giovedì 31 dicembre 2015

Il 2015 anno di eventi climatici estremi Da ondate calore a tornado, primi impatti cambiamenti clima

(di Stefania Passarella) (ANSA) - ROMA, 30 DIC - Dalla potenza di El Nino alla "febbre" del pianeta: il 2015 passerà alla storia per il primato di eventi climatici estremi. Cambiamenti che hanno contribuito a fenomeni altrettanto da record, dal meteo - con le ondate di calore e le inondazioni - ai disastri ambientali come il nuovo maxi episodio di sbiancamento dei coralli.

Il 2015 è stato l'anno più caldo degli ultimi 136 anni, primato che secondo il servizio britannico per la meteorologia gli sarà strappato dal 2016. La "febbre" del pianeta è frutto di molteplici fattori: delle emissioni di anidride carbonica, ma anche della forza del fenomeno climatico di El Nino. Anche questo, che consiste nel riscaldamento delle acque del Pacifico centro-orientale, è tra i più forti di sempre e ha il "potere" di accentuare siccità e inondazioni.

Tra gli eventi estremi di quest'anno si annoverano non a caso le ondate di calore che tra maggio e giugno in India e Pakistan hanno sciolto l'asfalto e provocato la morte di 3mila persone.

Negli Usa il 2015 è stato l'anno più devastante per gli incendi, mentre in California una simile siccità - che dura da quattro anni - non era registrata dai tempi di Cristoforo Colombo.

Siccità da record, con conseguenze ancora più disastrose, anche in Etiopia: dall'inizio del 2016 secondo le stime Onu saranno 8 milioni le persone che soffriranno la fame se non arriveranno aiuti. L'Indonesia devastata dal incendi è balzata per di più in cima ai maggiori inquinatori mondiali per via della CO2 prodotta dai roghi.

Dall'altro lato anche le inondazioni hanno fatto registrare primati infelici: l'India ha registrato le piogge più devastanti dell'ultimo secolo. Due forti cicloni - Chapala e Megh - hanno investito lo Yemen a novembre, causando inondazioni che non si vedevano da decenni. Le piogge torrenziali scatenate da El Nino hanno causato lo straripamento di vari grandi fiumi in Paraguay, Argentina, Brasile e Uruguay, con morti e 150mila sfollati.

Poche settimane fa Sydney è stata sferzata da un tornado con venti che hanno raggiunto 213 chilometri orari, una forza mai registrata nello Stato, e in questi giorni è il nord Europa ad essere investito dalla forte tempesta Frank.

Tra gli eventi estremi di quest'anno va citato anche un nuovo enorme e globale evento di "sbiancamento" dei coralli, per via delle acque più calde. Secondo gli scienziati del Noaa, l'Amministrazione oceanica e atmosferica statunitense, è il terzo dopo quelli registrati nel 1998 e nel 2010.(ANSA).
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topo gigio ministro dell'ambiente meglio di Galletti


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voglio ministro dell'ambiente,meglio di . +trasporto pubblico +rinnovabili+ ecologia

Smog, gli esperti accusano: misure sul riscaldamento inapplicabili

Dopo ogni allarme inquinamento scatta il giro di vite sulle temperature delle caldaie, ma come dimostra la clamorosa gaffe dell'allora sindaco Moratti nel 2011, si tratta di obblighi impossibili da controllare e dall'efficacia molto limitata

04-01-2016 - Interruzione Idrica nei Comuni di Latina, Pontinia, Sabaudia e Sezze

04 gennaio 2016 - Interruzione nei comuni di: Comuni di Latina, Pontinia, Sabaudia e Sezze


Data prevista inizio lavori:04/01/2016 - 09:00
Data prevista fine lavori:04/01/2016 - 15:00

Si informa che, lunedì 04 gennaio 2016, al fine di consentire importanti lavori di manutenzione straordinaria sulla condotta idrica in Via Migliara 46 proveniente dalla centrale Sardellane, si verificherà, salvo condizioni meteo avverse, un'interruzione del flusso idrico

dalle ore 09:00 del 04/01/2016
alle 15:00 del 04/01/2016
Le zone interessate sono:

Latina - Tutto il Comune (ad esclusione di Latina mare, B.go S. Maria, Loc. le Ferriere, B.go Sabotino,B.go Bainsizza, B.go Podgora e Latina scalo);
Pontinia - Tutto il Comune;
Sabaudia - Borgo San Donato;
Sezze - Via Migliara 46.

Acqualatina a fronte di questo disagio, metterà a disposizione della cittadinanza le seguenti autobotti:
  • In Piazza del Popolo e in Viale N. Paganini (Q4) - Centro Lestrella per Latina;
  • In Piazza Kennedy per Pontinia.
Sarà cura di Acqualatina fornire tempestive informazioni in caso di imprevisti.  http://www.acqualatina.it/home/-/asset_publisher/jRtGmTiJob0O/content/04-01-2016-interruzione-idrica-nei-comuni-di-latina-pontinia-sabaudia-e-sezze?_101_INSTANCE_jRtGmTiJob0O_redirect=%2F

Biomasse = strage di stato Anche con l'emergenza aria avvelenata la politica sostiene gli interessi speculativi contro la salute

(31.12.15) Il protocollo di intesa di Galletti con Regioni e ANCI sull'inquinamento atmosferico e le misure di emergenza conferma che le istituzioni espressione delle lobby (rifiuti, bioenergy, industria trasporti, imballaggi) non hanno alcuna intenzione di agire in modo efficace spostando risorse significative a favore dell'obiettivo prioritario del miglioramento della qualità dell'aria. 
http://sgonfiailbiogas.blogspot.it/2015/12/biomasse-strage-di-stato.html
Le istituzioni/comitati di affari non hanno alcuna intenzione di modificare un modello di produzione/consumo energetico e  di gestione dei rifiuti che premia le combustioni.  Continuano ad approfittare dell'emergenza sanitaria legata a livelli elevatissimi di inquinanti nell'aria (da due mesi) per mescolare politiche di qualità dell'aria (Direttiva 2008/50/CE) che impongono il risanamento dell'aria dagli inquinanti con riferimenti al Protocollo di Kyoto e la produzione di energie rinnovabili.

L'unanimità con la quale le istituzioni continuano a propalare l'equivalenza delle politiche per risanare l'aria avvelenata con quelle a favore delle energie rinnovabili (spesso pseudorinnovabili) si spiega solo con gli interessi dei gruppi politico-imprenditorial-finanziari nel business della "green energy".

E' però palese che mentre le misure per l'efficienza energetica degli edifici e per la mobilità sostenibile vedono coincidenza di obiettivi: meno gas serra e meno inquinanti, altrettanto non si può dire quando si sostituisce la produzione di energia elettrica e di energia termica per il riscaldamento ottenuta mediante la combustione di gas naturale fossile (il combustibile meno inquinante che c'è allo stato dell'arte) con le biomasse.

Il paradosso consiste nel fatto che gli assurdi incentivi alla produzione di energia elettrica da biomasse hanno disseminato la pianura padano-veneta, che nella sua interezza è area dove la qualità dell'aria è pessima o comunque insoddisfacente e da migliorare, di centrali a biomasse di ogni tipo. Il governo italiano solo il 30 novembre scorso - dopo la messa in mora da parte della Ue - ha consegnato i dati sulla qualità dell'aria del 2014 ed è saltato fuori che non aveva trasmesso neppure quelli del 2013. Le procedure di sanzione (si parla di miliardi di €) non sono scattate perché il governo faceva il furbo e non trasmetteva i dati (e perché alla Ue hanno aspettato anni a chiedere i dati).



La realtà è quella di una pianura padano-veneta e di area di Roma e Napoli con aria fuorilegge mentre in città come Milano, Brescia, Bergamo, Cremona, Torino la situazione è ancora peggiore.  Per anni ignorando la situazione delle concentrazioni di inquinanti (o dando per buone le balle dei proponenti le centrali che garantivano allacciamenti, utilizzo dell'energia termica, "spegnimento di camini inquinantissimi") regioni, provincie, comuni hanno autorizzato centrali inquinanti fin dentro i centri abitati, anche in aree con qualità dell'aria sopra i limiti di legge.

Negli ultimi mesi sia l'ENEA che il Ministero della salute hanno puntato il dito contro le biomasse civili. Il capro espiatorio diventano i caminetti e le vecchie stufe per depistare da fatti ben più rilevanti. Se è vero che le concentrazioni di inquinanti nei fumi dei caminetti e delle vecchie stufe sono elevatissimi, che la loro resa energetica è bassa è anche vero che:


  • la Regione Lombardia ha da anni vietato l'uso dei caminetti aperti in pianura (e dall'anno scorso anche in collina;
  • l'incentivo sciagurato alle biomasse - sempre e comunque indipendentemente dalla qualità dell'aria ha reso assurdamente   conveniente l'uso del pellet anche per grandi caldaie automatiche estendendo il   riscaldamento a legna dove già arrivava la metanizzazione e promuovendo la     sostituzione delle vecchie caldaie a gasolio con caldaie a pellet invece che a metano, quest'ultimo estremamente meno inquinante;
  • il diverso trattamento fiscale di metano e pellet ha riportato l'uso della       biomassa per usi civili di riscaldamento anche nelle grandi città strainquinate.



Il grido d'allarme dell'Enea e del Ministero della salute è chiaro: il ricorso alle biomasse motivato dalla crisi che spinge al risparmio ha annullato i vantaggi sul fronte dei trasporti dove la graduale sostituzione del parco veicolare ha drasticamente ridotto l'apporto del sistema trasporti alle emissioni inquinanti. Tutto vero solo che ci si dimentica:
  1. che i cittadini passano alla biomassa perché il metano è gravato da una pesante fiscalità;
  2. che in un piccolo comune una centrale termoelettrica a legna da parecchi MW di potenza al focolare equivale a migliaia di stufe e quindi rappresenta una sostanziale fonte di emissione.
Il ricorso all'energia da biomasse non provoca solo aumento di macroinquinanti e di polveri sottile ma di pericolosi microinquinanti. Sono migliaia le molecole originate dalla combustione del legno, tra queste gli IPA idrocarburi policiclici aromatici. Non esclusivi della combustione del legno ne sono, però, un marcatore: dove si brucia legno il benzopirene aumenta in modo caratteristico. Parliamo di una molecola da tempo classificata come cancerogena. Eppure anche nelle aree critiche (dove la soglia massima di benzopirene di 1ng - nanogrammo = milionesimo di grammo - fissata dalla Ue è superata) si autorizzano centrali a cippato e altri scarti legnosi da diversi MW termici se non decine e decine (sotto la mappa dell'Agenzia europea per l'ambiente, anno 2014 con le aree rosse per il benzopirene)

Aree di sforamento del valore massimo di benzopirene (1ng/m3 di aria)


Enea, Ministero della salute e ora Galletti con il Protocollo d'Intesa tacciono sulle biomasse industriali. In caso di emergenza inquinamento il decalogo prevede lo spegnimento del riscaldamento a biomasse "qualora vi siano sistemi di riscaldamento alternativi". Il che vuol dire spegnere solo i caminetti e le stufe "da mezza stagione" utilizzate quando si spengono le caldaie domestiche per dare una "scaldatina". Così anche se vivete in una località dove si sforano per più di una settimana i limiti di legge di inquinamento non illudetevi che la centrale a biomasse che avete a 100 m sia spenta. Quella deve restare accesa anche se vi avvelena... per ridurre i gas serra e pulire (sic) l'aria.



Istituzioni ed esperti si preoccupano sempre di confrontare nuove centrali con vecchie stufe e caldaie. La cosa avrebbe senso se si sostituissero realmente vecchi caminetti e vecchie stufe con il teleriscaldamento. Ma abbiamo detto che non avviene. Il teleriscaldamento si è rivelato l'ennesima scusa per autorizzare centrali che producono energia elettrica superincentivata e ormai da decenni viene considerato una soluzione obsoleta che fa sprecare e non risparmiare energia. Di fatto dove il teleriscaldamento c'è le utenze allacciate sono poche perché ha un costo elevato (parliamo delle centrali a biomassa non dell'inceneritore di Brescia che fa saldi perché deve smaltire enormi quantità di calore)

Oggi non si punta sul teleriscaldamento (costoso e vincolante) ma su edifici energeticamente efficienti che autonomamente ricorrono a una pluralità di fonti energetiche integrate sfruttando il solare termico, il fotovoltaico innovativo (non più pannelli), le pompe di calore. Una soluzione che non piace alle multiutility, alle lobby. La casa clima avvantaggia il cittadino e ditte artigiane dell'edilizia o dell'impiantistica. Ma è l'insieme di soluzioni localmente più idonee che fa la soluzione. Far arrivare più sole alle facciate in inverno e ombreggiarle in estate oltre alla coibentazione può consentire enormi risparmi di energia, di emissioni di inquinanti tossici e di gas serra. Milano naviga su una falda che la deindustrializzazione ha fatto risalire. Una vera "miniera di energia" sfruttando con le pompe di calore  il differenziale tra la temperatura dell'acqua di pozzo e quella atmosferica. Ma si torna alla legna che avvelena l'aria! 

Con questo va precisato che anche la biomassa a km0 può essere sostenibile. Ma se serve solo per il riscaldamento che garantisce alta efficienza energetica e solo dove la popolazione è poco densa e l'aria pulita (quindi in montagna o nelle aree interne dove non ci siano però condizioni di inversione termia invernale come bei fondovalle con scarsa circolazione d'aria). Questo uso civile è molto più sostenibile dell'uso industriale (speculativo) per la produzione di energia elettrica. Da questo punto di vista va detto chiaramente che le "nuove" centrali sono destinate a mangiare soldi e a sputare inquinanti per 20 anni. Nel frattempo le tecnologie per le piccole utenze termiche a biomasse civili (che già oggi consentono emissioni poco superiori a quelle delle centrali dotate di multicicloni e altri sistemi di filtraggio) saranno meno inquinanti (concentrazione di polveri e altri inquinanti nei fumi) delle centrali. Sempre tenendo conto che le centrali lavorano 8500 ore all'anno per immettere corrente elettrica nella rete e incassare dal GSE e che buttano in aria la maggior parte dell'energia della combustione. 



Alla base della distinzione tra biomasse "cattive" (quelle per il riscaldamento civile) e quelle "buone" (quelle industriali = speculative) ci sono tanti trucchi. Uno consiste nel confrontare centrali di oggi con stufe di ieri senza considerare che (specie se il governo desse incentivi ai privati) le stufe e caldaie di domani saranno molto meno inquinanti. Ma oltre a questo trucco (e quello già ricordato del "teleriscaldamento") ve n'è uno ancora più sporco, quello della "pubblica utilità" di questi impianti industriali che servono solo a macinare incentivi e che sarebbero subito spenti se gli incentivi venissero meno (dal momento che a prezzi di mercato della biomassa e dell'energia elettrica vanno in perdita). La triste realtà è che il cittadino paga con i canoni accessori esosi della bolletta energetica per ingrassare gruppi finanziari, fondi pensione, banche, ecomafie, politici e burocrati che si celano dietro le scatole cinesi delle srl che gestiscono le centrali.



L'aver acceso centrali a biomassa in pianura padana e nelle aree metropolitane è di per sé un crimine contro la salute che non si giustifica in alcun modo con politiche energetiche "sostenibili" (posto che la salute è un valore che viene prima della "rinnovabilità" o così si spera anche se si sa che Costituzione, Direttive e diritti fondamentali sono spesso carta straccia, abilmente aggirati ) 

In ogni caso è bene ricordare che una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a cippato ha una efficienza elettrica del 15% e che nella stragrande maggioranza dei casi (specie in estate) la preponderante componente di energia termica viene bellamente dissipata... in atmosfera. 
Inutile ricordare che una centrale termoelettrica moderna a gas naturale ("turbogas") ha efficienze elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una centrale a biomasse legnose deve rispettare limiti di 20-30 mg /Nmc  ( metro cubo normalizzato ovvero alla pressione atmosferica e alla temperatura di 0°C.di polveri totali (che comprendono anche particelle superiori a 10 micron bloccate dal naso). Una centrale a gas naturale a ciclo continuo emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc (l'ultima generazione anche molto meno ovvero 0,01 mg/Nmc),
Sottoutilizzare come ha fatto l'Enel con il calo del consumo elettrico centrali turbogas per obbedire al diktat dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse nell'ambito della pianura padana è semplicemente un attentato alla salute, la scelta consapevole di far morire delle persone in più per favorire una pura speculazione finanziaria. A noi dicono che le biomasse spengono le centrali a carbone ma l'Enel (Edison) spengono o fanno marciare a ritmo ridotto (con aumento del costo dell'energia) in base all'esubero di offerta. E se prima servivano due centrali a pieno ritmo e adesso ne basta una la si spegne (o si fa marciare al minimo)  anche se è nuova e poco inquinante.



Molto ci sarebbe da dire anche sulla decantata "sostenibilità" delle biomasse agroforestali. Ricordiamo solo che, direttamente o indirettamente, la corsa mondiale alla produzione di energia da biomasse sta distruggendo quelle foreste che dovrebbero garantire il clima e svolgere un ruolo di sequestro della CO2. Ma qualcuno ancora pensa che le biomasse siano state concepite per nobili fini ambientali? Gli "scarti" legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali con grave pregiudizio dell'industria del mobile che di questi scarti faceva pannelli multistrato. Quindi è l'import che sostiene la speculazione (alla balla dell' "usiamo la pulizia dei boschi" ormai non crede più nessuno). Pellet dalla Germania che utilizza legname bielorusso e per la (molta) energia necessaria per la pellettizzazione usa energia elettrica da nucleare. Pellet che viaggia centinaia di km. O cippato e ramaglie dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche interi "bastimenti" che portano in Europa materiale legnoso da Estremo oriente e Americhe dove si tagliano foreste naturali e le piantagioni a rapida crescita (con uso di ogm e pesticidi) sostituiscono la foresta. Tutto molto ecologico.

I "nostri" politici e gli esperti a libro paga della speculazione sono però pronti a sostenere che "la qualità dell'aria è migliorata". Ma se andiamo a vedere il PM 2.5 (rilevato da poche centraline e da pochi anni, a Milano solo dal 2007) l'affermazione appare come l'ennesima menzogna per ingannare il suddito tartassato e avvelenato. La messe di studi che correla PM 2.5 (il particolato di diametro inferiore a 2,5 μg (micron), un micron è un millesimo di millimetro) è ormai abbondante. Gli studi condotti in Europa e negli Usa indicano che c'è una correlazione lineare tra mortalità prematura (a breve e lungo termine) e concentrazioni anche basse di PM 2.5. Ogni 10 μg (microgrammi) il tasso di mortalità a lungo termine aumenta di valori del 5-10%, quello a breve del 2%. Quanti morti in più rispetto a PM 2.5 zero?  Se la mortalità "base" fosse 10 per mille un PM 2.5 medio di 20 μg  comporterebbe 15% in più di tasso di mortalità ovvero 11,5 per mille. 1,5 per mille in più. Su un milione di persone fa 1.500 morti premature. Ma nelle emissioni non c'è solo PM 2.5!  In ogni caso a Milano siamo oltre 30 μg e il trend non è affatto in diminuzione. Sotto i dati elaborati su quelli ARPA. L'ARPA fornisce il trend del PM 10 che è in diminuzione. Peccato che il PM 2.5 non segua il PM 10. Se dovessimo considerare il PM 1.0 e il PM 0,1 (nanopolveri) probabilmente le cose apparirebbero ancora più drammatiche. 

Che le nanopolveri siano dannose alla salute non lo nega (quasi) nessuno. Particelle costituite da metalli pesanti o composti organici tossicologicamente attivi che entrano nelle cellule e anche negli organi subcellulari non possono fare bene alla salute. Se parlando di polveri totali abbiamo visto come le centrali a biomasse "diano una mano" all'avvelenamento dell'aria molto più delle centrali termoelettriche a gas naturale. Ma è in materia di nanopolveri (quelle che fanno poco peso ma molto numero) che la differenza tra bruciare metano e bruciare pellet (la biomassa meno inquinante) diventa enorme. E questa volta confrontando caldaie civili di potenza confrontabile. Questa realtà è stata messa in luce da uno studio del Politecnico di Milano del 2009. Uno studio molto citato perché voleva dimostrare che gli inceneritori inquinano poco. Confrontando le caldaie, però, emergeva il seguente quadro dal confronto tra gasolio, metano e pellet.

Numero particelle per cm3 di aria
___________________________________________________
aria ambiente                                   29.000
emissioni caldaia pellet            38.000.000-52.000.000
caldaia a gasolio                        8.600.000-67.000.000
caldaia a metano                                      0*-4.500
___________________________________________________
* al di sotto del limite di rilevazione



E' bene tenere presente che stiamo parlando di particelle che nessun filtro riesce a trattenere. Già è difficilissimo filtrare particelle di 1 μg . Figuriamoci quelle inferiori a 0,1 μg. 

Dal quadro tracciato emerge che è grave che autority pubbliche e governo individuino nella combustione di biomasse una causa di inquinamento grave e poi continuino ad incentivare attraverso la leva fiscale o, peggio, regalando alla speculazione una fetta della bolletta energetica di cittadini e imprese la generazione di energia elettrica e termica dalle biomasse stesse. La realizzazione di centrali a biomasse nelle aree più inquinate del paese (pianura padana e aree metropolitane) deve essere bloccata.
Le centrali finalizzate alla produzione di energia elettrica realizzate negli abitati devono essere spente.
Gli incentivi pubblici devono essere spostati dalle misure che avvantaggiano la grande industria e la speculazione a quelle a favore di una mobilità realmente sostenibile (non veicoli privati meno inquinanti ma sistemi di trasporto o non inquinanti o ad uso di più utenti) e ad una riqualificazione edilizia e urbanistica finalizzata alla realizzazione di case-clima e a favorire una mobilità sostenibile.

La tutela della qualità dell'aria e della salute deve essere anteposta ad ogni altro obiettivo, specie se pretestuosamente finalizzato a favorire interessi lobbistici speculativi.

Olio di oliva, nel 2015 altro che tutto liscio: Xylella, truffe, inchieste e addio dazi. Produttori in ginocchio

Cartelli italospagnoli per tenere bassi i prezzi, truffe in tutta Italia, ulivi tagliati nel Salento per combattere una malattia di cui si sa poco (con l'inchiesta della Procura di Lecce a testimoniarlo): l'anno appena trascorso rischia seriamente di distruggere una delle eccellenze alimentari italiane
Xylella, migliaia di ulivi tagliati, crollo della produzione, truffe e inchieste aperte su tutti i fronti. Dopo il 2014, anno horribilis per la produzione di olio d’oliva, non si volta ancora pagina. Nel 2015 ha regnato la legge di Murphy: se qualcosa può andar male, andrà male. Così è stato. Il piano che avrebbe dovuto fermare il diffondersi della Xylella non ha bloccato il batterio ed è al centro di un’inchiesta della Procura di Lecce che vede indagate dieci persone, tra cui lo stesso commissario straordinario Giuseppe SillettiChe si è dimesso. Siamo punto e a capo: non è certa l’origine del batterio, né si conosce una cura. Ad oggi si mette in dubbio persino che la Xylella sia la sola e vera causa del ‘complesso del disseccamento rapido’ (Codiro) in Puglia. ‘Congelato’ il terzo piano in approvazione: gli ulivi da abbattere sono sotto sequestro. Di più. L’allarme che la Coldiretti ha lanciato a inizio anno sulla produzione e sul rischio di truffe si è rivelato più che fondato. Diverse le inchieste aperte su produttori di marchi tra i più noti d’Italia. Anche la Puglia è stata culla di una maxi-frode: almeno dieci le aziende coinvolte in un giro di affari di decine di milioni di euro. In questo scenario l’invasione dell’olio dalla Tunisiarappresenta la ciliegina sulla torta. Ed ecco che il 2015 si è chiuso peggio di come è iniziato. E non era facile.
UN ANNO DI XYLELLA - Risale a gennaio l’allarme dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa): la Xylella fastidiosa è una minaccia per 150 specie, anche in Europa. L’allarme degli agricoltori del Salento è stato finalmente ascoltato, ma la situazione era già disastrosa. E di lì a poco sarebbe precipitata. A febbraio il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza, nominando commissario straordinario Giuseppe Silletti. Tra Governo e Regione sono stati stanziati circa 20 milioni di euro. Il territorio è stato diviso in ‘linee di difesa’: a Sud la zona infetta, poi una fascia di eradicazione tra le province di Lecce eBrindisi, il cordone fitosanitario e, a Nord, la zona cuscinetto, oltre la quale la Xylella non doveva passare. A marzo, però, il batterio è arrivato fino a Oria (Brindisi) e le misure sono diventate ancora più rigide con il piano bis, l’eradicazione delle piante nel raggio di 100 metri da quelle infette e il divieto di impiantare nuovi ulivi. In tutti questi mesi gli agricoltori hanno difeso ciò che avevano,opponendosi ai tagli degli ulivi secolari e ricorrendo a Tar eConsiglio di Stato. E poi la disobbedienza civile, con blocchi stradali, ronde notturne, frantoi chiusi, alberi piantati e binari bloccati.
QUELLO CHE (NON) SI SA - Ci sono poche certezze su come sia arrivata la Xylella in Salento. I magistrati di Lecce sospettano che il batterio sia stato introdotto dai ricercatori nel corso di un convegno svoltosi a Bari nel 2010 e organizzato dall’Istituto agronomico del Mediterraneo dopo la partecipazione a un corso in California. Gli esperti dell’Università di Bari, invece, hanno sempre ritenuto che il ceppo della ‘Xylella fastidiosa’ (diverso da quello californiano), provenisse dalla Costa Rica, Paese dal quale sono stati importati milioni di oleandri e che questi avrebbero veicolato il batterio attraverso le cicale sputacchine. Poi c’è la pista del Brasile: è lì che per la prima volta è stato sequenziato il dnadella Xylella. Il progetto di ricerca fu chiamato ‘Alellyx’ e fu creata una biotech che studia le piante resistenti al batterio. Nel 2008 la biotech è stata acquistata dalla Monsanto Company, multinazionale di biotecnologie agrarie, finita al centro delle teorie del complotto. Solo illazioni per gli esperti, ma la Procura non si è fermata.
L’INCHIESTA DI LECCE - Nell’aprile del 2014 è stata avviata l’inchiesta che vede ora indagati il commissario Silletti e altre nove persone, tra funzionari della Regione Puglia, componenti dell’Osservatorio fitosanitario regionale, ricercatori e docenti universitari. Tra le accuse diffusione di una malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale, distruzione o deturpamento di bellezze naturali. Al centro dell’indagine l’inefficacia del piano bis di Silletti e le condotte messe in atto dal 2010 a oggi. Secondo la Procura non vi è un nesso causale tra i disseccamenti e l’infezione da Xylella. Un altro filone d’indagine, infatti, mette in relazione il batterio e la ‘lebbra dell’ulivo‘, una malattia delle piante diffusasi tra il 2009 e il 2010 in Salento, tra Taviano e Gallipoli, dove si sono sviluppati i primi focolai di Xylella. Sotto accusa i test di fitofarmaci non autorizzati per combattere la lebbra dell’olivo e che potrebbero aver contribuito a causare “un drastico abbassamento delle difese immunitarie degli alberi”. Al vaglio anche gli investimenti delle società interessate alle sperimentazioni in campo nel Salento: la Monsanto che ha acquisito la Allelyx nel 2008 e la Basf che ha investito 13,5 milioni di dollari nella stessa società nel marzo 2012. Si indaga anche sulla pioggia di finanziamenti destinati alla Puglia dopo la proclamazionedello stato di emergenza, sui sistemi di coltivazionesuperintensiva e sull’interesse economico da parte di alcune società e della stessa Università di Bari all’introduzione di nuovecultivar di olivo.
LA PRODUZIONE - Nel 2014 la produzione di olio era crollata del 37% rispetto al 2013. Si è scesi al minimo storico delle 300mila tonnellate (rispetto alle solite 500mila). Colpa del clima che ha favorito la diffusione della mosca olearia. Quest’anno il raccolto è andato decisamente meglio, con un aumento di oltre il 30% della produzione di olio rispetto al 2014, eppure i consumatori hanno fatto i conti con l’aumento dei prezzi e il rischio di incorrere in truffe. Come quella delle fatture false, sempre più frequente inCalabria e Puglia. Raggiri attraverso i quali entra in Italia olio straniero (a volte veri e propri scarti)  e diventa ‘magicamente’ prodotto made in Italy. Poi c’è l’invasione di olio dalla Tunisia: secondo i dati Istat relativi ai primi sette mesi del 2015 le importazioni dal Paese africano sono aumentate del 734 per cento, 8 volte in più rispetto al 2014. E subiranno un ulteriore incremento. Con una decisione senza precedenti, infatti, Bruxellesha aumentato il contingente di esportazione agevolata per la Tunisia. Si passerà da 56.700 a 91.700 tonnellate di olio d’oliva tunisino senza dazi verso l’Unione europea. Fino al 2017.
LE TRUFFE - Diverse le indagini sulle contraffazioni dell’olio condotte nel 2015. A settembre sugli scaffali dei supermercati diBerlino sono state sequestrate bottiglie di olio pugliese, ma solo sulla carta. Frutto della sofisticazione alimentare su cui molto sta investendo la criminalità organizzata. Tra le inchieste più importanti quella sull’olio venduto come extravergine (in realtà di categoria 2), condotta dal pm di Torino Raffaele Guariniello e sfociata nell’iscrizione del registro degli indagati dei responsabili legali di 7 aziende: Carapelli, BertolliSasso, Coricelli, Santa Sabina, Prima Donna e Antica Badia. L’indagine è partita dalle segnalazioni sull’esistenza di un presunto cartello dell’olio italospagnolo. Materia prima proveniente dalla Spagna, produzione di aziende toscane e umbre. Si tengono i prezzi bassi, ottenendo il marchio made in Italy pur avendo solo il 16 per cento di olio italiano. Agli inizi di dicembre anche la Puglia è stata al centro di un’inchiesta: sequestrate 7mila tonnellate di olio vendute sul mercato come ‘100 per cento italiano’ (in realtà una miscela di extravergini provenienti da Tunisia, Siria, Turchia e Marocco). Si era partiti indagando sulla Xylella e su un presunto traffico di rami d’ulivo infettatati.
IL DECRETO DEL GOVERNO - A chiudere l’anno ci ha pensato la Camera nell’esame del decreto legge del Governo con le sanzioni per la contraffazione dell’olio. Contro il testo c’è stata una levata di scudi da parte degli agricoltori, preoccupati di una possibile depenalizzazione del reato di contraffazione dell’extravergine. Un reato attualmente punito fino a 2 anni di carcere. Secondo lo schema di decreto legislativo, le aziende che riportano in etichetta “segni, figure o illustrazioni in sostituzione della designazione dell’origine o che possono evocare un’origine geografica diversa da quella indicata…” incorreranno in una sanzione da 1.600 a 9.500 euro. Non più reato ma infrazione? IlMipaaf ha chiarito: “Nessuna depenalizzazione, si regola una fattispecie che oggi non è punita, ovvero quella della mancataindicazione d’origine”. Produttori e opposizione sottolineano la necessità della prevalenza della norma penale. Di fatto le commissioni Giustizia e Agricoltura della Camera, che hanno cominciato ad analizzare il testo, hanno chiesto una proroga al 31 gennaio 2016 per valutare meglio il provvedimento.  di  | 31 dicembre 2015 http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/31/olio-di-oliva-nel-2015-altro-che-tutto-liscio-xylella-truffe-inchieste-e-addio-dazi-produttori-in-ginocchio/2340847/