dall'articolo di Marco Talluri tratto da
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dall'articolo di Marco Talluri: "Respiriamo circa ventimila volte al giorno e, insieme all’aria, possono entrare nel nostro organismo particolato, biossido di azoto, ozono e numerosi altri contaminanti. In Italia la qualità dell’aria è migliorata rispetto al passato, ma l’inquinamento atmosferico rimane un importante problema ambientale e sanitario. E la distanza fra i livelli attuali, i nuovi limiti europei del 2030 e i valori raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità mostra quanto lavoro resti ancora da fare.
Parlare di qualità dell’aria può sembrare semplice: aria pulita oppure aria inquinata. In realtà dietro questa espressione ci sono sostanze molto diverse, fonti differenti, migliaia di stazioni di monitoraggio, modelli matematici, limiti normativi e valori raccomandati per proteggere la salute.
C’è poi una distinzione fondamentale: rispettare un limite di legge non significa necessariamente respirare aria priva di rischi per la salute. Proprio questa distanza fra conformità normativa e protezione sanitaria è uno degli elementi centrali delle nuove politiche europee sulla qualità dell’aria.
Quali sono i principali inquinanti dell’aria
Fra gli inquinanti più importanti troviamo il particolato atmosferico, generalmente indicato attraverso PM10 e PM2,5. Le sigle fanno riferimento alle dimensioni delle particelle: il PM10 comprende particelle con diametro aerodinamico fino a 10 micrometri, mentre il PM2,5 comprende quelle più fini, fino a 2,5 micrometri.
Il PM2,5 è particolarmente importante dal punto di vista sanitario perché le particelle più piccole possono penetrare profondamente nell’apparato respiratorio. Le fonti sono molteplici: combustione, riscaldamento degli edifici, traffico, attività industriali e agricole. Una parte rilevante del particolato presente nell’atmosfera non viene inoltre emessa direttamente, ma si forma attraverso reazioni chimiche a partire da altri inquinanti.
Un altro protagonista dell’inquinamento urbano è il biossido di azoto (NO₂), strettamente collegato ai processi di combustione e, nelle città, in particolare al traffico stradale. Le concentrazioni più elevate vengono spesso rilevate dalle stazioni poste in prossimità delle arterie maggiormente trafficate.
Diverso è il caso dell’ozono troposferico (O₃). Non viene emesso direttamente dalle attività umane, ma si forma nell’atmosfera attraverso reazioni fotochimiche che coinvolgono altri inquinanti e sono favorite dalla radiazione solare e dalle alte temperature. Per questo l’ozono diventa particolarmente problematico durante la stagione calda e collega sempre più strettamente il tema dell’inquinamento atmosferico a quello del cambiamento climatico.
Accanto a questi inquinanti vengono monitorati, fra gli altri, biossido di zolfo, monossido di carbonio, benzene e diversi metalli. La nuova normativa europea accresce inoltre l’attenzione verso sostanze e parametri che fino a oggi sono stati meno presenti nella comunicazione al pubblico, come particelle ultrafini e black carbon.
Perché l’inquinamento atmosferico è un problema di salute
Le conoscenze scientifiche accumulate negli ultimi decenni hanno profondamente modificato la percezione del rischio. Le Linee guida globali sulla qualità dell’aria dell’Organizzazione mondiale della sanità indicano l’inquinamento atmosferico come un importante fattore di rischio per malattie non trasmissibili, fra cui cardiopatie ischemiche, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva, asma e tumori.
Il problema non riguarda soltanto gli episodi nei quali le concentrazioni raggiungono livelli particolarmente elevati. Conta anche l’esposizione continuativa nel tempo, ed è proprio per questo che i valori medi annuali hanno una particolare importanza sanitaria.
L’Agenzia europea dell’ambiente, nella valutazione degli effetti sanitari dell’inquinamento pubblicata nel 2025, stima che il 95% della popolazione urbana europea sia ancora esposto a concentrazioni di almeno un inquinante superiori alle raccomandazioni dell’OMS. Secondo la stessa analisi, portare le concentrazioni ai livelli indicati dall’OMS avrebbe potuto evitare nell’UE nel 2023 circa 182.000 decessi attribuibili all’esposizione al PM2,5, 63.000 all’ozono e 34.000 al biossido di azoto. Queste stime non devono essere sommate tra loro, perché gli effetti dei diversi inquinanti possono sovrapporsi.
I limiti di legge e i valori dell’OMS non sono la stessa cosa
È uno dei punti che generano più facilmente equivoci. I valori limite sono norme giuridicamente vincolanti che gli Stati devono rispettare. I valori guida dell’OMS, invece, derivano dalla valutazione delle evidenze scientifiche sugli effetti sanitari e costituiscono raccomandazioni per proteggere la salute; non sono di per sé limiti di legge.
Per il PM2,5, per esempio, il valore limite annuale attualmente applicato nell’Unione europea è 25 µg/m³, mentre l’OMS raccomanda 5 µg/m³. Per il PM10 si passa rispettivamente da 40 a 15 µg/m³ e per il NO₂ da 40 a 10 µg/m³.
La distanza si ridurrà sensibilmente con la nuova direttiva (UE) 2024/2881, che ha profondamente rivisto la disciplina europea della qualità dell’aria.
Dal 1° gennaio 2030 il limite annuale del PM2,5 sarà di 10 µg/m³, quello del PM10 di 20 µg/m³ e quello del NO₂ di 20 µg/m³. Saranno inoltre introdotti o irrigiditi diversi limiti giornalieri e di breve periodo. I nuovi standard europei rimarranno in alcuni casi superiori ai valori guida dell’OMS, ma rappresentano un cambiamento molto rilevante rispetto alla normativa attuale.
La direttiva europea 2024/2881 introduce inoltre un principio importante: non basta occuparsi delle zone nelle quali viene superato un limite. Occorre progressivamente ridurre l’esposizione media della popolazione, in particolare a PM2,5 e NO₂.
In Italia è in corso il recepimento della direttiva. Lo schema di decreto legislativo approvato in esame preliminare dal Governo nell’agosto 2026 dovrà completare l’iter parlamentare e governativo prima di diventare definitivo.
Approfondimento: Qualità dell’aria, il 2030 comincia adesso: cosa prevede il nuovo decreto italiano
Come si misura la qualità dell’aria
La qualità dell’aria non viene determinata da una singola centralina. In Italia il monitoraggio è affidato al Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, costituito da ISPRA e dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente.
Le stazioni non sono tutte uguali. Alcune sono collocate in prossimità del traffico, altre sono rappresentative del fondo urbano, altre ancora di situazioni industriali o rurali. La loro posizione risponde quindi a differenti esigenze di valutazione.
Alle misure delle centraline si affiancano sempre più modelli matematici, inventari delle emissioni e altre tecniche capaci di ricostruire la distribuzione degli inquinanti anche nelle aree nelle quali non è presente una stazione.
La nuova direttiva europea rafforza proprio l’integrazione fra misure e modellistica e attribuisce maggiore importanza alla rappresentatività spaziale delle stazioni. Diventa inoltre particolarmente importante la rete dei punti di fondo urbano utilizzata per valutare l’esposizione media della popolazione.
Approfondimenti: I dati 2024 della qualità dell’aria monitorata dalla rete delle agenzie ambientali e Qualità dell’aria: chi sceglierà le centraline che misurano l’esposizione della popolazione?
Com’è la qualità dell’aria in Italia
L’ultimo quadro nazionale disponibile mostra una situazione apparentemente contraddittoria: molti limiti attualmente vigenti sono rispettati, ma la distanza dai valori del 2030 e soprattutto dalle raccomandazioni dell’OMS rimane notevole.
Secondo i dati SNPA sulla qualità dell’aria in Italia nel 2025, il limite annuale attuale del PM10 è stato rispettato su tutto il territorio e quello giornaliero nel 92% delle stazioni. Restano criticità in particolare nel bacino padano, nell’agglomerato Napoli-Caserta e nella Valle del Sacco, oltre ad alcuni casi in altre aree.
Per il PM2,5, il limite annuale attuale di 25 µg/m³ è stato rispettato quasi ovunque, con poche eccezioni. Ma il confronto cambia completamente utilizzando come riferimento i 10 µg/m³ che diventeranno il limite europeo nel 2030 e, ancora di più, i 5 µg/m³ raccomandati dall’OMS.
Per il biossido di azoto il limite annuale vigente è stato rispettato nel 99% delle stazioni, anche se permangono superamenti in alcune grandi aree urbane e in prossimità di importanti arterie stradali. Anche in questo caso, tuttavia, il nuovo limite annuale del 2030 sarà dimezzato rispetto a quello attuale.
L’ozono presenta caratteristiche differenti e continua a rappresentare una criticità importante soprattutto durante le estati caratterizzate da caldo intenso e condizioni meteorologiche favorevoli alla sua formazione.
La conclusione è che dire semplicemente che “l’aria è a norma” racconta soltanto una parte della realtà. Bisogna chiedersi: a quale norma ci riferiamo? Al limite attuale, al limite europeo che dovrà essere rispettato nel 2030 oppure al livello indicato dall’OMS per tutelare la salute?
A mettere in evidenza proprio questa distanza fra rispetto delle norme attuali e tutela della salute contribuisce anche “Cambiamo Aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”, il progetto promosso da ISDE Italia insieme all’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign. Il monitoraggio prende in esame i dati ufficiali delle reti ARPA/APPA in 27 città italiane, confrontando PM10, PM2,5 e NO₂ con tre diversi riferimenti: normativa vigente, nuovi standard della direttiva europea per il 2030 e Linee guida dell’OMS.
I risultati definitivi del 2025 hanno mostrato quanto la valutazione cambi a seconda del parametro utilizzato. Per il NO₂, ad esempio, quattro delle 27 città monitorate superavano il limite annuale oggi vigente, ma diventavano 24 considerando il limite europeo del 2030 e tutte e 27 prendendo come riferimento il valore raccomandato dall’OMS. Per il limite giornaliero previsto dalla nuova direttiva, Napoli aveva registrato 197 giorni oltre soglia, Palermo 173 e Genova 100, rispetto ai 18 superamenti annui che saranno consentiti. Anche per PM10 e PM2,5 il confronto con i nuovi standard europei e, soprattutto, con le raccomandazioni sanitarie dell’OMS restituisce un quadro molto più critico di quello che emerge considerando esclusivamente la normativa attualmente vigente.
Il monitoraggio è proseguito nel 2026 e conferma che il problema non può essere considerato superato. A fine giugno, Milano, Verona e Modena avevano già raggiunto o superato il numero massimo di giornate oltre il limite del PM10 consentito dalla normativa attuale, mentre 13 delle 27 città avevano già oltrepassato il numero di superamenti che sarà ammesso dal 2030.
Con l’estate è emersa inoltre con particolare evidenza la questione dell’ozono troposferico. Nei soli mesi di giugno e luglio 2026 la soglia di 120 µg/m³ è stata superata per 52 giorni nelle stazioni di Torino Lingotto e Bergamo Meucci, 50 a Torino Rubino, 47 a Vicenza Quartiere Italia e 44 a Modena Parco Ferrari. Numerose stazioni avevano quindi già oltrepassato in due mesi sia il numero di superamenti previsto dalla normativa europea per il 2030 sia l’attuale valore obiettivo. L’aggiornamento evidenzia inoltre concentrazioni elevate di NO₂ soprattutto in diverse città portuali.
I risultati di Cambiamo Aria rafforzano quindi un punto essenziale: dire semplicemente che “l’aria è a norma” racconta soltanto una parte della realtà. Bisogna chiedersi: a quale norma ci riferiamo? Al limite attuale, al limite europeo che dovrà essere rispettato nel 2030 oppure al livello indicato dall’OMS per tutelare la salute?
Approfondimento: Cambiamo Aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane.
Cosa significa l’indice della qualità dell’aria
Sempre più spesso conosciamo la qualità dell’aria attraverso un colore o un numero visualizzato sullo smartphone. Ma un indice della qualità dell’aria non coincide con un limite normativo.
L’indice europeo sviluppato dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) fornisce una rappresentazione aggiornata della situazione sulla base delle concentrazioni di cinque principali inquinanti: PM10, PM2,5, biossido di azoto, ozono e biossido di zolfo. L’indice viene aggiornato ogni ora e attribuisce alla qualità dell’aria una delle sei classi previste, da “buona” a “estremamente scarsa”, sulla base dell’inquinante che in quel momento presenta la situazione peggiore dal punto di vista dei potenziali effetti sulla salute.
Non può invece essere utilizzato per stabilire se una città rispetti o meno i limiti annuali previsti dalla normativa. Un indice descrive infatti soprattutto la qualità dell’aria che stiamo respirando in quel momento, mentre la verifica del rispetto dei valori limite richiede di considerare i differenti periodi di mediazione stabiliti dalla legge.
Con l’applicazione della nuova direttiva (UE) 2024/2881, uno strumento di questo tipo dovrà entrare stabilmente anche nel sistema italiano di informazione sulla qualità dell’aria. La direttiva stabilisce infatti che gli Stati membri mettano a disposizione del pubblico, attraverso una fonte facilmente accessibile e comprensibile, un indice della qualità dell’aria aggiornato ogni ora almeno per biossido di zolfo, biossido di azoto, PM10, PM2,5 e ozono, quando questi inquinanti devono essere monitorati.
L’indice dovrà essere, per quanto possibile, comparabile fra tutti i Paesi dell’Unione, seguire le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e basarsi sugli indici europei elaborati dall’EEA. Gli Stati potranno anche scegliere di utilizzare direttamente l’indice dell’Agenzia europea dell’ambiente.
Non si tratterà soltanto di mostrare numeri e colori. La nuova direttiva prevede che l’indice sia accompagnato da informazioni sugli effetti dell’inquinamento sulla salute, con indicazioni specifiche per le categorie vulnerabili e i gruppi più sensibili. Dovranno inoltre essere rese disponibili informazioni sui sintomi associati ai picchi di inquinamento e sui comportamenti utili a ridurre l’esposizione.
L’indice diventerà quindi uno degli strumenti attraverso i quali rendere l’informazione sulla qualità dell’aria più immediata e utilizzabile nella vita quotidiana, affiancando i dati delle centraline, le valutazioni annuali e le informazioni sul rispetto dei limiti.
Questa distinzione rimarrà fondamentale: l’indice ci aiuterà a capire che aria stiamo respirando oggi; i dati di medio e lungo periodo ci diranno invece quanto siamo lontani dai livelli necessari per tutelare la salute e rispettare la normativa.
Approfondimento: L’indice europeo della qualità dell’aria
Le città sono uno dei punti decisivi
Nelle città si concentrano popolazione, traffico, edifici, attività economiche e numerose fonti emissive. Ma è anche nelle città che politiche di mobilità, riscaldamento, pianificazione urbana e uso dello spazio pubblico possono produrre importanti benefici.
L’Agenzia europea dell’ambiente ha recentemente modificato anche il proprio sistema di confronto fra le città europee. Il nuovo strumento non considera più soltanto il PM2,5, ma valuta congiuntamente l’esposizione di lungo periodo della popolazione a PM2,5, NO₂ e ozono, mettendola in relazione con il rischio sanitario.
Approfondimento: Qualità dell’aria nelle città europee: la nuova classifica EEA misura il rischio per la salute
Ridurre l’inquinamento significa intervenire sulle sue cause
Non esiste una sola politica capace di risolvere il problema dell’inquinamento atmosferico. Le sorgenti cambiano a seconda degli inquinanti, dei territori e delle stagioni e, per scegliere gli interventi più efficaci, occorre innanzitutto capire da dove provengono le emissioni e quale contributo danno all’inquinamento dell’aria che respiriamo.
Uno degli strumenti fondamentali per farlo sono gli inventari delle emissioni, che stimano le quantità di sostanze inquinanti immesse in atmosfera dalle diverse attività: trasporti, riscaldamento degli edifici, produzione e consumo di energia, industria, agricoltura e allevamenti, gestione dei rifiuti e altre sorgenti. In Italia l’inventario nazionale è realizzato da ISPRA, mentre gli inventari regionali permettono di analizzare con maggiore dettaglio le caratteristiche dei singoli territori.
Gli inventari mostrano chiaramente che non esiste una sorgente dominante per tutti gli inquinanti. L’agricoltura e gli allevamenti rappresentano la principale fonte di ammoniaca, importante precursore del particolato secondario; la combustione negli edifici, e in particolare quella delle biomasse, ha un peso rilevante sulle emissioni di particolato; il trasporto stradale continua invece ad avere un ruolo importante nelle emissioni di ossidi di azoto. Industria, produzione energetica, porti e altre attività contribuiscono in misura diversa a seconda degli inquinanti e dei territori considerati.
Approfondimenti: L’aggiornamento dell’Inventario delle Emissioni in atmosfera; Le emissioni di ossidi di azoto, i dati dell’Inventario Nazionale delle Emissioni in Atmosfera.
Bisogna però distinguere le emissioni dalle concentrazioni misurate nell’aria. Sapere quanto un determinato settore emette non significa automaticamente sapere quanto contribuisce alla concentrazione di un inquinante respirato dalla popolazione. Entrano in gioco la localizzazione e le caratteristiche delle sorgenti, le condizioni meteorologiche, la dispersione e il trasporto degli inquinanti e le trasformazioni chimiche che avvengono nell’atmosfera.
Per questo agli inventari si affiancano modelli e studi di attribuzione delle sorgenti (source apportionment), che aiutano a ricostruire il contributo delle diverse fonti alle concentrazioni osservate. È particolarmente importante nel caso del particolato: una parte delle polveri viene emessa direttamente, mentre un’altra si forma nell’atmosfera attraverso reazioni che coinvolgono sostanze precursori.
Un esempio viene dalle analisi sulla composizione chimica del PM2,5 effettuate da ARPAE in Emilia-Romagna, che mostrano l’importanza del particolato secondario. Nitrati e ammonio presenti nelle polveri fini derivano da processi atmosferici nei quali intervengono, fra gli altri, gli ossidi di azoto prodotti da traffico, riscaldamento e attività industriali e l’ammoniaca proveniente soprattutto dalle attività agricole e zootecniche. Anche gli studi condotti sulla Pianura Padana mostrano quanto sia necessario considerare insieme sorgenti differenti per comprendere la formazione e la persistenza del particolato.
Approfondimento: PM2.5: dentro le polveri sottili ci sono traffico, agricoltura e combustione domestica; L’impatto dell’agricoltura sulla qualità dell’aria della Pianura Padana.
Di conseguenza, una misura efficace per ridurre il biossido di azoto non è necessariamente quella più efficace per diminuire il PM2,5 o l’ozono. Nelle aree urbane gli interventi sul traffico possono avere un ruolo particolarmente importante per ridurre gli ossidi di azoto; sul particolato occorre agire contemporaneamente anche sulla combustione delle biomasse, sul riscaldamento, sull’agricoltura e sulle altre sorgenti rilevanti nel territorio. Per l’ozono, che non viene emesso direttamente ma si forma nell’atmosfera, è invece necessario intervenire sui suoi precursori.
Anche le politiche climatiche e quelle per la qualità dell’aria sono strettamente collegate. Ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili può produrre contemporaneamente benefici per il clima, la qualità dell’aria e la salute, mentre il riscaldamento globale può aggravare alcuni problemi di inquinamento, come avviene per l’ozono durante le condizioni estive più calde.
La qualità dell’aria non è quindi soltanto una questione di centraline e limiti. È il risultato del modo in cui produciamo e utilizziamo l’energia, ci muoviamo, riscaldiamo gli edifici, produciamo cibo e organizziamo le città e il territorio. Conoscere le sorgenti è il primo passo per scegliere politiche capaci di ridurre realmente l’esposizione della popolazione agli inquinanti.
Dal rispetto dei limiti alla riduzione dell’esposizione
Per molti anni il dibattito pubblico sulla qualità dell’aria si è concentrato soprattutto sui superamenti: quanti giorni oltre il limite del PM10, quali città fuori norma, quali procedure di infrazione europee.
Questi indicatori restano importanti, ma il quadro sta cambiando.
La nuova normativa europea spinge verso una domanda più ambiziosa: quanto inquinamento respira realmente la popolazione e quanto velocemente siamo in grado di ridurlo?
È una prospettiva particolarmente importante dal punto di vista sanitario. Una città che non supera formalmente un limite può infatti avere ancora concentrazioni significativamente superiori ai livelli raccomandati dall’OMS.
Per questo nei prossimi anni sarà utile leggere i dati della qualità dell’aria utilizzando contemporaneamente tre riferimenti: la situazione rilevata oggi, i limiti europei da raggiungere nel 2030 e i valori guida dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Solo così sarà possibile capire non soltanto se l’aria è formalmente “a norma”, ma quanto siamo ancora lontani da un’aria realmente più sicura per la salute.
Per approfondire su Ambientenonsolo
Verso i nuovi standard europei del 2030
Qualità dell’aria, il 2030 comincia adesso: cosa prevede il nuovo decreto italiano
Un quadro delle principali novità previste dallo schema di recepimento della direttiva europea 2024/2881: nuovi limiti, riduzione dell’esposizione della popolazione, monitoraggio, informazione e piani per la qualità dell’aria.
Come cambia il monitoraggio dell’esposizione
Qualità dell’aria: chi sceglierà le centraline che misurano l’esposizione della popolazione?
Con le nuove unità territoriali di esposizione media cambia il modo di valutare quanto PM2,5 e NO₂ respira realmente la popolazione e assume particolare importanza la scelta delle stazioni utilizzate per misurarlo.
PM2,5: non conta soltanto quanto ce n’è, ma anche da dove viene
PM2.5: dentro le polveri sottili ci sono traffico, agricoltura e combustione domestica
Le analisi sulla composizione chimica del particolato aiutano a comprendere il ruolo delle diverse sorgenti e l’importanza della formazione di particolato secondario.
Capire numeri e colori della qualità dell’aria
L’indice europeo della qualità dell’aria
Come funziona l’indice dell’Agenzia europea dell’ambiente, quali inquinanti considera e perché non deve essere confuso con la verifica del rispetto dei limiti di legge.
Dalle concentrazioni al rischio per la salute nelle città
Qualità dell’aria nelle città europee: la nuova classifica EEA misura il rischio per la salute
Il nuovo sistema europeo confronta le città considerando insieme l’esposizione di lungo periodo a PM2,5, NO₂ e ozono e il rischio sanitario associato.
Da dove vengono gli inquinanti
L’aggiornamento dell’Inventario delle Emissioni in atmosfera
Gli inventari permettono di ricostruire il contributo dei diversi settori alle emissioni e di capire perché traffico, riscaldamento, agricoltura, industria e produzione energetica hanno un peso differente a seconda dell’inquinante considerato.
Vedi meno

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