di Redazione Il Fatto Quotidiano | 29 dicembre 2013 Una forte scossa di terremoto è stata avvertita nel Lazio, in Campania e Molise. Il sisma è stato avvertito con intensità soprattutto ai piani alti delle abitazioni in diversi quartieri di Napoli. La gente si è riversata in strada in varie località. Secondo le prime informazioni la magnitudo è stata 4.9 ed è stata registrata tra le province di Caserta e Benevento. Castello del Madese in provincia di Caserta è il paese più vicino all’epicentro del sisma. Lo comunica l’istituto nazionale di vulcanologia. La terra ha tremato anche ad Avellino e in Puglia a Foggia.http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/29/terremoto-forti-scosse-avvertite-in-lazio-molise-e-campania/827461/
lunedì 30 dicembre 2013
I RAPPORTI TRA PALAZZO E CLAN DESCRITTI SUL QUOTIDIANO “I SICILIANI” NEI PRIMI ANNI 80 SONO GLI STESSI SU CUI INDAGA ORA IL PM DI MATTEO
La trattativa costante
oggi come 30 anni fa
Il fatto quotidiano 29 dicembre 2013
di Loris Mazzetti
Fra qualche giorno ricorreranno
i trent’anni
dall’omicidio di
Giuseppe Fava, detto
Pippo, ucciso la sera del 5 gennaio
1984 con cinque colpi di pistola
(condannati all’ergastolo il
mandante Nitto Santapaola e il
suo braccio destro Aldo Ercolano,
uno degli esecutori materiali).
L’agguato avvenne di notte, il
giornalista era da poco uscito
dalla redazione de I Siciliani,
mensile da lui fondato alla fine
del 1982, insieme ad alcuni giovani
giornalisti che decisero di
seguirlo dopo la sua cacciata dalla
direzione del Giornale del Sud.
L’intervista di Enzo Biagi a Pippo
Fava, che il Fatto Quotidiano
pubblica oggi, fu realizzata il 29
dicembre, una settimana prima
del suo omicidio, per la tv Svizzera.
LA TRASMISSIONE, Film- sto ry ,
aveva come argomento la mafia e
la camorra, in studio con il direttore
de I Siciliani c’erano: Nando
dalla Chiesa e l’avvocato Giuseppe
Mirabile, difensore dei fratelli
Greco al processo per l’omi -
cidio del giudice Chinnici. Biagi
conobbe Fava grazie all’amico
comune Nino Milazzo, giornalista
del Corriere della Sera. “A Tavola
prima della trasmissione –
scrisse Biagi ricordando l’incon -
tro con il giornalista siciliano –
abbiamo chiacchierato di nipoti:
‘Non voglio che si attacchino
troppo, li tengo lontani, perché
poi non soffrano’ disse. Mi parlò
di una bambina della sua figliola
che aveva portato con sé a teatro:
mi parve orgoglioso. Non l’ho
conosciuto bene, ma mi è parso
un personaggio carico di vitalità,
innamorato del lavoro, capace di
grandi intuizioni, e di impegni
rischiosi: uno di quelli che, anche
nel mio mestiere, sono sempre
pronti a ricominciare, a rimettere
tutto in discussione. Adesso
mi chiedo: ‘Perché?’ Perché si
uccide un giornalista con la tecnica
di Fronte del porto, che cosa
temevano, di che cosa lo volevano
punire? Che cosa sapeva Giuseppe
Fava, quali scoperte aveva
fatto, con quella sua straordinaria
capacità di analisi, di guardare
oltre i fatti e le apparenze,
per arrivare a scoprire le ragioni
del male che ci affligge?”.
Fava amava la sua terra, ed era
orgoglioso della sua gente, ha pagato
con la sua vita questo amore,
e ha nobilitato, come Impastato,
Rostagno, Casalegno, Tobagi,
Cristina, Alfano, De Mauro,
Siani, Spampinato, Francese,
Baldoni, Lucchetta, Ciriello, Alpi,
Cutuli, Russo, Puletti, Arrigoni
e altri ancora, il mestiere del
giornalista. Nell’intervista, Fava
ha la solita faccia tesa e serena di
uomo del Sud (come nelle varie
foto che in occasione del trentesimo
corrono in Internet), con
quel suo ragionare che non lascia
scampo, che hanno i siciliani, che
sembrano persino impietosi. Pirandello
poteva nascere solo in
Sicilia e anche Giuseppe Fava.
Alle domande di Biagi sulle ragioni
della sua condanna a morte,
con il tempo e l’aiuto di qualche
pentito, sono state date risposte.
Un’inchiesta del 1983 che
Fava fece per I Siciliani sulle attività
illecite de “i quattro cavalieri
dell’apocalisse mafiosa”:
Carmelo Costanzo, Francesco
Finocchiaro, Gaetano Graci e
Mario Rendo, imprenditori catanesi
che tenevano rapporti con
Nitto Santapaola, fu la goccia che
fece traboccare il vaso.
COME SI EVINCE dall’intervista
di Biagi, Fava fu il primo a raccontare
il “terzo livello del potere
mafioso”: il potere politico, di
conseguenza l’intreccio tra politica,
mafia e Stato. Ci sono voluti
trent’anni prima di vedere in un
processo sulla stessa sbarra degli
imputati boss della mafia e politici,
ed è quello che sta accadendo
ora al processo di Palermo
sulla “Trattativa” tra Stato e mafia,
in cui il pubblico ministero
Nino Di Matteo, più volte minacciato
di morte da Totò Riina,
insieme ad alcuni colleghi, sta
portando avanti nella più totale
solitudine. I nomi di questi magistrati
sono impronunciabili da
parte delle istituzioni anche durante
le poche volte che manifestano
solidarietà nei loro confronti.
Il dato in mano ai magistrati
di Palermo, ricavato da inchieste
e dibattimenti, è che dopo
l’uccisione di Giovanni Falcone,
la mafia stava progettando
l’eliminazione di altri politici
che, come era già avvenuto per
Salvo Lima, dovevano essere uccisi
perché non avevano mantenuto
i patti fatti con Cosa Nostra:
Calogero Mannino, Carlo Vizzini,
Salvo Andò, allora ministri, e
il fedelissimo di Lima, Sebastiano
Purpura. Oggi come allora, i
mafiosi hanno bisogno di luci
spente, che tutti tacciano, perché
il silenzio, l’omertà sono il pilastro
della loro forza.
Davanti al ricatto, alla minaccia,
alla paura, Giuseppe (Pippo) Fava
non si è mai piegato e ha sempre
detto la sua verità, sui giornali
e sul palcoscenico, davanti
alle telecamere: “Io ho un concetto
etico del giornalismo. Ritengo
infatti che in una società
democratica e libera quale dovrebbe
essere quella italiana, il
giornalismo rappresenti la forza
essenziale della società. Un giornalismo
fatto di verità impedisce
molte corruzioni, frena la violenza
della criminalità, accelera le
opere pubbliche indispensabili,
pretende il funzionamento dei
servizi sociali, tiene continuamente
in allerta le forze dell'ordine,
sollecita la costante attenzione
della giustizia, impone ai
politici il buon governo”. n
IL 5 GENNAIO Rai3
trasmetterà in prima tv
I ragazzi di Pippo Fava, il docufilm
di Franza di Rosa, ideato
e scritto da Gualtiero
Peirce e Antonio Roccuzzo,
prodotto da Cyrano New
Media con RaiFiction e tratto
dalle pagine del libro di
Roccuzzo Mentre l’o rc h e s t r i n a
suonava gelosia.
L’ANNIVERSARIO
Il 5 gennaio
su Rai Tre
il docufilm
Latina peggiora la qualità della vita - in mano alla vendetta di Cusani
dal quotidiano La Provincia di Latina
qualità della vita Latina fanalino di coda http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/131230latina/index.html#/7/
in mano alla vendetta di Cusani
http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/131230latina/index.html#/3/
qualità della vita Latina fanalino di coda http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/131230latina/index.html#/7/
in mano alla vendetta di Cusani
http://ww7.virtualnewspaper.it/quotidiano/books/131230latina/index.html#/3/
l'hamburger fa male alla salute lo dice Mc Donald's ai suoi dipendenti
Meglio non mangiare cibo da fast food". A pronunciare queste parole, strano ma vero, è stato addirittura McDonald's. Sembra che la celebre catena statunitense avesse consigliato ai propri dipendenti di non mangiare quello che viene spesso definito come cibo spazzatura poiché farebbe male alla salute.
La notizia è stata pubblicata su McResource line, un sito web al quale possono collegarsi soltanto gli impiegati di McDonald's. "Il fastfood è veloce poco costoso e un'alternativa veloce alla cucina casalinga ma l'eccesso di calorie, i grassi saturi, lo zucchero e il sale contenuti in questi prodotti possono portare all'obesità", questo avrebbero fatto sapere i piani alti di McDonald's che hanno poi chiuso momentaneamente il sito. Tuttavia la notizia è comunque trapelata, sebbene la frittata sia stata già fatta. http://www.leidonnaweb.it/benessere/salute/item/1478-l-hamburger-fa-male-alla-salute-a-dirlo-e-mcdonald-s-ai-suoi-dipendenti.html
Il crescente uso di biocombustibili (biomasse e biogas) preoccupa la UE
Scienziato Preoccupato |
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Posted: 29 Dec 2013 05:39 AM PST
Anche il settore domestico europeo ha visto la crescita dei consumi di biomasse, prevalentemente legnose e, in entrambi i casi, la crescita è spiegata dagli incentivi pubblici alle fonti di energia rinnovabile ma anche dagli aumenti dei costi dei combustibili fossili e dalla recessione economica che spinge all'uso di combustibili più economici. Nel rapporto 2013 sugli indicatori ambientali, edito dalla Agenzia Europea per l'Ambiente, questa crescita suscita qualche preoccupazione. "Un aumento dell'uso di biomasse forestali è fonte di preoccupazione in quanto potrebbero essere necessari decenni per far si che la ricrescita del bosco tagliato possa controbilanciare l'iniziali rilascio di carbonio dal legname bruciato e dal terreno disboscato. La combustione di tutte le biomasse provoca l'emissione di gas clima alteranti e di inquinanti atmosferici. Questo significa che in assenza di adeguati accorgimenti, alcuni usi energetici delle biomasse potrebbero offrire pochi vantaggi, rispetto ai combustibili fossili (EEA, 2013)". Tra gli adeguati accorgimenti, normalmente assenti nei progetti di centrali a biomasse presentati in Italia, il teleriscaldamento, i cui alti costi di installazione sono sempre demandati ai Comuni ospitanti. Senza teleriscaldamento, all'inquinamento degli impianti di riscaldamento domestici presenti nel Comune ospitante si aggiunge quello della centrale a biomasse e del traffico pesante indotto dalla centrale, per il conferimento delle biomasse e il ritiro delle ceneri. Per l'Agenzia Europea per l'Ambiente, l'aumento del 56% della legna utilizzata per il riscaldamento domestico tra il 1990 e il 2011, anche se più contenuto degli usi termoelettrici, è ancora più preoccupante. "La mancanza di filtri negli impianti di riscaldamento domestici significa che, in questo momento nei paesi dell'Unione Europea, le abitazioni sono la principale fonte di emissione di polveri fini e i loro abitanti sono i soggetti più direttamente esposti a queste emissioni. L'aumento del ricorso a legname per il riscaldamento domestico crea ulteriori preoccupazioni sulla possibilità che le pratiche forestali utilizzate siano poco sostenibili (ndr: con tagli annuali superiori alla capacità rigenerativa del bosco)" Nel prossimo post, vedremo quali dovrebbero essere le scelte razionali per gli usi energetici delle biomasse legnose che la politica nazionale dovrebbe promuovere. Sullo stesso argomento: - La qualità dell'aria: bene comune disponibile alle leggi del mercato? - Polveri sottili e caminetti in Baviera e Lombardia. - La legna peggiora la qualità dell'aria: IPA - La legna peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili - Centrali a biomasse: tutte illegali |
La legna (biomasse e biogas) peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili
Scienziato Preoccupato |
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Posted: 20 Dec 2013 07:18 AM PST
Nel suo ultimo rapporto l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) conferma che le polveri sottili (PM10- PM2,5) sono pericolose per la salute umana a tutte le concentrazioni. In particolare, studi effettuati in Europa (Italia compresa), hanno verificato che il rischio di morire per cause acute (ictus, infarto) sussiste anche quando la popolazione è esposta a concentrazioni di PM2,5 inferiori a 10 microgrammi/metro cubo (ug/m3). Questo significa che, anche raggiungendo il limite di 10 ug/m3 previsto nel 2020, ci sarà qualcuno che morirà a causa dell'inquinamento dell'aria, anche se più basso dei valori medi che oggi si registrano nelle città italiane (Torino 35, Milano 33, La Spezia 16, Roma 20,5 ug/m3). E la figura d'apertura mostra, con evidenza, come la Pianura Padana ( in viola) sia una delle aree europee a maggior inquinamento da polveri sottili. Un fatto molto grave, con pesanti costi sanitari che oggi si possono quantificare con precisione; ma tutto questo sembra non interessare nessuno dei nostri amministratori pubblici. In base alle stime ISPRA, nel 2010 il macro settore che ha maggiormente contribuito alla produzione di PM10 nel nostro Paese è quello delle combustioni non industriali, il riscaldamento domestico, lo stesso macrosettore segnalato per l'elevato inquinamento da IPA. Anche in questo caso il contributo delle combustioni non industriali all'inquinamento della nostra aria è aumentato nel tempo: nel 1990 le combustioni non industriali hanno prodotto 28.600 tonnellate di PM10, nel 2010 le tonnellate sono state 90.800 tonnellate. In questo stesso anno, la seconda fonte di inquinamento è stato il trasporto stradale, ma con "solo" 34.000 tonnellate. E' interessante notare che nel 1990 la principale fonte di PM10 erano i trasporti stradali (54.700 tonnellate) seguita dallecombustioni industriali per la produzione di energia (44.800 tonnellate) e dalle combustioni industriali (35.600 tonnellate). Per quale motivo le combustioni non industriali sono diventate la principale fonte di emissione di PM10? Ancora una volta una possibile risposta la possiamo trovare in quello che è successo in Danimarca.
Si evidenzia come in Danimarca, la quantità prodotta di PM2,5 sia nettamente aumentata, passando da circa 5.000 tonnellate nel 1990 a circa 18.000 tonnellate nel 2010. Nello stesso intervallo di tempo si segnalano aumenti delle emissioni di PM2,5 anche in Svezia e Finlandia, anche se con incrementi inferiori a quelli registrati in Danimarca. E' fuori di dubbio che l'aumento delle emissioni di PM2,5 danesi sia dovuto all'aumento dell'utilizzo della legna per il riscaldamento domestico. Attualmente, circa il circa il 20% dei consumi danesi per il riscaldamento domestico è coperto dalla legna. Ancora una volta, i confronti tra i fattori di emissione ci permetteranno di verificare come la legna non sia cosi "pulita" come si dice, anche per quanto riguarda le emissioni di polveri sottili. I migliori impianti per il riscaldamento domestico alimentati a legna (stufe e caldaie a pellet), per ogni Giga Joule (GJ) di energia prodotta emettono 29 grammi di PM10. Lo stesso fattore di emissione viene stimato per le PM2,5. I fattori di emissione di PM10 e PM2,5 di una caldaia alimentata a metano sono pari a 2,2 grammi/GJ. E una calderina mono famigliare (potenza termica < 50 kWt) alimentata a metano ha fattori di emissione delle polveri sottili ancora più bassi: 0,2 grammi/GJ per ciascuna categoria di polveri. Ancora una volta i dati confermano che è vero che il metano ci da una mano per avere aria più pulita. Nel prossimo post vedremo quanto incide il riscaldamento a legna nelle concentrazioni invernali di PM10 registrate ad Augusta, in Baviera, e in Italia. Sullo stesso argomento il post "Centrali a biomasse: tutte illegali" |
La legna (centrali biomasse e biogas) peggiora la qualità dell'aria: policiclici aromatici
Scienziato Preoccupato |
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Posted: 19 Dec 2013 06:07 AM PST
In quantità assoluta si è passati da 98,8 tonnellate del 1990 a 152,6 tonnellate del 2010. E' una notizia preoccupante per tre motivi:
In sintesi, causa di questo specifico inquinamento sono le combustioni che avvengono in ambito domestico ad opera delle famiglie italiane che nel 1990 immettevano in atmosfera 18,8 tonnellate di IPA e nel 78,4 tonnellate nel 2010. Per capire meglio cosa stia succedendo nel nostro Paese bisogna andare in Danimarca, dove si registra lo stesso fenomeno.
In blu è mostrato l'andamento delle emissioni della fonte principale di IPA: gli impianti domestici che, nel 2011, hanno prodotto 12.290 chili di IPA Su valori nettamente più bassi (in parantesi i valori del 2011) si assestano i contributi degli altri macrosettori: inceneritori di rifiuti (516 kg), impianti termici commerciali e pubblici (135 kg), industrie manifatturiere e costruzioni (135 kg) , agricoltura-foreste-pesca e militare (496 kg), trasporti (307 kg) , produzione di energia per usi industriali (68 kg). Come in Italia, anche in Danimarca la principale fonte di IPA sono gli impianti di riscaldamento domestico che, nel 1990, hanno immesso in atmosfera circa 5,6 tonnellate di IPA, mentre nel 2011 le tonnellate di IPA sono state 12,3 con un picco di 16,2 tonnellate nel 2007. Gli studi danesi sono più precisi di quelli della nostra ISPRA e individuano nell' uso della legna, come fonte di energia per il riscaldamento domestico, la principale causa del peggioramento della qualità dell'aria registrata in Danimarca a causa dell'aumento della emissione di IPA.
Ebbene, in Danimarca, maggiore consumo di legna e maggiore emissione di IPA sono fortemente correlati, come molto probabilmente è avvenuto in Italia. E la spiegazione è banale: a parità di energia prodotta la combustione della legna produce molti più IPA di altri combustibili, in particolare il metano o gas naturale.
La Figura 4 mostra i fattori di emissione dei principali IPA cancerogeni attribuiti diversi impianti alimentati a legna. I valori sono espressi come milligrammi di IPA per Giga Joule ( GJ) di energia prodotta. Si nota come i fattori di emissione più bassi si abbiano con le stufe a pellet a cui sono attribuiti circa 50 milligrammi di benzo(a)pirene (il cancerogeno più potente) per GJ di energia prodotta. L'inventario 2013 dei fattori di emissione di impianti termici europei ci informa che un caminetto alimentato a gas naturale emette 0,56 microgrammi di benzo(a)pirene, ogni GJ di energia prodotta. Come abbiamo visto, una stufa a pellet, fatte le dovute conversioni da milligrammi a microgrammi, per produrre la stessa quantità di energia, emette 50.000 microgrammi di benzo(a)pirene, un inquinamento circa 90.000 volte maggiore. Questa differenza non deve stupire, il metano ha un potere calorifico nettamente maggiore del legno, anche quello più stagionato, ed essendo un gas, reagisce con l'ossigeno dell'aria in modo molto efficiente, senza l'inevitabile formazione di grandi quantita di sotto prodotti, caratteristica di tutti i combustibili solidi, legna compresa. Questi e altri dati, che vedremo meglio nei prossimi post, sfatano il mito delle biomasse come combustibili puliti. Per il momento si conferma la nostra ipotesi che nelle comunità montane non ancora servite dal metano, il miglior sistema di riscaldamento in grado di minimizzare le emissioni inquinanti siano impianti alimentati a pellet di legno. Nel resto del Paese, servito da metano, se si ricorre alla legna e agli stessi pellet per riscaldarsi occorre mettere in conto il pesante peggioramento della qualità dell'aria dovuto a questa scelta e il corrispondente aumento di rischi per la salute. In Italia , come in Danimarca si passa al legno perchè costa di meno. Un governo attento agli interessi della comunità dovrebbe valutare se non sia il caso di togliere dal metano il peso di tasse e accise varie, in modo da ridurre l'attuale vantaggio economico del legname, a tutela della salute pubblica. |
Studio su salute e sicurezza provincia di Latina fanalino di coda
LATINA - La provincia pontina in coda alla classifica per la qualità della vita, in particolare per quanto riguarda la sicurezza percepita dai cittadini e la salute. Emerge dalla classifica annuale redatta in base agli studi dell’Università La Sapienza di Roma per ItaliaOggi.
Per quanto riguarda la qualità dei servizi sanitari la classifica è guidata da Pisa per la sua buona dotazione di personale medico e infermieristico, oltre che per un'ottima disponibilità di posti letto in reparti specialistici, Latina è agli ultimi posti. Non va meglio per quanto riguarda la criminalità, e quindi la sensazione di sicurezza.
Per quanto riguarda la qualità dei servizi sanitari la classifica è guidata da Pisa per la sua buona dotazione di personale medico e infermieristico, oltre che per un'ottima disponibilità di posti letto in reparti specialistici, Latina è agli ultimi posti. Non va meglio per quanto riguarda la criminalità, e quindi la sensazione di sicurezza.
Domenica 29 Dicembre 2013 - 19:52
© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilmessaggero.it/LATINA/latina_sicurezza_salute_classifica_coda_sanit_amp_agrave_maglia_nera/notizie/414750.shtml
Salute: prima è Pisa, recuperano Milano e Roma
Analisi su province Italia: ultime Latina, Oristano e M.Campidano
29 dicembre, 12:07 http://www.ansa.it/web/notizie/specializzati/saluteebenessere/salute_bambini/2013/12/29/Salute-prima-Pisa-recuperano-Milano-Roma-_9832934.htmlClassifica province in base alla qualità della vita„SICUREZZA - Ad aprire la lista è la provincia di Pordenone, seguono Treviso e Matera. Ulteriori conferme anche i piazzamenti di Udine e Belluno, al quarto e quinto posto, e di Oristano, che era al secondo posto nella passata edizione. L'indagine 2013 conferma, come nelle passate edizioni, la permanenza nelle posizioni di coda dei grandi centri urbani. Agli ultimi posti ci sono infatti, nell'ordine, le province di: Latina, Napoli, Foggia, Roma, Pisa, Firenze, Pescara, Ravenna, Bologna, Imperia, Prato, Rimini e Milano. http://www.today.it/cronaca/classifica-qualita-vita-province.html“
Qualità della vita, Latina ancora bocciata
29/12/2013, di Redazione (online).
Contro tutte le previsioni, nel 2013 la qualità della vita è migliorata in molte aree del Paese rispetto a un anno prima, soprattutto nelle aree del centro-nord assegnando la palma di migliore a Trento e la maglia nera a Crotone: a certificarlo è la 15° edizione de “L’indagine sulla qualità della vita nelle province italiane” – presentata da Italia Oggi Sette e curata dal dipartimento di Scienze sociali e Economiche dell’Università La Sapienza di Roma – secondo la quale nell’anno che sta per chiudersi 59 province su 110 hanno fatto registrare standard di vita buona o accettabile, ribaltando così le 42 su 103 (questo il numero complessivo degli enti nel 2012) della scorsa edizione. Ma soprattutto, evidenziano gli autori dello studio, con quello di quest’anno si archivia il risultato migliore degli 5 anni e uno dei più soddisfacenti dalla prima edizione dell’ indagine (giunta quest’anno al suo 15° compleanno).
LATINA IN CODA. Latina si piazza in coda alla classifica, in particolare per la sanità e la sicurezza. Per quanto riguarda la criminalità agli ultimi posti ci sono infatti, nell’ordine, le province di: Latina, Napoli, Foggia, Roma, Pisa, Firenze, Pescara, Ravenna, Bologna, Imperia, Prato, Rimini e Milano.
MIGLIORAMENTI AL NORD. Rispetto al passato nel 2013 si è assistito a un netto miglioramento della qualità della vita del Nord-Ovest e dell’Italia Centrale. Ma in sostanza i territori che escono meglio dallo studio (“buona”, per un totale di 29) sono quelle del Nord-Est, con gran parte delle Marche, di una fetta minore della Toscana e del Piemonte. Risulta invece “accettabile” (30 in tutto) nella maggior parte del Piemonte, dell’Emilia Romagna, della Toscana, Umbria e Marche. Tra le 51 che nell’insieme incassano una valutazione “scarsa” (23) e “insufficiente” (28) figurano 3 province del del Nord-Ovest, 1 del Nord-Est, 7 dell’Italia Centrale e ben 40 su 41 dell’Italia meridionale e insulare. Tra l’altro, si sottolinea, nel gruppo delle province con una insufficiente qualità della vita figurano soltanto territori del Mezzogiorno, dove secondo gli autori «non accenna a migliorare».
TRENTO IN TESTA. Come accennato, Trento è la provincia che ha registrato i livelli più alti di qualità della vita, confermando quanto fatto negli ultimi 4 anni. Non solo: questa provincia è dal 1999 stabilmente nel gruppo di eccellenza senza mai perdere posizioni, andando a occupare il gradino più alto nel 2002 e il secondo nel 2000, 2003, 2006, 2007, 2008 e 2010. E quest’anno è riuscita a svettare in 6 dimensioni su 9: affari e lavoro, ambiente, criminalità, popolazione, servizi finanziari e scolastici e tempo libero.
L’ultimo posto di Crotone è invece paradigmatico delle province del Sud, con esiti negativi su affari e lavoro, ambiente, servizi finanziari e scolastici, tempo libero e tenore di vita.
domenica 29 dicembre 2013
inferno atomico ultima puntata di servizio pubblico sulla terra dei fuochi con Carmine Schiavone
per rivedere intera puntata di servizio pubblico sulla terra dei fuochi e Carmine Schiavonehttp://www.serviziopubblico.it/servizio_pubblico_piu/2013/12/29/news/inferno_atomico.html
Rifiuti da Latina, sindaci ciociari sul piede di guerra
29/12/2013, di Redazione (online).
Sindaci del Cassinate di nuovo sul piede di guerra per l’arrivo dei rifiuti della provincia di Latina nell’impianto Saf di Colfelice, in Ciociaria. L’invio dei camion con i rifiuti della zona di Terracina (si parla di ottocento tonnellate al giorno) è scattato in seguito alla momentanea chiusura dell’impianto Rida di Aprilia.
Domani i sindaci chiederanno spiegazioni alla Regione, mentre non si esclude la possibilità di nuovi ricorsi dopo la ‘battaglià legale messa in atto in seguito all’arrivo, fino all’inizio dello scorso agosto, di 420 tonnellate al giorno di spazzatura dalla capitale, che provocarono anche il blocchi dei tir davanti all’impianto della Saf. Sindaci e residenti si mostrano adesso di nuovo preoccupati per i possibili risvolti negativi per il territorio e si dicono pronti ad attuare altre iniziative di protesta.
«Se questa situazione andrà avanti oltre il 31 dicembre – dice il sindaco di Colfelice, Bernardo Donfrancesco -, allora passeremo a nuove proteste. Domani torneremo a chiedere lumi alla regione Lazio e se continueranno a portare i rifiuti a Colfelice dopo le feste ci faremo sentire». http://www.latina24ore.it/latina/79468/rifiuti-da-latina-sindaci-ciociari-sul-piede-di-guerra
emergenza rifiuti programmata e prevista in provincia di Latina tra Rida Ambiente, CSA, SAF, MAD ARIA
Il
20 dicembre Rida Ambiente comunica ai comuni, alla regione Lazio,
all'ArpaLazio, alla Saf, al Ministero dell'ambiente, al commissario
Sottile, alla Prefettura di Latina, alla Procura di Latina, al
Comando Noe la temporanea sospensione dei conferimenti dei rifiuti
solidi urbani nel suo impianto per raggiunti limiti quantitativi
autorizzati dal 26 al 31 dicembre. Il conferimento potrà riprendere
dal primo gennaio. Il tutto come previsto dall'AIA del 9.2.2009,
dalla nota della regione Lazio del 26 luglio 2013 e da quella del 5
agosto 2013. Secondo la Regione Lazio con il superamento del
quantitativo alla Rida Ambiente (o meglio agli impianti esistenti
nell'Ato 4 cui si dovrebbe aggiungere quello di Castelforte) i comuni
dell'ATO 4 potranno conferire i rifiuti indifferenziati nell'impianto
di trattamento meccanico biologico (tmb) della società SAF nel
comune di Colfelice (FR). Comunque i comuni dell'Ato 4 potranno
conferire i rifiuti a bassa putrescibilità nell'impianto della CSA
di Castelforte. Il conferimento alla SAF di Colfelice può avvenire
per il tempo strettamente necessario di insufficienza impiantistica
(quindi fino al 31 dicembre 2013). Il tutto come da piano regionale
dei rifiuti di cui al D.G.R. n. 14 del 18 gennaio 2012. La sentenza
del Tar del Lazio n. 10471 del 4 dicembre 2013 ha accolto il ricorso
del comune di Colfelice per
l'annullamento del d.m.
del 03.01.13 e del successivo provvedimento del commissario per il
superamento della situazione di grave criticità nella gestione dei
rifiuti urbani nel territorio della provincia di Roma relativi allo
smaltimento di rifiuti della città di Roma nella Ciociaria. Nelle
stesso ricorso con le ordinanze 22.3.2013 n. 1342 e 24.5.2013 n. 2096
il Tribunale ha disposto accertamenti tecnici in ordine alle
effettive capacità di gestione da parte dell’impianto t.m.b. di
Colfelice dei rifiuti provenienti da fuori provincia e ad esso
assegnati con il provvedimento commissariale. (vedere
http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Roma/Sezione%202B/2013/201301752/Provvedimenti/201310471_01.XML).
In seguito alla nota di Rida ambiente del 20/12 (riportata sugli
organi di informazione) la regione Lazio il 23/12 chiedeva alle
società SAF, MAD (discarica di Roccasecca – FR) e ARIA
(inceneritore di San Vittore) la disponibilità per il conferimento
dei rifiuti dei comuni dell'ATO 4, vista l'indisponibilità della
Rida. La SAF rispondeva la vigilia di Natale il 24/12 alla Regione
Lazio favorevolmente (pur precisando di avere già superato la media
giornaliera). Infine la regione Lazio sempre il 24 dicembre inviava
la nota con prot. 191297 ai comuni, alle società interessate, agli
enti di controllo la disponibilità al conferimento dei rifiuti
dell'ATO 4 nell'impianto SAF.
Rifiuti, “Terra dei fumi” in tre Regioni per salvare il sud dall’emergenza
Il disegno di legge collegato alla manovra individua una rete integrata di inceneritori per trattare l'immondizia di tutta Italia. Ma solo Lombardia, Emilia Romagna e Toscana hanno 30 dei 52 impianti presenti nel Paese. Tra le città candidate anche Parma. Milano si oppone, Bologna tace. E infuria la polemica contro la Regione: "Non ci sarà sicurezza su ciò che arriva"
di Silvia Bia | 29 dicembre 2013 Comitati cittadini e associazioni ambientaliste la chiamano già la “Terra dei fumi”. Con i suoi 8 inceneritori l’Emilia Romagna rischia di trasformarsi nell’immondezzaio d’Italia, luogo di raccolta anche per le regioni che non sanno dove smaltire i propri rifiuti. Almeno così prevede un disegno di legge collegato alla legge di stabilità che individua una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”. In parole povere i rifiuti di tutta Italia saranno trattati utilizzando solo gli impianti già esistenti e sarà bloccata la costruzione di nuovi.
I sindaci dell’Emilia Romagna però non ci stanno, perché il rischio è che a fare da parafulmine alle carenze di alcuni territori, debbano essere le regioni che da anni hanno adottato una politica di smaltimento rifiuti basata sulla raccolta differenziata e sugli impianti di incenerimento. Secondo i dati di Federambiente in Italia ci sono 52 impianti e di questi, una trentina (pari quasi al 60 per cento) sono concentrati in tre regioni: Lombardia (13), Emilia Romagna e Toscana (8 ciascuna). Una concentrazione di impianti che stride con la carenza del sud Italia: in Campania,Calabria e Puglia ne esistono al massimo uno o due.
Tra le città candidate a ricevere rifiuti da tutta Italia c’è Parma, la Food Valley dove da fine agosto è stato acceso l’ultimo inceneritore in Regione, nonostante i tentativi del sindaco Cinque stelleFederico Pizzarotti di fermarlo. I cittadini lo avevano scelto alla guida del Comune anche con la speranza che potesse bloccare il forno gestito dalla multiutility Iren, ma dopo un anno di braccio di ferro, anche Pizzarotti ha dovuto alzare bandiera bianca. L’unico obiettivo rimaneva quello di “affamare l’inceneritore” con l’aumento della differenziata per spegnerlo in futuro, ma con le nuove disposizioni da Roma, ora quella speranza si è trasformata in un miraggio. “E’ evidente che il nostro inceneritore non potrà essere affamato, perché saranno Regione e Governo, attraverso la legge, a stabilire quali rifiuti dovranno essere bruciati nel forno” protesta l’assemblea permanente No inceneritori, che a novembre aveva occupato l’impianto di Ugozzolo, imbrattando i muri con scritte contro il camino e contro il sindaco Pizzarotti.
La battaglia dell’amministrazione si è spostata contro la proposta della rete integrata di inceneritori per l’Italia. Pizzarotti ha alzato la testa insieme agli altri sindaci dell’Emilia Romagna per evitare che qui arrivino i rifiuti dalle regioni che non sanno come sbarazzarsi della propria immondizia. Insieme agli altri primi cittadini ha scritto al ministro Andrea Orlando e al ministro Flavio Zanonato, al presidente della Regione Vasco Errani e all’assessore Gian Carlo Muzzarelli per chiedere di non penalizzare i territori virtuosi in tema rifiuti come l’Emilia Romagna. Dal 2009 al 2012 nella regione i rifiuti avviati a smaltimento si sono già ridotti del 15 per cento. Gli impianti emiliano-romagnoli hanno una capacità di 1.100.000 tonnellate l’anno, ma nel 2020 il piano prevede che i rifiuti urbani da smaltire saranno solo 650mila tonnellate, a fronte di una riduzione del 25 per cento di produzione di rifiuti e il raggiungimento del 70 per cento di raccolta differenziata.
I sindaci hanno definito “improponibile una programmazione che preveda flussi di rifiuti a livello sovraregionale” perché gli impianti sono stati realizzati in ambito provinciale finanziandoli con le tariffe e con le società di servizi che sono a partecipazione degli enti locali. Il piano nazionaleequivarrebbe a mandare in fumo anni di sforzi e sacrifici per i cittadini che hanno pagato le bollette e imparato la raccolta differenziata con la speranza di potere un giorno spegnere gli inceneritori. “I rifiuti da fuori regione romperebbero quel delicato equilibrio tra responsabilità e premialità che sostiene i risultati e i comportamenti dei cittadini” spiegano i sindaci, che tra le altre cose propongono il finanziamento nazionale di impianti di recupero e trattamento dei rifiuti, incentivi economici ai territori che ne producono meno e attuano la differenziata e penalizzazione fiscale per lo smaltimento.
Anche la Regione Lombardia, che recentemente ha votato la progressiva disattivazione dei suoi 13 impianti di termovalorizzazione, si è opposta alla proposta di Roma. L’Emilia Romagna invece tace, in attesa che venga discusso a gennaio 2014 il piano regionale che finora ha creato polemiche e divisioni. Di parole da spendere però ne ha molte l’ex assessore all’Ambiente Sabrina Freda, esautorata da Errani per le sue idee anti-inceneritore, che chiede alla Regione di prendere una posizione come ha fatto la Lombardia. Secondo la segretaria regionale dell’Idv che puntava alla dismissione progressiva degli impianti, con il piano nazionale il danno sarà dei cittadini, che “con la raccolta differenziata libereranno spazio negli inceneritori per rifiuti che arrivano da altre parti d’Italia e che con le loro bollette hanno foraggiato gli inceneritori e continueranno a farlo, anche se bruciano rifiuti altrui, respirando le loro emissioni”. Inoltre c’è il rischio di perdere il controllo sui rifiuti: “Negli impianti potrebbero bruciare anche le ecoballe campane, non ci sarà più sicurezza su quello che arriva”. A incassare – come ricorda Andrea Defranceschi (M5S) - saranno inveceHera, Iren e la Regione: riceveranno soldi grazie allo smaltimento. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/29/rifiuti-terra-dei-fumi-in-tre-regioni-per-salvare-il-sud-dallemergenza/827154/
terremoto Lazio Campania Molise oggi nuova scossa
Terremoto, forte scossa avvertita al Centro Sud: magnitudo 4.9 tra Benevento e Caserta
centrali a biomasse ancora mafia, c'è un nuovo pentito che canta tremano i boss
C’è il nuovo pentito che canta, tremano i boss
Da qualche giorno il pm antimafia Pierpaolo Bruni e i carabinieri del Reparto provinciale riempiono verbali con i racconti d’un collaboratore.L’ex malavitoso sta parlando di “lupare bianche”, estorsioni e di accordi sul business delle biomasse
Fonte:http://www.gazzettadelsud.it/news//74196/C-e-il-nuovo--.html
(28.12.2013)
C’è un nome nuovo che sbuca all’improvviso dal silenzio di questi giorni frantumando la cortina del segreto istruttorio. È il nome dell’ultimo pentito che tenta di riscrivere la storia della mafia di Cosenza e provincia. Un nome che non si trascina dietro effetti speciali ma che potrebbe conoscere molti fatti recenti e passati della ’ndrangheta. Trame insanguinate e velenose che coinvolgono boss e picciotti dell’“onorata società” cosentina. Vicende vischiose e aggrovigliate con grandi appalti e grandi affari che i padrini di questa terra avrebbero trattato con i capi delle famiglie crotonesi, vibonesi e reggine. Un impasto nero che il nuovo collaboratore sta provando a modellare con i suoi racconti che descrivono intese mai esplorate. Da una settimana parla e riempie verbali davanti al pm antimafia Pierpaolo Bruni. Parla e svela scenari che i carabinieri del Reparto provinciale, guidati dal colonnello Vincenzo Franzese, cominciano a verificare. Dai suoi ricordi spuntano nomi di capi blasonati e nomi di figuranti meno noti, tutti, ugualmente, protagonisti della stagione dei misteri. Canta il nuovo collaboratore e inguaia i clan di Cosenza già colpiti al cuore dalle catture dei grandi latitanti e dai blitz che hanno svuotato i covi e riempito le prigioni. http://sgonfiailbiogas.blogspot.it/2013/12/pentito-e-biomasse-in-calabria.html
Pontinia centrale a biomasse cancerogena la provincia di Latina si costituisce contro il comune, il territorio e la salute pubblica
http://www.giustizia-amministrativa.it/WEBY2K/DettaglioRicorso.asp?val=201300703
| N.Protocollo | Deposito | Tipo Parte | Parte | Atto Depositato | N.Allegati |
| 2013006617 | 16/12/2013 | RESISTENTE | PROVINCIA DI LATINA | MEMORIA > DI COSTITUZIONE | 13 |
| Num. Reg. Gen.: 703/2013 | Data Dep.: 15/11/2013 | Sezione: 1 |
| Oggetto del ricorso: ANN.TO DEL PROVVEDIMENTO PROT. N. DICA 0014495 P-4.8.2.8 DEL 10 LUGLIO 2013 DI CONDIVISIONE DELLE MOTIVAZIONI ESPRESSE DA REGIONE LAZIO, ASL DI LATINA E PROVINCIA DI LATINA SU ISTANZA DI AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE PER REALIZZAZIONE CENTRALE A BIOMASSE, DELLA POTENZA DI 20 MWE, NEL COMUNE DI PONTINIA | ||
anche Paolo Berlusconi nel giro dei rifiuti nucleari, lo accusa Carmine Schiavone tra carte e segreti
“ANCHE PAOLO BERLUSCONI
NEL GIRO DEI RIFIUTI NUCLEARI”
CARMINE SCHIAVONE, IL BOSS PENTITO CHE DENUNCIÒ LO SMALTIMENTO
DI MATERIALE TOSSICO IN CAMPANIA GIÀ NEL 1993, ACCUSA IL COSTRUTTORE
CARTE E SEGRETI
L’agente Mancini
della Criminalpol:
“Il processo subì
pressioni enormi,
la massoneria
si mise di mezzo”
STASERA SU LA7
Le mamme piangono
i bimbi morti di tumore
e i contadini continuano
a vendere i prodotti
della terra: lo speciale
di Sandro Ruotolo Il fatto quotidiano 29 dicembre 2013
di Chiara Paolin
Lo dice senza problemi
che in vita sua ha
ammazzato almeno
cinquanta cristiani,
e per altri quattrocento ha dato
l’ordine di farli fuori. Lo giura
con un sorriso che è scampato
alla morte tante volte, per miracolo:
“Pure con la stricnina in
carcere ci hanno provato, e
un’altra volta con un lanciamissili”.
Carmine Schiavone ha
retto a tutto dopo l’affiliazione
alla mafia, con pungitura a Milano
nel 1974 per mano di Luciano
Liggio. Non un camorrista,
dunque, ma un mafioso che
gestiva il comparto costruzioni
e opere pubbliche a Caserta e
dintorni: dieci miliardi di lire al
mese da spartire e investire.
Nei primi anni 90 il guaio. Gli
propongono di mettere monnezza
sotto una strada, e lui ci
sta. Ma quando s’accorge che
tra i sacchi di spazzatura ci sono
fusti tossici, rompe l’accor -
do. Il clan tenta di convincerlo.
Sandokan, suo cugino, lo minaccia.
Lui insiste, gli fanno
una soffiata e arriva l’arresto, il
carcere, le rivelazioni sulla
montagna di schifezze sotterrate
nelle campagne. Indagini e
processi che mandano in galera
1500 affiliati.
Questa è la storia di Carmine
Schiavone per come la racconta
lui in prima persona a Servizio
Più Pubblico, lo speciale in onda
stasera su La7 (ore 20:35) per
raccontare cos’è l’“Inferno atomico”,
un territorio devastato
da 10 mila tonnellate di rifiuti
tra cui, dice Schiavone, ci stanno
pure materiali radioattivi.
“QUA SOTTO CI SONO le scorie
nucleari, arrivate qua dalla
Germania in cassettine grandi
così – dice Schiavone calpestando
un campo vicino a Casal
di Principe –. Le portava una
società di Milano collegata all’ex
P2, a Licio Gelli: era di uno
che faceva il costruttore, e che
s’è dimesso appena io ho verbalizzato
il suo nome”. Cioè
quando, a partire dal 1993,
Schiavone spiega ai magistrati
l’affare della monnezza e spara
un nome grosso, già all’epoca:
“Dove sono finiti i verbali dove
parlo di Paolo Berlusconi?”,
chiede Schiavone quando alcune
mamme della zona, persi i
loro bimbi per tumori legati all’inquinamento,
pretendono
dal boss un’assunzione di responsabilità.
Nessuna prova contro Paolo
Berlusconi è mai stata esibita, e
molte dichiarazioni di Carmine
Schiavone restano coperte dal
segreto di Stato. Quanto emerso
nelle ultime settimane sul lavoro
svolto dalla Commissione
parlamentare nel 1997, il famoso
“qua moriranno tutti tra
vent’anni”, è solo un frammento
della verità più profonda e
inesplorata. Un mistero che ha
rovinato la vita a Roberto Man-
cini, l’agente della Criminalpol
che per quelle indagini del 1993
sorvolò in elicottero le terre del
veleno. Al suo fianco Schiavone,
che gli indicava i campi dove
il suo clan aveva sotterrato i rifiuti
pericolosi. L’agente Mancini
ha passato giorni interi
camminando su quella terra, a
prendere misure e segnare punti
di scavo, a seguire i carotaggi e
prendere appunti. L’agente
Mancini non è più in servizio:
da dieci anni combatte un linfoma,
un cancro tipico nella
Terra dei fuochi, una malattia
che è una beffa per chi credeva
nella legalità e ha visto sprecare
un lavoro rischioso, durissimo.
“Non sono stato tutelato dallo
Stato – dice Mancini nello studio
di Servizio Pubblico a Sandro
Ruotolo –. Finora ho combattuto
il tumore, d’ora in poi mi
dedicherò alle istituzioni.
Quando consegnai il mio rapporto
sulle ispezioni giù in
Campania, i giudici Narducci e
Policastro erano entusiasti. Pochi
giorni dopo cambiarono
idea, e dell’inchiesta non rimase
nulla: troppo difficile da gestire,
troppe pressioni. C’è stato anche
l’intervento della massoneria,
è provato”.
In Campania tutti aspettano
una risposta. I malati, i parenti
dei morti, quelli che pretendono
dal presidente della Repubblica
il riconoscimento ufficiale
dello status di vittime dello Stato:
“Gli abbiamo spedito 150
mila cartoline, non ha dato cenno
– spiegano dal comitato –.
Del resto, all’epoca dei fatti, era
lui il ministro degli Interni.
Quindi ora speriamo che ci dia
ascolto Papa Francesco”.
NELLE CAMPAGNE, i contadini
raccolgono peperoni e friarielli
a pochi metri dalle aree sospette:
“Dobbiamo svendere, nessuno
compra più”. Ma perché
non avete denunciato negli anni
chi veniva a sversare? “Con la
canna di fucile in bocca dovevamo
parlare, certo. Qua non ci
ha difesi mai nessuno, la politica
sapeva, ha mangiato e noi
siamo rovinati”.
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