tratto da https://ambientenonsolo.com/il-problema-non-e-capire-ma-decidere/
dall'articolo di Antonio Disi. "Non decidiamo in base ai fatti, ma in base a chi siamo
Lee McIntyre, filosofo della scienza e autore di Come parlare a chi nega la scienza, di cui ho avuto il piacere di curare l’edizione italiana per FrancoAngeli, ha trascorso anni parlando con negazionisti climatici, terrapiattisti e sostenitori delle teorie del complotto.
Chi immagina che abbia trascorso quel tempo semplicemente bombardandoli di dati rimarrà deluso. La conclusione a cui arriva è molto diversa, ed è tanto semplice quanto destabilizzante. Le persone non cambiano idea perché ricevono più informazioni, ma quando si crea uno spazio di fiducia nel quale quelle informazioni possono finalmente essere ascoltate.
Quando una convinzione è profondamente radicata, la questione centrale non è stabilire se un fatto sia vero oppure no. La domanda diventa un’altra. Che cosa mi succede se accetto quel fatto?
Prendiamo un esempio molto concreto. Se dico a una persona che una pompa di calore può essere più efficiente di una caldaia tradizionale, sto fornendo un’informazione tecnica.
Ma se quella stessa persona vive la transizione energetica come una minaccia alla propria autonomia, al proprio modo di vivere o ai valori del gruppo a cui sente di appartenere, la conversazione cambia completamente natura. A quel punto non stiamo più discutendo di efficienza energetica, ma di identità.
E quando una conversazione diventa identitaria, i dati iniziano a perdere forza. Non perché diventino meno veri, ma perché si trovano a competere con qualcosa di immensamente più potente e cioè il bisogno umano di appartenere a un gruppo e di continuare a riconoscersi nella propria storia.
Da tempo la ricerca ci mostra che tendiamo ad attribuire maggiore credibilità alle informazioni provenienti da persone che percepiamo simili a noi. Al contrario, guardiamo con maggiore sospetto quelle che arrivano da gruppi che consideriamo lontani, anche quando i dati sono identici. È un meccanismo profondamente umano.
In fondo, non decidiamo soltanto in base a ciò che sappiamo. Decidiamo anche in base a chi siamo, a chi pensiamo di essere e, qualche volta, persino a chi vorremmo essere agli occhi degli altri.
Può sembrare una conclusione scoraggiante ma, in realtà, è una buona notizia. Perché significa che una parte importante della comunicazione ambientale sta probabilmente cercando le risposte nel posto sbagliato.
Da anni investiamo enormi energie nel perfezionare i messaggi. Discutiamo su quale grafico funzioni meglio, quale slogan sia più efficace, quale dato colpisca maggiormente l’attenzione. Tutto questo è utile, naturalmente.
Ma forse la domanda davvero importante è un’altra. Non dovremmo chiederci soltanto come spiegare meglio il cambiamento climatico. Dovremmo chiederci come rendere più facile decidere.
È una differenza sottile, ma cambia completamente il punto di vista. La prima domanda appartiene al mondo dell’informazione. La seconda appartiene al mondo del comportamento. E le risposte che emergono sono profondamente diverse.
Se il problema fosse davvero una semplice mancanza di conoscenze, la soluzione sarebbe relativamente semplice. Basterebbe produrre più contenuti, diffondere più dati e comunicare meglio. Se invece entrano in gioco l’identità, le norme sociali, la fiducia e i meccanismi decisionali, allora il lavoro cambia radicalmente.
Occorre costruire relazioni di fiducia. Rendere visibili i comportamenti desiderati. Mostrare esempi concreti. Ridurre gli ostacoli pratici. Raccontare la transizione ecologica come qualcosa di cui le persone possano sentirsi protagoniste e non semplicemente destinatarie.
Perché cambiare comportamento non significa soltanto modificare una scelta. Molto spesso significa modificare il modo in cui raccontiamo a noi stessi chi siamo.
Forse è proprio qui che si trova uno dei limiti più profondi della comunicazione ambientale contemporanea. Abbiamo dedicato enormi energie a comprendere il problema climatico. Molte meno a comprendere il decisore. Abbiamo studiato il clima con una precisione straordinaria. Molto meno il comportamento umano.
Eppure, il successo della transizione ecologica dipenderà probabilmente più da quest’ultimo che dal primo.
La battaglia per dimostrare che il cambiamento climatico esiste è stata, sostanzialmente, vinta dalla scienza. Quella che abbiamo davanti è diversa. È aiutare milioni di persone perfettamente normali a fare cose perfettamente normali in un mondo che sta cambiando.
Perché la transizione ecologica non si giocherà soltanto nei laboratori, nei parlamenti o nei vertici internazionali. Si giocherà soprattutto nelle migliaia di piccole decisioni quotidiane che ciascuno di noi prende senza quasi accorgersene.
Insomma, il problema alla fine non è capire, ma decidere. "
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