dall'articolo di di Fabrizio Bianchi: "La decisione della Corte d’Appello di Milano, che impone lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva entro novanta giorni se non saranno rimossi i rischi da amianto e polveri, rappresenta l’ennesimo capitolo di una vicenda che ha segnato la storia industriale, ambientale e sanitaria del nostro Paese. Difficile dire se sia il colpo mortale, sicuramente è un monito e l’occasione per una riflessione che va oltre la cronaca giudiziaria.
Quella dell’ex Ilva oltre ad essere la storia di una crisi industriale è la storia di una conoscenza scientifica rimasta troppo spesso inascoltata.
Nell’agosto 2012, subito dopo che le perizie epidemiologiche commissionate dalla magistratura e coordinate da Francesco Forastiere, Annibale Biggeri e Maria Triassi erano state depositate, la comunità epidemiologica italiana aprì sulle pagine di Epidemiologia & Prevenzione un confronto pubblico originale: il 12 Agosto E&P pubblicava un comunicato dell’AIE e una serie di opinioni di epidemiologi italiani.
L’Associazione Italiana di Epidemiologia prese ufficialmente posizione, definendo “solidi e affidabili” i risultati della perizia epidemiologica e sostenendo la necessità di adottare tempestivamente tutte le misure tecniche e di bonifica richieste dalla magistratura. Nel comunicato si chiedeva il rapido superamento delle condizioni che avevano prodotto il danno sanitario, affinché fossero tutelati insieme la salute della popolazione e il lavoro. Riletto oggi, quel comunicato appare come l’espressione di una comunità scientifica che aveva compreso con chiarezza la direzione da intraprendere.
Anche nei vari interventi, non si discuteva soltanto della solidità delle evidenze epidemiologiche ma soprattutto di come quelle conoscenze dovessero orientare le decisioni. Si parlava di integrazione tra ambiente, salute e lavoro, di governance, di partecipazione, di responsabilità delle istituzioni, di valutazione degli interventi e di epidemiologia come strumento ordinario delle politiche pubbliche, non solo delle aule giudiziarie.
Negli stessi giorni, poco dopo l’approvazione della legge regionale pugliese sulla Valutazione del Danno Sanitario, pubblicai su Epidemiologia & Prevenzione alcune considerazioni su quella norma, che allora appariva innovativa e ricca di potenzialità. Nelle conclusioni sostenevo che il regolamento attuativo avrebbe dovuto dare alla Valutazione del Danno Sanitario un’accezione propositiva e non difensiva, nella quale il danno sanitario, «già avvenuto e per questo già studiato», diventasse il punto di partenza per effettuare stime preventive di impatto sulla salute, orientando le decisioni future anziché limitarsi a documentare quelle passate.
Scrivevo inoltre che, in un contesto caratterizzato da un’elevata e prevedibile conflittualità, sarebbe stata necessaria una fase fortemente collaborativa tra istituzioni, comunità scientifica, imprese e cittadini, utilizzando gli strumenti della Valutazione di Impatto sulla Salute (VIS) e della Valutazione Integrata di Impatto Ambiente e Salute (VIIAS), non solo per stimare gli effetti delle esposizioni, ma anche per progettare gli interventi, valutare preventivamente i benefici attesi, verificare l’efficacia delle misure adottate e costruire processi partecipativi credibili. Concludevo con la proposta di una conferenza di consenso tra tutti i soggetti coinvolti come possibile punto di partenza di una nuova stagione di collaborazione.
La storia successiva ha dimostrato quanto fosse fondata quella preoccupazione. Alla buona scienza, troppo spesso ignorata, si contrappose una cattiva scienza utilizzata per alimentare il dubbio e ritardare le decisioni etiche.
Quella impostazione non è mai diventata il paradigma della governance di Taranto. La collaborazione è stata sopravanzata dal conflitto; le emergenze sono diventate la routine; la prevenzione è stata sostituita da una continua rincorsa ai problemi; le valutazioni di impatto sanitario sono state troppo spesso considerate un ostacolo da contenere, aggirare, a volte contrastare, anziché uno strumento utile per costruire decisioni migliori.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli impianti sono progressivamente invecchiati, mentre le emissioni sono rimaste un problema rilevante nonostante la produzione di acciaio sia lentamente scesa da quei sei milioni di tonnellate annue ritenuti dagli industriali il minimo economicamente efficiente e da molti epidemiologi il massimo tollerabile per la salute, fino a meno di due milioni. Una riduzione produttiva che non si è tradotta né in una reale soluzione del problema sanitario né in una prospettiva industriale stabile.
Anche il bilancio economico è impressionante. Sono stati investiti importi enormi per interventi di ambientalizzazione, ma soprattutto per sostenere le diverse proprietà succedutesi alla guida dell’ex Ilva: dal gruppo Riva all’amministrazione straordinaria, da ArcelorMittal ad Acciaierie d’Italia. Solo lo Stato ha impegnato quasi quattro miliardi di euro tra prestiti ponte e ricapitalizzazioni, ai quali si aggiunge circa un miliardo per gli ammortizzatori sociali, senza contare le centinaia di milioni stanziate attraverso i numerosi decreti di urgenza che si sono succeduti negli anni. A tutto questo vanno aggiunti i costi delle bonifiche ancora largamente incompiute e quelli, enormi, del danno sanitario: incalcolabili sul piano umano e stimati nell’ordine del miliardo di euro sia dall’Agenzia Europea dell’Ambiente sia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per i diversi scenari emissivi considerati.
Oggi la sentenza della Corte d’Appello di Milano rappresenta certamente un passaggio decisivo, ma non avvicina automaticamente la soluzione del problema. Perché il vero obiettivo, oggi come allora, non è salvare l’acciaieria, bensì salvare Taranto, attraverso una profonda decarbonizzazione, il risanamento ambientale e una riconversione industriale finalmente compatibile con la tutela della salute.
Oggi, dopo quindici anni trascorsi a mettere pezze, concedere deroghe, rincorrere le emergenze e contrastare, più o meno esplicitamente, il ruolo delle valutazioni di impatto sanitario, siamo ancora una volta davanti a un bivio: perseverare su questa strada, oppure è finalmente arrivato il momento di costruire quella leale collaborazione tra istituzioni, ricerca, imprese e cittadini che già allora appariva la sola via capace di trasformare la conoscenza scientifica in prevenzione e in decisioni condivise?
Oggi, dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea e quella della Corte d’Appello di Milano, sono convinto che quella proposta non vada intesa come un auspicio metodologico, ma come una necessità scientifica, giuridica e politica. Ed è forse il modo più concreto per dare finalmente attuazione all’articolo 9 della Costituzione, facendo della tutela dell’ambiente, della salute e delle generazioni future il principio guida delle politiche pubbliche."
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