tratto da https://ambientenonsolo.com/se-cade-il-green-deal-leuropa-puo-fallire-in-due-modi-opposti/
di Giovanni Ghirga: "La transizione ecologica europea attraversa una fase delicata. Il caro-energia, le difficoltà dell’industria, la concorrenza internazionale e il malcontento sociale stanno spingendo diversi governi a rivedere alcune politiche climatiche. Ma cosa accadrebbe se il Green Deal europeo venisse progressivamente svuotato? Ne parliamo con Giovanni Ghirga, medico e componente del Comitato scientifico di ISDE Italia, partendo da una sua ampia riflessione sui costi economici e politici della decarbonizzazione, sui rischi del rinvio e sulla necessità di tenere insieme clima, industria e giustizia sociale.
Il Green Deal è davvero a rischio?
Il rischio esiste ed è ormai visibile. Europa, Regno Unito e Canada stanno rallentando o rivedendo alcune misure climatiche sotto la pressione del caro-energia, della debolezza industriale e del malcontento sociale. Anche alcune grandi compagnie energetiche europee hanno ridimensionato obiettivi o investimenti nelle rinnovabili per tornare a concentrarsi maggiormente sulle attività fossili più redditizie.
Il punto è che quando la transizione incide sulle bollette, sull’occupazione e sulla competitività, il consenso politico si restringe. Ed è proprio in quel momento che gli obiettivi climatici vengono messi realmente alla prova.
Lei parla addirittura del rischio di una “pietra tombale” sull’azione climatica. Non è un’espressione eccessiva?
Non significa che cesserebbero gli investimenti nelle rinnovabili o che la transizione tecnologica si fermerebbe improvvisamente. Molte tecnologie pulite sono ormai competitive e continueranno a svilupparsi per ragioni climatiche, industriali e di sicurezza energetica.
Il problema sarebbe soprattutto politico e internazionale. Il Green Deal rappresenta il più importante tentativo compiuto finora da un grande mercato avanzato di mettere insieme obiettivi climatici, regole economiche, prezzo del carbonio e standard industriali.
Se anche l’Europa, che è stata il continente più ambizioso su questo terreno, arretrasse perché ritiene troppo elevato il costo della trasformazione, molti altri governi potrebbero utilizzarlo come argomento per rinviare a loro volta le proprie politiche climatiche. Si rischierebbe quindi un effetto domino sulla fiducia, sugli investimenti di lungo periodo e sulla cooperazione internazionale.
C’è però un problema evidente di competitività. Le imprese europee pagano l’energia molto più di quelle statunitensi.
È vero, ma bisogna evitare di attribuire semplicisticamente questa differenza alle politiche climatiche. Il rapporto Draghi ha documentato che le imprese europee pagavano l’elettricità da due a tre volte e il gas da quattro a cinque volte più dei concorrenti statunitensi.
Le cause sono numerose: la scarsità di risorse fossili domestiche, la perdita del gas russo via tubo, il maggiore ricorso al GNL, la frammentazione del mercato energetico europeo, la fiscalità, le insufficienti interconnessioni e il ritardo delle reti.
Anche la diminuzione della produzione nei comparti europei ad alta intensità energetica non può essere attribuita esclusivamente all’ETS o alle rinnovabili. Hanno pesato contemporaneamente guerre, prezzi del gas, tassi d’interesse, debolezza della domanda e concorrenza internazionale.
Questo significa che la transizione energetica non ha costi?
Assolutamente no. Sarebbe altrettanto sbagliato sostenerlo.
Le rinnovabili sono diventate estremamente competitive: secondo IRENA, il 91% della nuova capacità rinnovabile utility-scale entrata in servizio nel 2024 produceva energia a un costo inferiore rispetto alla più economica nuova alternativa fossile.
Ma questo riguarda la generazione elettrica, non l’intero sistema energetico. Per integrare grandi quantità di solare ed eolico servono reti, accumuli, riserva, sistemi di bilanciamento, gestione della domanda e maggiore flessibilità.
Una fonte può quindi produrre elettricità a costi molto bassi, mentre la trasformazione complessiva del sistema necessaria per renderla disponibile in modo stabile ventiquattr’ore su ventiquattro richiede investimenti importanti.
Nel dibattito pubblico si parla continuamente del “costo della transizione”. È la definizione corretta?
Dobbiamo innanzitutto capire cosa chiamiamo costo.
Un investimento in una rete elettrica o in un impianto rinnovabile crea un capitale produttivo che continuerà a fornire servizi per decenni. Non può essere considerato nello stesso modo della perdita di capitale determinata, ad esempio, dalla chiusura prematura di un impianto.
Poi esistono costi che normalmente non compaiono nel prezzo dei combustibili fossili: l’inquinamento atmosferico, le malattie, i danni climatici. Il Fondo monetario internazionale stima per il 2024 circa 6.700 miliardi di dollari di sussidi fossili impliciti, comprendendo soprattutto danni ambientali e sanitari non incorporati nei prezzi.
La domanda corretta non è quindi se la transizione abbia un costo. Certamente lo ha. Bisogna chiedersi quale parte rappresenti un investimento, quale una perdita reale, chi debba sostenerla e soprattutto quale sarebbe il costo alternativo del rinvio.
L’Europa produce ormai solo una piccola parte delle emissioni mondiali. Ha ancora senso imporle obiettivi così ambiziosi?
Nel 2024 l’Unione europea rappresentava circa il 6% delle emissioni mondiali di gas serra, escluse quelle nette derivanti dall’uso del suolo. Cina, Stati Uniti, India e Russia insieme rappresentavano oltre il 53%.
È quindi evidente che l’Europa da sola non può stabilizzare il clima.
Questo crea una forte asimmetria: quando un’acciaieria europea investe per evitare una tonnellata di CO₂, il costo viene sostenuto dall’impresa, dai consumatori o dal sistema pubblico europeo, mentre il beneficio climatico si distribuisce sull’intero pianeta e nel corso di molti decenni.
Un concorrente che continua a utilizzare carbone o gas a basso costo può ottenere temporaneamente un vantaggio economico trasferendo parte del danno futuro sulla collettività mondiale.
Ma la risposta non può essere quella di abbandonare la decarbonizzazione. Deve essere quella di costruire strumenti internazionali capaci di ridurre questa asimmetria.
È qui che entra in gioco il rischio di “carbon leakage”?
Esattamente. Se le produzioni europee più energivore si spostano verso Paesi nei quali il carbonio costa meno, oppure vengono sostituite da importazioni più emissive, l’Europa potrebbe ridurre le proprie emissioni territoriali ma perdere industria, investimenti e occupazione senza ottenere una riduzione equivalente delle emissioni globali.
Il CBAM nasce precisamente per attenuare questo problema, applicando a determinate importazioni un costo del carbonio comparabile a quello sostenuto dai produttori europei.
È uno strumento necessario, ma non sufficiente. Servono anche politica industriale, innovazione e accordi internazionali. Una politica che chiude una fabbrica europea e contemporaneamente aumenta l’importazione di un prodotto realizzato altrove con emissioni superiori non ha raggiunto il proprio obiettivo climatico.
Cina, India e Stati Uniti continuano però a utilizzare enormi quantità di combustibili fossili.
È vero, ma anche qui bisogna evitare una rappresentazione troppo semplice.
Gli Stati Uniti sono contemporaneamente tra i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas e un grande investitore nelle tecnologie pulite. La Cina ha investito oltre 625 miliardi di dollari nell’energia pulita nel 2024 e ha raggiunto anticipatamente i suoi obiettivi 2030 per la capacità eolica e solare, continuando però nello stesso tempo a utilizzare grandi quantità di carbone.
In India la grande maggioranza degli investimenti nel settore elettrico del 2024 è stata destinata all’energia pulita, mentre continuavano a crescere anche la domanda e l’impiego di carbone.
Stiamo assistendo quindi a una doppia corsa: crescono rapidamente le tecnologie pulite, ma i combustibili fossili non diminuiscono abbastanza.
È questo il grande paradosso della transizione mondiale?
Sì. Nel 2026 gli investimenti energetici globali sono stimati in circa 3.400 miliardi di dollari: circa 2.200 miliardi destinati alle tecnologie pulite e 1.200 miliardi ai fossili.
Eppure le emissioni fossili mondiali di CO₂ continuano a trovarsi su livelli record.
Le rinnovabili crescono rapidamente, ma troppo spesso si aggiungono ai combustibili fossili anziché sostituirli. Dal punto di vista climatico ciò che conta non è semplicemente quanti pannelli solari o quante turbine eoliche installiamo, ma quanto diminuiscono le emissioni nette.
Finché carbone, petrolio e gas continuano a essere utilizzati in quantità così elevate, l’aumento delle fonti pulite non è sufficiente a fermare l’accumulo di CO₂ nell’atmosfera.
Rinviare la transizione potrebbe però consentire all’Europa di proteggere per qualche anno la propria industria.
È possibile ottenere un vantaggio nel breve periodo, ma non è gratuito.
Il rinvio mantiene la dipendenza dai combustibili fossili, dalla loro volatilità dei prezzi e dai rischi geopolitici. Inoltre aumenta il capitale che dovrà essere riconvertito successivamente.
Gli studi sugli scenari climatici mostrano un principio molto chiaro: più si rinvia la trasformazione, più rapido e costoso diventa successivamente il percorso necessario per ridurre le emissioni.
Il risparmio immediato può quindi essere acquistato al prezzo di una correzione futura molto più violenta.
E nel frattempo crescono anche i costi degli eventi climatici estremi.
Esatto. In Europa gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno prodotto perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024, ai prezzi del 2024. Oltre 208 miliardi si sono concentrati solamente nel quadriennio 2021-2024.
Non significa naturalmente che ogni singolo evento sia interamente attribuibile al cambiamento climatico antropico, ma dimostra che il costo dell’inazione non appartiene a un futuro lontano.
Anche quanto accaduto nell’estate 2026 è significativo: le analisi di attribuzione indicano che il riscaldamento antropico ha reso molto più probabile e intensa l’ondata di calore che ha colpito l’Europa occidentale a giugno, mentre Copernicus ha registrato condizioni eccezionalmente calde e secche favorevoli anche agli incendi.
La crisi climatica continua ad avanzare mentre la risposta politica resta gravemente insufficiente.
Quale dovrebbe essere allora il futuro del Green Deal?
Non credo che la risposta possa consistere nel difendere ogni dettaglio del Green Deal originario come se nulla fosse successo.
Una politica climatica incapace di conservare industria, occupazione e consenso sociale finirebbe inevitabilmente per compromettere le proprie stesse condizioni di sopravvivenza.
Il Green Deal deve evolvere da insieme di obiettivi ambientali a vera politica integrata dell’energia, dell’industria, del commercio e della protezione sociale.
Reti, interconnessioni, accumuli e sistemi di gestione della domanda devono precedere o accompagnare la chiusura della capacità fossile. Gli strumenti di lungo periodo devono permettere alle famiglie e alle imprese di beneficiare realmente dei bassi costi della generazione rinnovabile, senza restare esposte alla volatilità del gas.
Le entrate dell’ETS e gli aiuti pubblici dovrebbero sostenere elettrificazione, efficienza energetica e trasformazione dei processi industriali, chiedendo però in cambio investimenti verificabili.
Quindi l’Europa può sbagliare sia accelerando sia rallentando?
Può fallire in due modi opposti.
Può decarbonizzare senza una vera politica industriale e perdere produzione, investimenti e occupazione, magari trasferendo altrove parte delle emissioni.
Oppure può difendere l’industria rinviando la trasformazione, restando dipendente dai combustibili importati, dai prezzi instabili e da infrastrutture che dovranno comunque essere sostituite in futuro.
La strada razionale è rendere inseparabili clima, energia, industria, commercio e protezione sociale.
Non si tratta quindi semplicemente di scegliere se accelerare o rallentare, ma di costruire le alternative prima di eliminare ciò che devono sostituire e di distribuire i costi della trasformazione evitando che singoli settori o gruppi sociali vengano lasciati soli.
In definitiva, cosa significherebbe davvero “salvare” il Green Deal?
Significherebbe trasformarlo.
Le rinnovabili e l’efficienza energetica sono fondamentali non perché siano prive di costi, ma perché nessuna economia può rimanere prospera in un clima progressivamente più instabile.
La leadership europea avrà senso soltanto se sarà capace di trasformare il costo dell’essere tra i primi in energia più sicura, minori importazioni, innovazione industriale e regole capaci di spingere anche gli altri grandi emettitori a muoversi.
Se invece il Green Deal venisse semplicemente demolito senza costruire una politica climatica più realistica, industriale e globale, la pietra tombale non cadrebbe soltanto su una politica europea. Rischierebbe di cadere sulla possibilità stessa di dimostrare che la transizione climatica può essere contemporaneamente necessaria, economicamente sostenibile e politicamente durevole."
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