Le emissioni dei principali inquinanti atmosferici continuano a diminuire nell’Unione europea, ma il percorso verso gli obiettivi del 2030 è tutt’altro che concluso. I maggiori progressi riguardano gli ossidi di zolfo, mentre l’ammoniaca proveniente soprattutto dall’agricoltura, gli ossidi di azoto legati al traffico e il particolato fine prodotto dal riscaldamento domestico continuano a rappresentare le sfide più difficili.
È il quadro delineato dai nuovi materiali pubblicati dall’Agenzia europea dell’ambiente, basati sulle emissioni del 2024 comunicate dagli Stati membri nel 2026. L’analisi comprende il briefing sullo stato di attuazione della direttiva NEC e l’inventario ufficiale europeo presentato nell’ambito della Convenzione UNECE sull’inquinamento atmosferico transfrontaliero a lunga distanza.
Ventuno paesi rispettano tutti gli impegni attuali
Nel 2024, 21 dei 27 Stati membri hanno rispettato gli impegni nazionali di riduzione previsti per il periodo 2020-2029 per tutti e cinque gli inquinanti regolati dalla direttiva NEC:
ossidi di azoto;
composti organici volatili non metanici;
biossido di zolfo;
ammoniaca;
particolato fine PM2,5.
Sei paesi non hanno invece raggiunto almeno uno degli obiettivi. Il dato conferma un miglioramento generale, ma mostra anche che la conformità alle soglie in vigore non può essere considerata acquisita in tutta l’Unione.
La direttiva NEC stabilisce impegni nazionali di riduzione riferiti al 2005. Gli obblighi attuali valgono fino al 2029, mentre dal 2030 entreranno in vigore obiettivi più severi.
Il loro scopo non è soltanto diminuire le quantità di sostanze emesse, ma contribuire alla riduzione degli impatti sanitari ed ecologici dell’inquinamento atmosferico.
L’obiettivo europeo: dimezzare l’impatto sanitario
La direttiva si inserisce nel Piano d’azione europeo “inquinamento zero”, che punta entro il 2030 a ridurre del 55% rispetto al 2005 le morti premature attribuibili all’inquinamento atmosferico.
Un secondo obiettivo riguarda gli ecosistemi: diminuire del 25% le superfici europee nelle quali l’inquinamento minaccia la biodiversità.
Secondo la valutazione conclusa dalla Commissione europea nel dicembre 2025, la direttiva NEC ha contribuito efficacemente alla diminuzione delle emissioni, lavorando in sinergia con le politiche europee su qualità dell’aria, clima, energia, trasporti, industria, agricoltura e biodiversità.
L’azione per l’aria pulita ha inoltre un ritorno economico elevato: ogni euro investito può produrre benefici sanitari e ambientali stimati tra 4 e 13 euro.
Il grande successo nella riduzione degli ossidi di zolfo
Tra il 2005 e il 2024, le emissioni europee di biossido e ossidi di zolfo sono diminuite dell’86%. È la riduzione più marcata tra gli inquinanti principali.
Il risultato è legato alla diminuzione dell’impiego di combustibili ad alto contenuto di zolfo, alla sostituzione del carbone e degli oli pesanti, all’installazione di sistemi di desolforazione e all’applicazione di limiti più rigorosi agli impianti industriali ed energetici.
Nel 2024, 25 Stati membri avevano già raggiunto gli obiettivi nazionali previsti per il 2030 su questo inquinante. Soltanto due paesi dovevano compiere ulteriori riduzioni.
Nonostante il forte calo, la produzione e distribuzione di energia resta la principale fonte europea di ossidi di zolfo, con una quota superiore al 40%. Seguono l’uso energetico nell’industria e i processi industriali.
Ossidi di azoto: emissioni dimezzate, ma il traffico resta dominante
Dal 2005 le emissioni di ossidi di azoto sono diminuite del 54%, mentre rispetto al 1990 il calo raggiunge il 67%.
La riduzione è stata favorita dalle norme Euro sui veicoli, dai sistemi di abbattimento installati nelle centrali e negli impianti industriali e dal progressivo cambiamento del mix energetico.
Il trasporto stradale rimane tuttavia la principale fonte, con circa il 36% delle emissioni europee di NOx. Seguono il trasporto non stradale, la produzione energetica e l’agricoltura.
Il problema è particolarmente rilevante nelle città, dove il biossido di azoto è strettamente associato alla circolazione dei veicoli, soprattutto diesel. La riduzione delle emissioni richiede quindi non soltanto motori meno inquinanti, ma anche meno traffico, più trasporto pubblico, mobilità attiva ed elettrificazione.
Per gli obiettivi del 2030, gli ossidi di azoto rappresentano l’inquinante per il quale il maggior numero di paesi deve ancora compiere progressi: nel 2024 soltanto dieci Stati membri avevano già raggiunto il rispettivo impegno, mentre 17 dovevano ridurre ulteriormente le emissioni.
Ammoniaca, il settore in maggiore ritardo
L’ammoniaca rappresenta il principale punto debole delle politiche europee.
Dal 2005 le emissioni sono diminuite appena del 18%, il risultato più limitato tra tutti gli inquinanti principali. Tra il 2023 e il 2024 il calo è stato inferiore all’1%.
Nel 2024 quattro Stati membri — Ungheria, Lettonia, Portogallo e Svezia — non rispettavano ancora gli impegni validi per il periodo 2020-2029.
Il settore agricolo produce circa il 94% delle emissioni europee di ammoniaca, soprattutto attraverso:
gestione e stoccaggio dei reflui zootecnici;
distribuzione di letame e liquami;
uso di fertilizzanti azotati;
urine e deiezioni degli animali al pascolo.
L’ammoniaca non è soltanto un problema delle aree rurali. Una volta rilasciata nell’atmosfera reagisce con altri composti e contribuisce alla formazione del particolato secondario, che può essere trasportato anche a grande distanza e raggiungere le città.
Le misure indicate dall’Agenzia europea comprendono una distribuzione più efficiente e tempestiva dei fertilizzanti, una migliore gestione dei reflui e l’ottimizzazione dell’alimentazione del bestiame.
In vista del 2030, più della metà degli Stati membri deve ancora ridurre le emissioni di ammoniaca.
PM2,5: diminuzione importante, ma il riscaldamento domestico pesa ancora
Le emissioni di particolato fine PM2,5 sono diminuite del 42% rispetto al 2005 e del 6% tra il 2023 e il 2024.
Il settore commerciale, istituzionale e domestico è responsabile di circa il 60% delle emissioni europee di PM2,5. La fonte principale è la combustione negli edifici, soprattutto l’impiego di legna, biomasse solide e combustibili fossili in stufe, caminetti e caldaie.
Il dato è importante perché le biomasse vengono spesso presentate come automaticamente sostenibili. Sul piano della qualità dell’aria, invece, la combustione domestica della legna può produrre quantità elevate di particolato, carbonio nero, monossido di carbonio, idrocarburi policiclici aromatici e benzo(a)pirene.
Per ridurre le emissioni servono edifici meglio isolati, minore domanda energetica, sostituzione degli apparecchi più inquinanti, pompe di calore e sistemi di riscaldamento a basse emissioni.
Solo 13 Stati membri avevano già raggiunto nel 2024 gli obiettivi PM2,5 previsti dal 2030. Il rapporto segnala inoltre la crescente importanza delle emissioni non derivanti dallo scarico dei veicoli, legate all’usura di pneumatici, freni e pavimentazione stradale.
Pneumatici e freni: le emissioni aumentano
Le emissioni allo scarico sono diminuite grazie alle normative sui motori, ma non tutte le componenti dell’inquinamento stradale seguono lo stesso andamento.
Secondo l’inventario europeo, il particolato PM2,5 prodotto dall’usura di pneumatici e freni è aumentato di circa il 28% dal 2000, soprattutto per la crescita del peso dei veicoli.
Anche le emissioni di piombo attribuite all’usura di freni e pneumatici sono aumentate del 61% rispetto al 1990, mentre le emissioni complessive di piombo sono fortemente diminuite dopo l’eliminazione della benzina contenente questo metallo.
Il fenomeno dimostra che la sola sostituzione dei motori a combustione con quelli elettrici non elimina l’inquinamento da traffico. Veicoli pesanti, elevati chilometraggi e grandi volumi di circolazione continuano a produrre polveri attraverso abrasione e risospensione.
La riduzione del traffico e del peso medio dei veicoli resta quindi necessaria anche in uno scenario di progressiva elettrificazione.
I composti organici volatili cambiano origine
Le emissioni dei composti organici volatili non metanici sono diminuite del 37% dal 2005 e del 63% rispetto al 1990.
In passato il trasporto stradale era la fonte principale. Con il rinnovo del parco veicolare e l’applicazione delle norme Euro, il peso del settore è diminuito.
Oggi le emissioni sono dominate da:
uso di solventi;
rivestimenti e vernici;
processi industriali;
riscaldamento domestico;
agricoltura.
Questi composti partecipano alla formazione dell’ozono troposferico, un inquinante secondario che raggiunge spesso le concentrazioni più elevate durante l’estate e costituisce un rischio per salute, vegetazione e colture.
Il ruolo del riscaldamento domestico negli inquinanti più tossici
L’inventario non si limita ai cinque inquinanti regolati dalla direttiva NEC. Considera anche monossido di carbonio, metalli pesanti, carbonio nero e inquinanti organici persistenti.
Il settore domestico e commerciale risulta la principale fonte europea di:
PM2,5 e PM10;
monossido di carbonio;
carbonio nero;
benzo(a)pirene;
idrocarburi policiclici aromatici.
Il riscaldamento residenziale produce quasi il 90% delle emissioni europee di benzo(a)pirene, sostanza cancerogena associata soprattutto alla combustione incompleta di legna e carbone.
Tra il 2005 e il 2024 le emissioni di benzo(a)pirene sono diminuite del 35%, un progresso più lento rispetto a numerosi altri inquinanti.
Anche le emissioni complessive di idrocarburi policiclici aromatici sono diminuite, ma il riscaldamento domestico continua a rappresentarne la fonte largamente dominante.
Metalli pesanti: forti riduzioni, con alcune eccezioni
Tra il 2005 e il 2024, le emissioni europee sono diminuite del:
68% per l’arsenico;
67% per il nichel;
60% per il mercurio;
47% per il piombo;
44% per il cadmio.
Rispetto al 1990, il calo del piombo raggiunge il 95%, quello del mercurio il 79% e quello del cadmio il 70%.
L’eliminazione della benzina con piombo, i migliori sistemi di filtrazione e depurazione industriale, le norme sugli inceneritori e la riduzione dell’impiego del carbone hanno prodotto risultati significativi.
Il rame costituisce però un’eccezione: le emissioni europee sono aumentate del 15% rispetto al 1990 e del 2% tra il 2023 e il 2024. Una componente importante è collegata all’usura dei freni e ad altre attività di trasporto e produzione industriale.
L’Italia tra i principali paesi emettitori
L’Italia compare tra i maggiori contributori europei per diversi inquinanti, anche per effetto della popolazione, della struttura produttiva, del traffico e dell’uso energetico.
Nel 2024 il nostro Paese rappresentava circa:
il 10,9% delle emissioni europee di ossidi di azoto;
il 14,1% dei composti organici volatili non metanici;
il 10,5% dell’ammoniaca;
l’11,4% del PM2,5;
il 10,5% del PM10.
L’Italia risultava inoltre tra i maggiori emettitori europei di mercurio, piombo, rame, cromo, diossine e furani, carbonio nero e policlorobifenili.
Questi dati sono valori assoluti e non tengono conto della popolazione o della produzione economica. Non costituiscono quindi da soli una graduatoria della qualità ambientale dei paesi, ma aiutano a individuare il peso delle principali economie nelle emissioni complessive dell’Unione.
Gli obiettivi attuali sono superati, quelli del 2030 molto meno
Nel complesso, l’Unione europea ha superato gli impegni aggregati previsti dal Protocollo di Göteborg per tutti i cinque inquinanti principali.
Rispetto al 2005, le riduzioni europee raggiunte nel 2024 erano:
Inquinante Impegno di riduzione Riduzione raggiunta
Ossidi di azoto 40% 54%
Composti organici volatili non metanici 28% 37%
Ossidi di zolfo 59% 86%
Ammoniaca 6% 18%
PM2,5 22% 42%
Il quadro cambia però guardando al 2030. Solo sei Stati membri — Belgio, Estonia, Finlandia, Grecia, Paesi Bassi e Slovacchia — avevano già raggiunto nel 2024 tutti i propri obiettivi futuri.
Gli altri 21 devono ridurre almeno uno degli inquinanti. Le distanze maggiori riguardano NOx, ammoniaca e PM2,5.
Emissioni e concentrazioni non sono la stessa cosa
Il rapporto analizza le quantità complessive di inquinanti emesse dai diversi settori. Questi dati non coincidono direttamente con le concentrazioni misurate nell’aria dalle stazioni di monitoraggio.
Le concentrazioni dipendono anche da meteorologia, conformazione geografica, densità urbana, trasformazioni chimiche in atmosfera e trasporto degli inquinanti da altre regioni e paesi.
La distinzione è essenziale per territori come il bacino padano, dove condizioni atmosferiche e morfologiche sfavorevoli favoriscono l’accumulo degli inquinanti.
Ridurre le emissioni rimane comunque il presupposto fondamentale per diminuire l’esposizione della popolazione e rispettare i nuovi standard europei sulla qualità dell’aria.
Economia in crescita ed emissioni in calo
Tra il 2005 e il 2024, le emissioni dei principali inquinanti sono diminuite mentre il prodotto interno lordo europeo è cresciuto del 49%.
L’Agenzia europea dell’ambiente parla di disaccoppiamento assoluto: l’impatto ambientale diminuisce anche mentre l’attività economica aumenta.
Il fenomeno è attribuito a norme più severe, sostituzione dei combustibili, innovazione tecnologica e miglioramento dell’efficienza energetica e produttiva.
Questo risultato dimostra che le politiche ambientali possono produrre benefici senza impedire la crescita economica. Ma il rallentamento osservato per ammoniaca, particolato domestico ed emissioni non allo scarico indica che le misure più semplici hanno già prodotto gran parte dei loro effetti.
La prossima fase richiede politiche più strutturali
I progressi ottenuti attraverso carburanti più puliti, filtri industriali e standard tecnologici sono stati importanti. Gli obiettivi del 2030 richiedono però interventi capaci di modificare in profondità i sistemi di mobilità, riscaldamento, produzione energetica e agricoltura.
Per gli ossidi di azoto occorre ridurre la dipendenza dall’automobile e dai motori a combustione. Per il PM2,5 serve una riqualificazione energetica degli edifici che limiti l’uso di apparecchi a biomassa altamente emissivi. Per l’ammoniaca sono necessarie misure vincolanti sugli allevamenti intensivi, sui fertilizzanti e sulla gestione dei reflui.
Le politiche per il clima e quelle per l’aria devono inoltre procedere insieme. Una misura può ridurre le emissioni di gas serra ma peggiorare la qualità dell’aria, come può accadere con l’impiego indiscriminato di biomassa solida. Al contrario, efficienza energetica, pompe di calore, mobilità attiva e trasporto pubblico producono benefici contemporanei per clima, aria e salute.
Il rapporto europeo mostra che la riduzione dell’inquinamento è possibile. Ma il raggiungimento dei nuovi standard e degli obiettivi del 2030 dipenderà dalla capacità di affrontare le fonti ancora trascurate, superando interventi episodici ed emergenziali.
Fonti: Agenzia europea dell’ambiente, Air pollution in Europe — 2026 reporting status under the National Emission reduction Commitments Directive; EEA, European Union emission inventory report 1990-2024.
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