dall'articolo di Marco Talluri: "Non esiste una soglia sicura per il PM2.5
Una delle conclusioni più rilevanti del rapporto riguarda i limiti legali. Il fatto che una città rispetti i limiti di legge non significa che l’aria sia sicura. Gli autori sottolineano che gli effetti sulla salute continuano anche a concentrazioni inferiori ai valori limite attuali e persino sotto le linee guida dell’OMS.
Per il PM2.5, in particolare, le evidenze più recenti indicano che non esiste una soglia chiaramente identificabile al di sotto della quale l’esposizione possa essere considerata priva di rischio. Questo significa che ogni ulteriore riduzione dell’inquinamento può produrre benefici sanitari.
È un messaggio di grande rilievo anche per le politiche italiane ed europee. Troppo spesso il rispetto formale dei limiti viene presentato come punto di arrivo. In realtà, per la salute pubblica dovrebbe essere considerato soltanto una tappa intermedia. L’obiettivo deve essere ridurre l’esposizione quanto più possibile, soprattutto nei luoghi dove vivono, studiano e lavorano le persone più vulnerabili.
Le disuguaglianze dentro la città
Lo studio dell’Imperial College mostra anche che il carico sanitario dell’inquinamento non è distribuito in modo uniforme sul territorio londinese. Le concentrazioni più alte di PM2.5 e NO2 si registrano soprattutto nei borough centrali e interni, come City of London, Westminster, Camden, Kensington and Chelsea, Islington e Tower Hamlets, dove incidono densità del traffico, attività commerciali, combustioni e altre fonti urbane.
Ma quando si guarda al carico sanitario, il quadro diventa più complesso. In termini assoluti, i borough più popolosi registrano il maggior numero di decessi attribuibili: Croydon, Barnet, Bromley, Ealing e Brent. Quando invece il dato viene normalizzato per 100.000 residenti, emergono anche borough esterni come Bexley, Havering e Sutton, dove il carico pro capite è elevato nonostante concentrazioni relativamente più basse, a causa di una popolazione più anziana e di tassi di mortalità di base più alti.
Questo aspetto è fondamentale: il rischio sanitario non dipende solo dalla quantità di inquinamento presente nell’aria, ma anche da chi lo respira. Età, condizioni di salute, vulnerabilità sociale, distribuzione della popolazione e tassi di mortalità influenzano la mappa degli impatti.
La conseguenza politica è chiara. Non basta intervenire solo nei quartieri con concentrazioni più alte. Servono politiche diffuse, capaci di ridurre l’esposizione in tutta la città e di proteggere in modo mirato le popolazioni più fragili.
Il ruolo del traffico e delle politiche urbane
Il traffico stradale resta una delle fonti chiave dell’inquinamento urbano, soprattutto per l’NO2. Non è l’unica fonte: nel modello usato dal rapporto compaiono anche ferrovie, fonti industriali, aeroporti, combustione domestica e commerciale, cottura, legna domestica, cantieri e altre attività urbane. Ma il trasporto su strada continua a essere un settore decisivo, anche perché determina esposizioni elevate vicino alle strade, alle scuole, alle abitazioni e agli spazi pubblici.
Per questo le politiche sulla mobilità sono politiche sanitarie. Zone a basse emissioni, rinnovo delle flotte, autobus a zero emissioni, riduzione del traffico più inquinante, promozione del trasporto pubblico, mobilità attiva e riduzione della velocità urbana possono contribuire a diminuire l’esposizione agli inquinanti.
Il caso di Londra mostra che interventi strutturali, se applicati con continuità e su scala metropolitana, possono produrre miglioramenti misurabili. Non eliminano da soli il problema, ma cambiano la traiettoria.
I limiti dello studio
Il rapporto è molto prudente nel descrivere i propri limiti. Le stime rappresentano una fotografia del carico di mortalità associato ai livelli di inquinamento del 2024, assumendo che tali concentrazioni siano rappresentative dell’esposizione di lungo periodo. Non si tratta quindi di una valutazione dinamica dell’intero ciclo di vita della popolazione, né di una stima completa di tutti gli effetti sanitari.
Lo studio considera solo la mortalità e non include gli esiti di morbilità, cioè le malattie non fatali. Eppure gli autori ricordano che l’impatto sanitario ed economico di patologie come asma, BPCO, ictus, ipertensione e tumore del polmone può essere comparabile a quello della mortalità. Le future valutazioni dovrebbero quindi includere anche questi effetti, per restituire un quadro più completo del costo reale dell’inquinamento atmosferico.
Un altro limite riguarda l’esposizione personale. Il modello usa concentrazioni residenziali ponderate sulla popolazione, ma non incorpora pienamente gli spostamenti quotidiani, come il pendolarismo o l’esposizione nei luoghi di lavoro e nei trasporti. Questo è particolarmente rilevante per Londra, dove la City ha una popolazione residente molto piccola ma una popolazione diurna molto più grande.
Una lezione per le città europee e italiane
La vicenda londinese offre indicazioni importanti per tutte le grandi città europee. La prima è che l’inquinamento si può ridurre. La seconda è che ridurlo produce benefici sanitari misurabili. La terza è che, anche dopo miglioramenti importanti, il carico di malattia e mortalità può restare elevato e richiedere ulteriori interventi.
Per l’Italia, il tema è particolarmente rilevante. Molte città italiane, soprattutto nella Pianura Padana, convivono con livelli elevati di particolato e ossidi di azoto. Le politiche di limitazione del traffico più inquinante sono spesso rinviate, contestate o applicate in modo parziale. Il caso londinese mostra invece che servono continuità amministrativa, dati solidi, misure metropolitane e capacità di spiegare ai cittadini il nesso tra mobilità, aria e salute.
L’aria pulita non è solo una questione ambientale. È prevenzione sanitaria, giustizia sociale e qualità della vita. Ridurre l’inquinamento significa evitare morti premature, ridurre anni di vita persi, prevenire malattie e diminuire costi economici enormi.
Nel confronto con le città italiane, il peso sanitario dell’inquinamento resta rilevante. Nel 2023 l’esposizione all’NO2 ha causato (dati Agenzia Europea per l’Ambiente) il maggior numero di morti attribuibili a Milano 1.083, Roma 848, Napoli 753 e Torino 451; in rapporto alla popolazione Milano registra 62 morti ogni 100.000 abitanti, seguita da Torino 53, Roma e Padova 44. Per il PM2.5, il carico più alto in anni di vita persi riguarda Milano 2.678, Napoli 1.914, Roma 1.781 e Torino 1.404; il dato pro capite è più elevato a Padova 186 anni persi ogni 100.000 abitanti, seguita da Torino e Venezia 163 e Milano 153. Numeri che confermano come la qualità dell’aria sia una priorità sanitaria oltre che ambientale.
Il messaggio finale
Il rapporto dell’Imperial College non racconta una città che ha risolto il problema dell’inquinamento. Racconta una città che ha dimostrato che le politiche pubbliche possono funzionare, ma anche che non ci si può fermare al rispetto dei limiti legali.
Londra ha ridotto in modo consistente PM2.5 e NO2 tra 2019 e 2024. Questo miglioramento, valutato con un metodo coerente, corrisponde a una riduzione del carico di mortalità del 37-40%. Ma nel 2024 l’inquinamento atmosferico resta associato a migliaia di decessi e decine di migliaia di anni di vita persi.
La conclusione è netta: l’aria più pulita salva vite, ma per proteggere davvero la salute pubblica serve continuare a ridurre le emissioni, abbassare gli standard di esposizione e agire in tutti i quartieri, non solo dove le concentrazioni sono più alte."
Vedi meno
Nessun commento:
Posta un commento