tratto da https://ambientenonsolo.com/farmoplant-38-anni-dopo-salute-e-bonifiche-ancora-incompiute/
Fabrizio Bianchi e Liliana Cori, in un articolo pubblicato su Scienza in rete, tornano sulla vicenda Farmoplant a trentotto anni dall’esplosione del 17 luglio 1988 nello stabilimento di Massa. Un disastro che continua a rappresentare uno dei casi più significativi di ingiustizia ambientale e sanitaria in Italia.
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Le due esplosioni nell’impianto di produzione del pesticida Rogor provocarono una nube tossica che investì il territorio circostante, inserendosi in una storia già segnata da incidenti industriali, contaminazioni e forti conflitti sociali.
I dati sanitari più recenti confermano che l’area di Massa-Carrara presenta ancora numerose criticità. Nel periodo 2013-2022 la mortalità per tutte le cause è risultata superiore alla media toscana del 10% a Massa e del 9% a Carrara. Si registrano inoltre eccessi per malattie cardiovascolari, tumori, patologie dell’apparato digerente e respiratorio, oltre a una maggiore diffusione di alcune malattie croniche.
Gli studi disponibili non consentono di attribuire automaticamente questi dati all’inquinamento industriale, ma delineano un quadro che richiede ulteriori approfondimenti epidemiologici e ambientali.
Anche il percorso delle bonifiche resta molto lontano dalla conclusione. Nel Sito di interesse nazionale di Massa-Carrara soltanto il 2,6% delle aree risulta effettivamente bonificato, mentre oltre la metà delle superfici è ancora classificata come potenzialmente contaminata.
Le nuove indagini hanno individuato contaminazioni da cromo esavalente, solventi clorurati e altre sostanze nelle falde e nei terreni, mentre gli interventi in corso riguardano soprattutto la messa in sicurezza e il contenimento degli inquinanti.
Il progetto SINTESI punta ora a rafforzare gli studi sul rapporto tra ambiente e salute attraverso una coorte di popolazione, approfondimenti sulla salute respiratoria dei bambini, screening e nuove forme di partecipazione pubblica.
L’obiettivo è trasformare la memoria del disastro e le conoscenze accumulate in strumenti concreti di prevenzione, risanamento e tutela della salute, costruendo un confronto stabile tra istituzioni, ricercatori e cittadini.
A partire dalle questioni sollevate dall’articolo, abbiamo rivolto agli autori due domande per approfondire il rapporto tra memoria, salute pubblica e ritardi nelle bonifiche.
dott. Bianchi, nelvostro recente articolo su scienzainrete mostra che, a quasi quarant’anni dall’esplosione della Farmoplant, il quadro sanitario dell’area continua a destare preoccupazione. Quali sono oggi gli elementi più significativi emersi dagli studi epidemiologici?
Fabrizio Bianchi: Negli ultimi anni le conoscenze sono cresciute in modo considerevole. Gli studi del progetto SENTIERI avevano già documentato eccessi di mortalità e ospedalizzazione per diverse patologie e un’incidenza di mesotelioma pleurico nettamente superiore alla media regionale, a testimonianza dell’eredità lasciata dalle esposizioni occupazionali e ambientali. Le elaborazioni più recenti dell’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana confermano che il profilo sanitario dell’area continua a distinguersi da quello regionale: la speranza di vita è inferiore, la mortalità generale è più elevata, così come quella per malattie cardiovascolari, tumori e alcune patologie respiratorie e dell’apparato digerente.
Questi dati, prodotti da studi di tipo geografico, non consentono da soli di attribuire gli eccessi osservati alle contaminazioni ambientali, ma confermano la necessità di proseguire con studi sempre più integrati, capaci di mettere in relazione esposizioni ambientali, storia lavorativa e condizioni di salute.
Nel vostro articolo emerge però un messaggio nuovo: non basta più descrivere i danni. Quale dovrebbe essere oggi il passo successivo?
Fabrizio Bianchi: Credo che oggi la sfida sia trasformare la conoscenza in prevenzione. Per molti anni l’obiettivo principale è stato capire se e quanto l’inquinamento avesse inciso sulla salute della popolazione. Questo lavoro era necessario e continua a esserlo. Oggi, però, disponiamo di strumenti scientifici che consentono anche di valutare quali benefici potrebbero derivare dalle bonifiche, dalla riduzione delle esposizioni e dagli interventi di prevenzione.
Il progetto SINTESI va proprio in questa direzione. Alle nuove indagini epidemiologiche affianca il rafforzamento degli screening, interventi di prevenzione, studi sulla salute respiratoria dei bambini e una ricostruzione molto più accurata delle esposizioni ambientali e occupazionali. In altre parole, la ricerca non serve soltanto a comprendere il passato, ma può diventare uno strumento per orientare le decisioni e misurare nel tempo i miglioramenti dell’ambiente e della salute.
Dottoressa Cori, nel vostro articolo dedicate molto spazio alla partecipazione dei cittadini. Perché la considerate un elemento essenziale di questo nuovo percorso?
Liliana Cori: Perché nessun percorso di risanamento può essere davvero efficace se rimane confinato all’interno delle istituzioni o della comunità scientifica. In territori come Massa Carrara esiste una memoria collettiva molto forte, costruita attraverso esperienze di lavoro, esposizioni ambientali, conflitti e mobilitazione civica. Questa memoria rappresenta una risorsa preziosa, non un ostacolo.
Con il progetto SINTESI stiamo cercando di costruire un percorso nel quale cittadini, associazioni, sindacati, imprese e istituzioni possano confrontarsi stabilmente, condividere informazioni e contribuire alla definizione delle priorità. La partecipazione non significa sostituire la ricerca scientifica, ma renderla più trasparente, più comprensibile e più utile alle decisioni pubbliche.
Qual è, a suo avviso, l’insegnamento più importante che la vicenda Farmoplant può lasciare oggi ad altri territori italiani interessati da problemi di inquinamento ambientale?
Liliana Cori: Ragionevolmente che memoria, conoscenza e partecipazione non sono tre percorsi separati. La memoria aiuta a non ripetere gli errori; la ricerca produce evidenze indispensabili; la partecipazione crea le condizioni perché quelle conoscenze possano tradursi in decisioni condivise e più efficaci.
Naturalmente tutto questo richiede tempo, capacità di ascolto e una forte assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. La partecipazione non è una soluzione miracolosa, ma un modo diverso di costruire politiche pubbliche, coerente con l’approccio One Health, nel quale salute, ambiente e dimensione sociale vengono affrontati insieme. Oggi disponiamo di conoscenze molto più solide rispetto al passato e importanti studi sono in corso: la vera sfida è trasformarle in strumenti concreti di prevenzione, risanamento ambientale e riduzione delle disuguaglianze. Epidemiologia senza prevenzione può servire per migliorare le conoscenze ma non è sufficiente per migliorare la salute, soprattutto pensando al futuro.
Un messaggio finale?
La memoria è indispensabile per comprendere il passato, ma da sola non basta. Il compito della ricerca è trasformare quella memoria in conoscenza e la conoscenza in prevenzione, attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità e istituzioni capaci di agire.
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