione di interesse presentata il 18 agosto da Federacciai, sottoscritta da 14 imprese e riferita all’insieme degli stabilimenti del gruppo ma, per Taranto, con l’esclusione dell’area a caldo, apre infatti uno scenario che va ben oltre la possibile configurazione societaria dell’acciaieria. Sul tavolo si intrecciano il destino produttivo e occupazionale del territorio, il percorso di decarbonizzazione già delineato dagli accordi istituzionali, le bonifiche e, soprattutto, la tutela della salute di una popolazione che per decenni ha pagato un prezzo altissimo alla presenza del grande polo siderurgico. La domanda decisiva diventa allora quale progetto di futuro si stia costruendo per Taranto: la chiusura del ciclo primario e la trasformazione di acciaio prodotto altrove, oppure una nuova siderurgia decarbonizzata capace di tenere insieme produzione, lavoro, ambiente e salute? Ne parliamo con Fabrizio Bianchi, epidemiologo, provando a leggere le diverse ipotesi non come dossier separati, ma come parti di un unico sistema nel quale ogni scelta industriale produce conseguenze ambientali, sanitarie, climatiche e sociali.
Federacciai ha presentato il 18 agosto una manifestazione di interesse sottoscritta da 14 imprese associate, che riguarda tutti gli stabilimenti ex Ilva, ma per Taranto esclude l’area a caldo. Federacciai parla di “condizioni abilitanti multiple” da verificare con il Governo. Su questo anche le organizzazioni sindacali vanno nella stessa direzione chiedendo una forte presenza pubblica, evidentemente per assicurare un percorso e un futuro più tutelati. Cosa può significare per Taranto dal punto di vista di un epidemiologo
In effetti, la stampa ha riportato esplicitamente che una prima condizione è proprio l’esclusione dell’area a caldo dalla partita. Quello che invece non è emerso, difficile dire se per assenza o perché non ancora pubblico, è un vero piano industriale. Al momento si tratta di una manifestazione di interesse che serve soprattutto ad accedere ai dati aziendali, fare sopralluoghi e valutare un’eventuale offerta.
L’ipotesi che l’area a caldo (gli alti forni ma non i laminatoi) resti fuori dal progetto appare plausibile dal punto di vista industriale, mentre i Sindacati sarebbero più propensi a tenerla dentro, proprio perché una configurazione centrata sugli impianti a freddo e sulla trasformazione di semilavorati in acciaio (bramme) provenienti dall’esterno avrebbe vantaggi e svantaggi, tra i quali la forte riduzione occupazionale.
Sull’area a caldo esiste oggi un rischio giuridico molto concreto, gravata com’è dal decreto della Corte d’Appello di Milano che ne impone lo stop entro fine ottobre e che contro quel decreto è stato presentato ricorso in Cassazione. Inoltre, mantenere o riconvertire altoforni, cokerie e ciclo integrale richiederebbe investimenti molto più elevati e autorizzazioni ambientali e sanitarie assai complesse, in primo luogo le valutazioni di impatto (VIS) e le autorizzazioni ambientali (AIA) che hanno posto limiti, purtroppo interpretati come intralci anziché come strumenti utili per le decisioni.
Cosa pensi della separazione rispetto al tema della decarbonizzazione?
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