tratto da https://ambientenonsolo.com/il-ddl-caccia-alla-prova-della-sostenibilita-lanalisi-scientifica-ed-economica-di-una-riforma-sbagliata-e-pericolosa-che-preoccupa-litalia-intera/
dall'articolo di Alessandro Cavaliere: "L’evoluzione delle politiche ambientali si misura dalla capacità di bilanciare le esigenze delle attività umane con la tutela della biodiversità e del clima, seguendo rigorosi criteri scientifici. Quando le normative sembrano chiaramente invertire questa rotta, ignorando i dati e le indicazioni della comunità scientifica in favore di un pressante interesse finanziario, è necessario fermarsi ad analizzare le ricadute sistemiche sui territori di un procedere così sconclusionato.
Il via libera del Senato al disegno di legge sulla caccia rappresenta, in questo senso, uno snodo critico. Al di l’à delle sensibilità etiche di ciascuno sul tema venatorio, l’analisi del testo solleva forti perplessità tecniche ed economiche, rischiando di scardinare l’equilibrio della legge quadro 157 del 1992, che per oltre trent’anni ha regolato la materia in Italia. Un allarme rilanciato con forza anche dall’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali) per voce di Annamaria Procacci, già legislatrice della 157, che ha duramente stigmatizzato i tentativi di accelerazione agostani alla Camera, definendoli il rischio di un “lavoretto balneare fatto sotto l’ombrellone” che ignora la storia, la complessità e il valore di una legge cardine del diritto ambientale italiano.
In un Paese moderno, la gestione della fauna selvatica dovrebbe basarsi su modelli predittivi ed evidenze gestionali. Questo provvedimento, al contrario, risponde a una visione parziale e fortemente politicizzata, modificando l’assetto delle tutele per andare incontro alle istanze di lobby e corporazioni, nonostante i dati mostrino come la maggioranza dei cittadini auspichi un rafforzamento, e non una deregolamentazione, della protezione ambientale.
Da ecologisti pragmatici, è utile analizzare i tre principali nodi tecnici e i relativi cortocircuiti di una riforma che si appresta ora all’esame della Camera dei Deputati.
1. Il problema della proliferazione della fauna selvatica—in particolare dei cinghiali—è reale e causa danni significativi alle colture, oltre a rappresentare un vettore per la diffusione della Peste Suina Africana (PSA), con conseguenti rischi per la filiera dell’export zootecnico. È su questa emergenza che si innesta la convergenza d’interessi tra le associazioni venatorie e le grandi organizzazioni di rappresentanza agricola, a partire da Coldiretti, principale sostenitrice della necessità di interventi drastici e deregulation degli abbattimenti per tutelare i bilanci delle aziende associate.
Tuttavia, l’idea di elevare il cacciatore al rango di “bioregolatore” si scontra frontalmente con la storia ecologica e con l’etologia della specie, svelando un profondo paradosso:
La scienza ricorda che l’attuale sovrannumero di cinghiali in Italia non è un evento naturale, ma il risultato diretto di decenni di immissioni a scopo venatorio. Il cinghiale autoctono italiano (più piccolo e meno prolifico) è stato geneticamente e numericamente sostituito da esemplari di ceppo centro-europeo, importati nel secolo scorso proprio per soddisfare la richiesta di capi da cacciare.
La letteratura etologica dimostra che la caccia ordinaria non riduce le popolazioni, ma ne altera la struttura sociale fungendo da moltiplicatore demografico. Nei branchi di cinghiali, la riproduzione è rigidamente regolata dalla femmina alfa (la matriarca), la quale, attraverso stimoli ormonali e gerarchici, inibisce la fertilità delle femmine più giovani. Quando l’attività venatoria disgrega il branco uccidendo la matriarca, questo blocco scompare: si verifica una sincronizzazione dell’estro, le femmine giovani anticipano l’età fertile e l’intero gruppo risponde alla pressione con un picco di iper-proliferazione.
Affidare la risoluzione del problema alla pressione venatoria rischia quindi di alimentare un circuito chiuso: si delega la soluzione allo stesso fattore che ha storicamente originato e amplificato il fenomeno. Più che una biosicurezza scientifica, l’architettura del DDL sembra strutturarsi come una risposta politica per assecondare le storiche rivendicazioni di Coldiretti e delle sigle venatorie, esternalizzando le funzioni di controllo faunistico a una platea ricreativa privata, con il concreto rischio di cronicizzare l’emergenza ambientale ed economica.
2. Il secondo punto di attrito riguarda l’estensione geografica e temporale dell’attività venatoria. Permettere l’accesso dei cacciatori in aree precedentemente interdette o fortemente regolamentate o addirittura all’interno delle proprietà private può innescare un conflitto d’uso del territorio. L’Italia vive anche di turismo ambientale, escursionismo e attività all’aria aperta.
La sovrapposizione nei medesimi spazi tra famiglie, sportivi, turisti e attività venatorie non coordinate da enti scientifici centralizzati solleva interrogativi e preoccupazioni non secondari sulla sicurezza pubblica e sulla compatibilità con l’economia del turismo sostenibile, un settore in costante crescita e fondamentale per le comunità locali.
3. Il vero vulnus normativo del provvedimento è la progressiva perdita di centralità dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Fino ad oggi, i calendari venatori regionali dovevano conformarsi ai pareri vincolanti dell’Istituto, che valuta lo stato di conservazione delle specie a livello nazionale ed europeo.
La riforma sposta il baricentro decisionale verso le Regioni, riducendo il ruolo di ISPRA a un parere consultivo e non vincolante. Questo passaggio rischia di frammentare la gestione della biodiversità in 20 politiche diverse, esponendo l’Italia a inevitabili procedure di infrazione da parte della Commissione Europea per la violazione delle Direttive “Uccelli” e “Habitat”. I costi di tali sanzioni comunitarie, paradossalmente, ricadrebbero sull’intera collettività.
La sfida della coesistenza tra attività agricole e fauna selvatica non si risolve aumentando la pressione venatoria, ma applicando il principio One Health e la prevenzione integrata: recinzioni elettrificate, corridoi ecologici, monitoraggio satellitare e interventi mirati affidati a corpi dello Stato o a tecnici faunistici formati.
La transizione ecologica richiede decisioni basate sulla scienza e sulla lungimiranza. Il DDL Caccia, nella sua formulazione attuale, appare come una risposta parziale a problemi complessi. L’auspicio è che il passaggio alla Camera permetta un ripensamento tecnico, rintroducendo il principio di precauzione e la tutela della biodiversità come beni comuni non negoziabili."
Vedi meno

Nessun commento:
Posta un commento