La commissione ecomafie continua ad occuparsi della provincia di Latina, discarica di Borgo Montello dopo che i cittadini hanno elencato il disastro ambientale e i collegamenti con le centrali a biogas
mercoledì 30 marzo 2016
ecomafie a Latina discarica di Borgo Montello oggi l'audizione De Gasperis e Spinelli della Procura di Latina
http://www.radioluna.it/news/2016/03/de-gasperis-e-spinelli-in-audizione-nella-commissione-parlamentare-sui-rifiuti/
Trivelle, pozzo Edison al centro di un processo a Ragusa: “Danni ambientali e smaltimento illecito acque contaminate”
Il procedimento penale (vicino alla prescrizione) è stato aperto nel 2007 ma la contaminazione va avanti dal 1989. Nel dossier si legge che gli inquirenti ipotizzano "gravi e reiterati attentati alla salubrità dell'ambiente e dell'ecosistema marino attuando modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi". Stabilito risarcimento di 70 milioni di euro
“Metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE”: è l’elenco di sostanze contenute nella miscela altamente inquinante che sarebbe stata immessaillegalmente nel pozzo Vega 6, al largo di Pozzallo, in provincia di Ragusa, causando danni ambientali e contaminazioni chimiche nelle acque e nel sottosuolo circostanti. Tutto è minuziosamente spiegato in un dossier dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), di cui “S”, il mensile di Live Sicilia, è venuto in possesso. Secondo quanto denunciato da Antonio Condorelli sul magazine, in 19 anni l’impianto di proprietà della Edison ha prodotto circa “cinquecentomila metri cubi di acque ‘contaminate’ da rifiuti anche pericolosi”, che sono state smaltite poi “con modalità assolutamente non conformi alle disposizioni normative”.
Sullo smaltimento dei rifiuti contaminati è stato aperto unprocedimento penale nel 2007 dalla Procura di Ragusa, ma la contaminazione va avanti dal 1989. Nel dossier si legge che gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“.
Al centro del dossier diverse tipologie di “acque contaminate” prodotte durante i processi di lavorazione: in primis le “acque di strato” ovvero quelle derivanti dalla separazione fisica della miscela acqua-idrocarburi estratta dai pozzi”; le “acque dilavaggio” delle cisterne che hanno contenuto gli idrocarburi e per finire le “acque di sentina” composte “dalle miscele oleose derivanti dagli scoli dei motori a combustione interna” che si vanno a depositare sul fondo della sala macchine della nave petroliera. Un “metodo sistematico“, quello dello smaltimento illegale, che prevedeva anche l’aggiunta di sostanze chimiche ai rifiuti prodotti: sostanze che servivano a “mantenere in buono stato di conservazione le strutture del pozzo Vega 6″ e ad “aumentare la capacità di assorbimento dei rifiuti liquidi reimmessi nel sottosuolo” secondo quanto registrato dall’Ispra. Tutto ciò ha portato all’immissione “nel sottosuolo, attraverso il pozzo Vega 6, di una miscela di rifiuti caratterizzata da un elevato potere inquinante“.
L’Ispra ha valutato il costo di smaltimento dell’intero quantitativo di rifiuti al centro dell’inchiesta, tenendo conto che “la natura particolare delle matrici ambientali danneggiate” non potrà essere riportata “alle condizioni originali”. Il danno quindi dovrà essere risarcito per “equivalente patrimoniale“. Ciò significa che, secondo il calcolo fatto dal mensile, visto il costo di smaltimento di un metro cubo, pari a 140 euro, per 496.217 metri cubi (l’ammontare complessivo dei rifiuti) il risarcimentoarriverebbe a “69.470.380 euro”, ovvero quasi 70 milioni. Dal canto suo la Edison Spa, contattata da Condorelli, preferisce non rispondere e l’ufficio stampa parla di analisi in loro possesso che smentirebbero quanto affermato nel dossier. Intanto però il processo si avvicina alla prescrizione, senza essere giunto ancora alla sentenza di primo grado. di F. Q. | 30 marzo 2016 http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/trivelle-pozzo-edison-al-centro-di-un-processo-a-ragusa-danni-ambientali-e-smaltimento-illecito-acque-contaminate/2593186/
Italia dice no al traffico di avorio, ne distrugge una tonnellata Domani 'Ivory crush' al Circo Massimo
Anche l'Italia dice no al traffico di avorio, per il quale ogni anno in Africa vengono massacrati oltre 35mila elefanti, uccise o ferite centinaia di persone negli scontri tra forze dell'ordine e cacciatori di frodo, e in migliaia vengono incarcerati o spinti verso altre forme di crimine. Una tonnellata di avorio confiscato sarà distrutta nel primo 'Ivory crush' in Italia, giovedì al circo Massimo a Roma, e si andrà ad aggiungere alle oltre 60 tonnellate polverizzate negli ultimi cinque anni in altri Paesi del mondo, da quelli africani come Kenia, Gabon, Congo, Mozambico, Ciad ed Etiopia, agli Usa, alle Filippine, ad Hong Kong, alla Cina, a Francia e Belgio.
"Vogliamo inviare un chiaro messaggio che l'Italia non tollera il traffico illegale di avorio e che si impegna nella protezione degli elefanti e delle comunità locali africane sfruttate da network internazionali di criminali e trafficanti", fanno sapere gli organizzatori, il ministero per l'Ambiente in primis con il sottosegretario Barbara Degani che ha concepito questo evento insieme con la Ong Elephant Action League, in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, con l'ufficio italiano Cites (Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione), e con il Corpo Forestale dello Stato.
All'inizio del XIX secolo, in Africa vivevano circa 25 milioni di elefanti e un secolo dopo ne erano rimasti solo 5 milioni, ricordano gli organizzatori rilevando che oggi in tutto il continente africano si stima rimangono circa 350.000 elefanti. Con un tasso di 35.000 elefanti uccisi ogni anno, la loro fine è vicina. Anche il costo umano del traffico d'avorio è enorme: numerosi ranger, guardiaparco, militari, bracconieri e povera gente perdono la vita. Il bracconaggio degli elefanti e il traffico d'avorio illegale uccidono il turismo e le speranze per una vita migliore di molte popolazioni locali, fa sapere l'Elephant Action League, mentre criminali e trafficanti sfruttano la povertà d'intere comunità. Dietro il traffico di avorio c'è corruzione a tutti i livelli, riciclaggio di denaro sporco e molte armi che vengono utilizzate per anche per uccidere persone. Questo traffico fornisce anche fondi a pericolose reti criminali internazionali, a trafficanti di esseri umani, milizie e organizzazioni terroristiche.
La macchina utilizzata per distruggere l’avorio è tecnicamente chiamata “Unità Cingolata per Frantumazione Primaria” ed è offerta gratuitamente dalla ditta Impianti Industriali con sede a Dalmine (Bergamo). All'evento parteciperanno, tra gli altri, il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, il commissario straordinario di Roma, prefetto Francesco Paolo Tronca che ha dato la disponibilità del Circo Massimo, e alcuni testimonial che porteranno qualche oggetto in avorio da distruggere.
"Accendere i riflettori sui numeri spaventosi e sulle pratiche barbare che caratterizzano il traffico illecito di avorio nel mondo" spiega il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti rilevando che "di fronte a un fenomeno di questa portata, che mette a rischio la specie degli elefanti e foraggia le reti criminali, l'azione dell'Europa e dell'Italia sarà quanto mai determinata". Il commercio illegale di avorio, spiega Andrea Crosta, co-fondatore di Eal (Elephant Action League) "comporta un prezzo altissimo in termini di vite umane e rappresenta un'importante fonte di finanziamento per pericolosi gruppi criminali, milizie e organizzazione terroristiche come al-Shabaab o la LRA di Joseph Kony, oltre che favorire corruzione, riciclaggio di denaro e lo sfruttamento delle comunità locali".
Cesare Patrone, capo del Corpo forestale dello Stato ricorda come da anni la Forestale "si spende con impegno e competenza nel contrasto ai traffici di specie protette, anche utilizzando i beni confiscati in scuole e musei per veicolare il messaggio della Convenzione di Washington (Cites). L'iniziativa di distruggere una quantità rappresentativa di avorio" - oltre mezza tonnellata passerà in una macchina industriale schiacciasassi, per poi essere smaltito definitivamente -, "confiscato proprio grazie all'attività di polizia, assurge, tra l'altro, a simbolo della più ampia lotta al bracconaggio, che vede tutte le autorità di enforcement della Cites collaborare verso un unico comune obiettivo: fermare il 'wildlife crime'".
Esprime orgoglio per "aver ottenuto il sostegno del Governo italiano per questa iniziativa in cui verrà distrutta una quantità simbolica di avorio confiscato", Gilda Moratti, co-fondatrice di Eal. Il Circo Massimo, dunque, dopo Times Square a New York e la Torre Eiffel a Parigi, diventa protagonista nella campagna internazionale contro l'avorio illegale. Durante la cerimonia sarà passato il testimone ad un rappresentate del Kenya, che il 30 aprile brucerà la più grande quantità di avorio mai distrutta fino ad ora, ben 120 tonnellate.
Questi i Paesi che negli anni hanno distrutto gli stock di avorio (interamente o parzialmente):
1989 Kenya
1991 Kenya – 6,8 tonnellate
1992 Emirati Arabi Uniti 12 tonnellate
Zambia – 9,5 tonnellate
2011 Kenya – 5 tonnellate
2012 Gabon – 4,8 tonnellate
2013 USA – 6 tonnellate http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2016/03/29/italia-dice-no-al-traffico-di-avorio-ne-distrugge-una-tonnellata_7764776b-3f48-4c4e-b8ae-b45ea07475b8.html
Filippine – 5 tonnellate
2014 Chad – 1,1 tonnellate
Hong Kong – 28 tonnellate
Cina – 6,15 tonnellate
Francia – 3 tonnellate
Belgio – 1,5 tonnellate
2015 Kenya – 15 tonnellate
Etiopia – 6,1 tonnellate
Repubblicadel Congo – 4,7 tonnellate
Cina – 662 chili
USA –>1 tonnellata
Mozambico – 2,4 tonnellate
"Vogliamo inviare un chiaro messaggio che l'Italia non tollera il traffico illegale di avorio e che si impegna nella protezione degli elefanti e delle comunità locali africane sfruttate da network internazionali di criminali e trafficanti", fanno sapere gli organizzatori, il ministero per l'Ambiente in primis con il sottosegretario Barbara Degani che ha concepito questo evento insieme con la Ong Elephant Action League, in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, con l'ufficio italiano Cites (Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione), e con il Corpo Forestale dello Stato.
All'inizio del XIX secolo, in Africa vivevano circa 25 milioni di elefanti e un secolo dopo ne erano rimasti solo 5 milioni, ricordano gli organizzatori rilevando che oggi in tutto il continente africano si stima rimangono circa 350.000 elefanti. Con un tasso di 35.000 elefanti uccisi ogni anno, la loro fine è vicina. Anche il costo umano del traffico d'avorio è enorme: numerosi ranger, guardiaparco, militari, bracconieri e povera gente perdono la vita. Il bracconaggio degli elefanti e il traffico d'avorio illegale uccidono il turismo e le speranze per una vita migliore di molte popolazioni locali, fa sapere l'Elephant Action League, mentre criminali e trafficanti sfruttano la povertà d'intere comunità. Dietro il traffico di avorio c'è corruzione a tutti i livelli, riciclaggio di denaro sporco e molte armi che vengono utilizzate per anche per uccidere persone. Questo traffico fornisce anche fondi a pericolose reti criminali internazionali, a trafficanti di esseri umani, milizie e organizzazioni terroristiche.
La macchina utilizzata per distruggere l’avorio è tecnicamente chiamata “Unità Cingolata per Frantumazione Primaria” ed è offerta gratuitamente dalla ditta Impianti Industriali con sede a Dalmine (Bergamo). All'evento parteciperanno, tra gli altri, il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, il commissario straordinario di Roma, prefetto Francesco Paolo Tronca che ha dato la disponibilità del Circo Massimo, e alcuni testimonial che porteranno qualche oggetto in avorio da distruggere.
"Accendere i riflettori sui numeri spaventosi e sulle pratiche barbare che caratterizzano il traffico illecito di avorio nel mondo" spiega il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti rilevando che "di fronte a un fenomeno di questa portata, che mette a rischio la specie degli elefanti e foraggia le reti criminali, l'azione dell'Europa e dell'Italia sarà quanto mai determinata". Il commercio illegale di avorio, spiega Andrea Crosta, co-fondatore di Eal (Elephant Action League) "comporta un prezzo altissimo in termini di vite umane e rappresenta un'importante fonte di finanziamento per pericolosi gruppi criminali, milizie e organizzazione terroristiche come al-Shabaab o la LRA di Joseph Kony, oltre che favorire corruzione, riciclaggio di denaro e lo sfruttamento delle comunità locali".
Cesare Patrone, capo del Corpo forestale dello Stato ricorda come da anni la Forestale "si spende con impegno e competenza nel contrasto ai traffici di specie protette, anche utilizzando i beni confiscati in scuole e musei per veicolare il messaggio della Convenzione di Washington (Cites). L'iniziativa di distruggere una quantità rappresentativa di avorio" - oltre mezza tonnellata passerà in una macchina industriale schiacciasassi, per poi essere smaltito definitivamente -, "confiscato proprio grazie all'attività di polizia, assurge, tra l'altro, a simbolo della più ampia lotta al bracconaggio, che vede tutte le autorità di enforcement della Cites collaborare verso un unico comune obiettivo: fermare il 'wildlife crime'".
Esprime orgoglio per "aver ottenuto il sostegno del Governo italiano per questa iniziativa in cui verrà distrutta una quantità simbolica di avorio confiscato", Gilda Moratti, co-fondatrice di Eal. Il Circo Massimo, dunque, dopo Times Square a New York e la Torre Eiffel a Parigi, diventa protagonista nella campagna internazionale contro l'avorio illegale. Durante la cerimonia sarà passato il testimone ad un rappresentate del Kenya, che il 30 aprile brucerà la più grande quantità di avorio mai distrutta fino ad ora, ben 120 tonnellate.
Questi i Paesi che negli anni hanno distrutto gli stock di avorio (interamente o parzialmente):
1989 Kenya
1991 Kenya – 6,8 tonnellate
1992 Emirati Arabi Uniti 12 tonnellate
Zambia – 9,5 tonnellate
2011 Kenya – 5 tonnellate
2012 Gabon – 4,8 tonnellate
2013 USA – 6 tonnellate http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2016/03/29/italia-dice-no-al-traffico-di-avorio-ne-distrugge-una-tonnellata_7764776b-3f48-4c4e-b8ae-b45ea07475b8.html
Filippine – 5 tonnellate
2014 Chad – 1,1 tonnellate
Hong Kong – 28 tonnellate
Cina – 6,15 tonnellate
Francia – 3 tonnellate
Belgio – 1,5 tonnellate
2015 Kenya – 15 tonnellate
Etiopia – 6,1 tonnellate
Repubblicadel Congo – 4,7 tonnellate
Cina – 662 chili
USA –>1 tonnellata
Mozambico – 2,4 tonnellate
Il referendum contro le trivelle del 17 aprile spiegato a mia figlia
Cara Mirta, http://www.huffingtonpost.it/isabella-pratesi/il-referendum-del-17-aprile-spiegato-a-mia-figlia_b_9570772.html
so che hai sentito parlare del referendum sulle Trivelle (per fortuna il tema è arrivato sui social). E mi hai anche detto che non ci hai capito molto. Ti ho scritto delle brevi risposte alle domande che mi hai fatto. Hai ragione, le generazioni che si sono alternate sulla Terra hanno fatto un vero casino... Abbiamo qualche speranza di salvarci solo se voi giovani prenderete in mano il vostro futuro. Ecco perché ci tengo che tu il 17 vada a votare.
Un abbraccio forte,
mamma
mamma
Cosa chiede esattamente il referendum?
Il referendum chiede che ci sia un divieto chiaro e assoluto di estrarre petrolio vicino alle coste marine (entro le 12 miglia marine). È vero infatti che le società petrolifere attualmente non possono aprire nuovi pozzi vicini alla costa, ma è anche vero che le attività già in corso (ce ne sono circa 100) possono continuare a operare senza limiti di tempo! Se vogliamo mettere definitivamente al riparo le coste italiane dalle attività petrolifere, dobbiamo votare Sì al referendum. In questo modo le concessioni petrolifere troppo vicine alla costa andrebbero progressivamente a cessare.
Il referendum chiede che ci sia un divieto chiaro e assoluto di estrarre petrolio vicino alle coste marine (entro le 12 miglia marine). È vero infatti che le società petrolifere attualmente non possono aprire nuovi pozzi vicini alla costa, ma è anche vero che le attività già in corso (ce ne sono circa 100) possono continuare a operare senza limiti di tempo! Se vogliamo mettere definitivamente al riparo le coste italiane dalle attività petrolifere, dobbiamo votare Sì al referendum. In questo modo le concessioni petrolifere troppo vicine alla costa andrebbero progressivamente a cessare.
Ma è pericoloso il petrolio per il Mediterraneo?
Pericolosissimo. Un probabile sversamento andrebbe a distruggere le nostre coste, i nostri ecosistemi, le nostre vite: nessuno riesce a fermare le maree nere, neanche paesi come gli Stati Uniti (ti ricordi il drammatico incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico?). Perché correre questo rischio? Solo per gli interessi delle multinazionali del petrolio? È bene poi ricordare che dalle piattaforme petrolifere vengono immesse nel mare una gran quantità di sostanze chimiche pericolose, sia per noi sia per il mare.
Pericolosissimo. Un probabile sversamento andrebbe a distruggere le nostre coste, i nostri ecosistemi, le nostre vite: nessuno riesce a fermare le maree nere, neanche paesi come gli Stati Uniti (ti ricordi il drammatico incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico?). Perché correre questo rischio? Solo per gli interessi delle multinazionali del petrolio? È bene poi ricordare che dalle piattaforme petrolifere vengono immesse nel mare una gran quantità di sostanze chimiche pericolose, sia per noi sia per il mare.
Un'altra cosa che nessuno ti racconta è che per la ricerca del petrolio viene utilizzata la tecnica dell'airgun (esplosioni sottomarine di aria compressa), molto pericolosa per la fauna marina: le onde sonore possono modificare i comportamenti e indebolire il sistema immunitario di molti animali. È probabile che gli airgun siano responsabili dello spiaggiamento anomalo di capodogli, balene e delfini.
Insomma il gioco non vale la candela...
No, non vale proprio la candela. Pensa che anche se sfruttassimo tutti i giacimenti marini di petrolio sotto il mare italiano questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 7 settimane... mentre allo stesso tempo esporremmo il nostro meraviglioso mare (molto delicato perché praticamente chiuso) al rischio di collasso.
No, non vale proprio la candela. Pensa che anche se sfruttassimo tutti i giacimenti marini di petrolio sotto il mare italiano questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 7 settimane... mentre allo stesso tempo esporremmo il nostro meraviglioso mare (molto delicato perché praticamente chiuso) al rischio di collasso.
Cosa c'entra questo referendum con il cambiamento climatico?
Il cambiamento climatico è il peggiore disastro ambientale prodotto dall'uomo sul pianeta. È sempre più evidente che se continuiamo così le nuove generazioni (la tua!) dovranno far fronte a veri e propri cataclismi. I gas responsabili del cambiamento climatico sono prodotti proprio dai combustibili fossi utilizzati per produrre energia (petrolio, carbone, gas). Esistono alternative energetiche amiche del clima (solare, eolico, etc.) ma non riescono ad imporsi sul mercato per i grandi interessi economici contrari.
Il cambiamento climatico è il peggiore disastro ambientale prodotto dall'uomo sul pianeta. È sempre più evidente che se continuiamo così le nuove generazioni (la tua!) dovranno far fronte a veri e propri cataclismi. I gas responsabili del cambiamento climatico sono prodotti proprio dai combustibili fossi utilizzati per produrre energia (petrolio, carbone, gas). Esistono alternative energetiche amiche del clima (solare, eolico, etc.) ma non riescono ad imporsi sul mercato per i grandi interessi economici contrari.
Cercare di fermare lo sfruttamento petrolifero del Mediterraneo, nei luoghi più delicati e vulnerabili, è un modo anche per dire che siamo veramente preoccupati per quello che sta succedendo e che vogliamo delle politiche energetiche più attente alla natura e all'ambiente.
Esattamente, qual è il testo del referendum?
È un po' difficile ma provo a spiegartelo. La domanda del referendum è "Volete voi che sia abrogato l'art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, 'Norme in materia ambientale', come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 'Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)', limitatamente alle seguenti parole: 'per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale'?".
È un po' difficile ma provo a spiegartelo. La domanda del referendum è "Volete voi che sia abrogato l'art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, 'Norme in materia ambientale', come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 'Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)', limitatamente alle seguenti parole: 'per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale'?".
In sostanza il referendum ci chiede se vogliamo abrogare il fatto che i pozzi già autorizzati possano essere sfruttati dalle compagnie private fino ad esaurimento del giacimento ovvero senza limiti di tempo (mentre le norme europee stabiliscono che la concessione non superi il limite dei 30 anni), anche se si trovano nell'area proibita a queste attività (ovvero entro le 12 miglia marine dalla costa). La risposta è Sì, vogliamo che l'articolo sia abrogato e vogliamo che le concessioni abbiano scadenze allo scoccare della quali debbano andarsene da luoghi troppo delicati e pericolosi per il mare e per noi.
Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi: non è un controsenso?
È chiaro che oltre a ridurre l'estrazione del petrolio dal Mediterraneo dovremo darci da fare per cambiare le nostre abitudini energetiche. In primis il nostro paese deve impegnarsi per rendere i nostri spostamenti meno dipendenti dal petrolio. Ognuno di noi poi, nel suo piccolo, può fare qualcosa. Iniziamo con dare responsabilmente il nostro parere al referendum.
Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi: non è un controsenso?
È chiaro che oltre a ridurre l'estrazione del petrolio dal Mediterraneo dovremo darci da fare per cambiare le nostre abitudini energetiche. In primis il nostro paese deve impegnarsi per rendere i nostri spostamenti meno dipendenti dal petrolio. Ognuno di noi poi, nel suo piccolo, può fare qualcosa. Iniziamo con dare responsabilmente il nostro parere al referendum.
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Perché sì e perché no: le domande sul voto
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Uccise 200 balene incinte in caccia 'scientifica' Giappone Su quota 333 in Antartide, Australia verso azione legale
Nella stagione estiva appena conclusa di caccia 'scientifica' alle balene nei mari antartici, le baleniere giapponesi hanno riportato in patria la 'quota' di 333 balenottere minori uccise, di cui circa 200 incinte. Un'ammissione che induce Australia e Nuova Zelanda a minacciare una rinnovata azione legale internazionale contro la mattanza. L'istituto giapponese per la ricerca sui cetacei ha confermato il numero di balene incinte, alcune delle quali aspettavano gemelli, aggiungendo che la prevalenza di balene incinte indica lo stato di salute della popolazione.
L'Australia continuerà a premere sul Giappone perché ottemperi ai suoi obblighi internazionali ed ai principi stabiliti dalla Corte internazionale di giustizia, ha detto la ministra degli esteri Julie Bishop. Ha aggiunto che il governo "sta considerando tutte le strade per ottenere l'adesione alle sue decisioni". La Corte, cui l'Australia e la Nuova Zelanda si erano rivolte, ha stabilito nel 2014 che la caccia non ha fini scientifici ed è quindi illegale e ne ha ordinato la sospensione. Il Giappone tuttavia si è limitato a 'saltare' la stagione di caccia dell'estate 2014/15 e ad annunciare un nuovo programma per giustificare l'uccisione di oltre 4000 balene nei prossimi 12 anni. Poco dopo si è ritirato dalla giurisdizione della corte stessa. La ripresa della caccia nei mari antartici è stata condannata duramente da scienziati della Commissione Baleniera Internazionale (IWC). In una lettera pubblicata di recente sulla rivista Nature, 30 dei 200 membri del comitato scientifico della Commissione hanno chiesto un urgente riesame delle procedure scientifiche per gestire le popolazioni di balene, descrivendo il sistema esistente "una "perdita di tempo". Ed esprimendo "frustrazione" per l'inosservanza da parte di Tokyo delle raccomandazioni della commissione.(ANSA).
L'Australia continuerà a premere sul Giappone perché ottemperi ai suoi obblighi internazionali ed ai principi stabiliti dalla Corte internazionale di giustizia, ha detto la ministra degli esteri Julie Bishop. Ha aggiunto che il governo "sta considerando tutte le strade per ottenere l'adesione alle sue decisioni". La Corte, cui l'Australia e la Nuova Zelanda si erano rivolte, ha stabilito nel 2014 che la caccia non ha fini scientifici ed è quindi illegale e ne ha ordinato la sospensione. Il Giappone tuttavia si è limitato a 'saltare' la stagione di caccia dell'estate 2014/15 e ad annunciare un nuovo programma per giustificare l'uccisione di oltre 4000 balene nei prossimi 12 anni. Poco dopo si è ritirato dalla giurisdizione della corte stessa. La ripresa della caccia nei mari antartici è stata condannata duramente da scienziati della Commissione Baleniera Internazionale (IWC). In una lettera pubblicata di recente sulla rivista Nature, 30 dei 200 membri del comitato scientifico della Commissione hanno chiesto un urgente riesame delle procedure scientifiche per gestire le popolazioni di balene, descrivendo il sistema esistente "una "perdita di tempo". Ed esprimendo "frustrazione" per l'inosservanza da parte di Tokyo delle raccomandazioni della commissione.(ANSA).
commissione ecomafie in provincia di Latina discarica di Borgo Montello, oggi audizione del Procuratore Andrea de Gasperis, continua l'attenzione del Parlamento sul disastro ambientale nel comune di Latina dove nessuno ha controllato e tra discarica, biogas e nucleare non c'è fine all'inquinamento
http://www.parlamento.it/Web/17LavoriNewV.nsf/All/78A1CBE8169B1EA9C1257F81006569C2?OpenDocument
Ore 14 Audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Latina, Andrea De Gasperis
Al termine UFFICIO DI PRESIDENZA INTEGRATO DAI RAPPRESENTANTI DEI GRUPPI
Al termine COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE
Roma, 24 marzo 2016 ALESSANDRO BRATTI
CAMERA DEI DEPUTATI SENATO DELLA REPUBBLICA
___________________ __________________________
XVII LEGISLATURA
COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA
SULLE ATTIVITA’ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI
E SU ILLECITI AMBIENTALI AD ESSE CORRELATI
SETTIMANA DAL 28 MARZO AL 1° APRILE 2016
Mercoledì 30 marzo 2016
AUDIZIONI___________________ __________________________
XVII LEGISLATURA
COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA
SULLE ATTIVITA’ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI
E SU ILLECITI AMBIENTALI AD ESSE CORRELATI
SETTIMANA DAL 28 MARZO AL 1° APRILE 2016
Mercoledì 30 marzo 2016
Ore 14 Audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Latina, Andrea De Gasperis
Al termine UFFICIO DI PRESIDENZA INTEGRATO DAI RAPPRESENTANTI DEI GRUPPI
Al termine COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE
Palazzo San Macuto
Aula IV piano
IL PRESIDENTEAula IV piano
Roma, 24 marzo 2016 ALESSANDRO BRATTI
LE RISERVE DI GAS E PETROLIO RENDONO LE TRIVELLE UN BUON AFFARE? referendum 17 aprile votate sì contro la devastazione delle trivelle
Quanto petrolio e quanto gas abbiamo? Le trivelle sono un buon affare?
EG per il ‘si’ – “Le trivelle sono state un buon affare per l’Italia nel periodo del boom economico. Enrico Mattei ebbe intuizioni geniali, ma oggi si proietterebbe verso il futuro. Con le riserve certe di idrocarburi stimate dal Mise potremmo far fronte alla domanda interna di petrolio per appena 7 settimane e di gas per 6 mesi, determinando ricadute negative sul turismo (10% del Pil e 3 milioni di occupati), la pesca (2,5% del Pil e 350mila occupati) e il settore agroalimentare (8,7% del Pil 3,3 milioni di occupati). Royalties a parte, che secondo la Corte dei Conti non sono tasse, il rischio industriale dovrebbe spingerci ad abbandonare progressivamente le fonti fossili.
UM per il ‘no’- “Ad oggi, l’industria petrolifera finanzia le sue attività e si assume tutti i rischi economici della ricerca senza alcun aiuto degli Stati. Paga regolarmente le royalties e le tasse, contribuendo al benessere collettivo. Non è il caso delle rinnovabili, che hanno bisogno di costanti e importanti finanziamenti pubblici, pagati dai cittadini attraverso le bollette dell’elettricità o con la tassazione diretta. Con il livello della ricerca raggiunta ad oggi, sarebbe impossibile sostituire gli idrocarburi con fonti rinnovabili. A meno che si decida di fermare il Paese per qualche decennio. No aerei, no tir, no autovetture. Per circa 30 anni”. di Luisiana Gaita | 30 marzo 2016 http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/trivelle-guida-al-referendum-lavoro-inquinamento-e-politiche-energetiche-fronte-del-si-e-del-no-confronto/2563033/4/
referendum trivelle 17 aprile LE RICADUTE SU AMBIENTE, ECOSISTEMI MARINI E PESCA, votate sì contro la devastazione
Quali sono le conseguenze sull’ecosistema terra-mare, sull’inquinamento di acqua, sulla tutela della biodiversità e della pesca?
EG per il ‘sì’ – “Le società che estraggono escludono il rischio di incidenti in mare, ma questa possibilità non può essere esclusa. Prendiamo per esempio la concessione di olio ‘Rospo Mare’ di Eni e di Edison (nell’offshore abruzzo-molisano), ad un tiro di schioppo dalle Tremiti e a poche miglia dal parco marino di Punta Penne. Qui, tra il 2005 ed il 2013, si sono verificati due sversamenti: l’ultima volta sono finiti in mare mille litri di idrocarburo. Si è sfiorato un disastro ambientale in l’Adriatico. Rospo Mare è una delle concessioni interessate dal referendum: se dovesse vincere il ‘no’, Edison ed Eni potrebbero decidere di aprire altri pozzi e andare avanti finché ce n’è o finché lo riterranno conveniente”.
UM per il ‘no’ – “Basta visitare una piattaforma o assistere al processo di perforazione per rendersi conto del livello di rispetto ambientale garantito con le tecnologie sviluppate dalle nostre aziende. Nulla viene scaricato a mare, ma trattato e riportato a terra in discariche specializzate. I sistemi di trattamento delle acque consentono spesso la loro piena potabilità. In California, in seguito al totale sfruttamento dei giacimenti petroliferi, bisognava smantellare le piattaforme. Ed è proprio il movimento ambientalista a chiedere di lasciare lì le piattaforme divenute ormai un tutt’uno con l’ecosistema marino e punto di ripopolazione della fauna”.
È vero che lo stop della produzione di idrocarburi nel nostro Paese richiederebbe un aumento delle importazioni e il maggior traffico di petroliere nei porti italiani?
EG per il ‘sì’ – “Per il gas non si capisce bene di cosa stiamo parlando: quasi tutto quello importato arriva in Italia attraverso 5 metanodotti e solo per il 7% con navi metaniere sotto forma di gas liquefatto. Inoltre, la minore produzione di gas, che è pari ad appena il 3% del fabbisogno nazionale, potrebbe essere compensata puntando su rinnovabili ed efficienza energetica. Si potrebbero recuperare così i 60mila posti di lavoro persi dal 2013 a oggi, dando uno scossone al Pil. Secondo Enel e Confindustria, l’efficientamento energetico potrebbero creare 400mila nuovi posti e un giro d’affari compreso tra i 350 e i 510 miliardi. Quanto all’aumento delle estrazioni di petrolio nazionale è causa di maggior traffico nei porti italiani e di inquinamento”.
UM per il ‘no’ – “La fermata della produzione di gas e petrolio nazionale comporta la piena sostituzione con volumi equivalenti importati dall’estero. Bisognerà pagare in valuta e trasportare gli idrocarburi con petroliere e con gasiere di Lng (ma poi nessuno vuole I rigassificatori!). Storicamente i grandi inquinamenti a mare sono avvenuti nella fase del trasporto. Quindi il cambiamento farà aumentare i rischi. A meno che venga proposta per legge una riduzione dei consumi petroliferi, il che vuol dire ridurre drasticamente i trasporti (aerei, auto, camion, traghetti, navi, moto), limitare le produzioni delle aziende metalmeccaniche e rinunciare a coprire manto stradale e autostradale con gli asfalti di alta qualità prodotti dall’industria italiana”. di Luisiana Gaita | 30 marzo 2016 http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/trivelle-guida-al-referendum-lavoro-inquinamento-e-politiche-energetiche-fronte-del-si-e-del-no-confronto/2563033/3/
OCCUPAZIONE E TURISMO, SINDACATI DIVISI E "CASO RAVENNA" referendum trivelle vota sì il 17 aprile per tutelare l'ambiente e l'economia
Sulla questione occupazione si sono spaccati anche i sindacati. Per la Cgil della Basilicata lo sfruttamento della Val D’Agri non ha portato benefici, mentre la Cgil nazionale, con il segretario dei chimici Emilio Miceli, sostiene che votare ‘no’ tuteli migliaia di posti di lavoro. Solo nella provincia di Ravenna si parla di 7mila persone impiegate nel settore dell’offshore. L’Italia può permettersi di chiudere gli impianti?
Enrico Gagliano per il ‘sì’ – “La vittoria del ‘sì’ non determinerà alcuna cessazione immediata delle attività offshore, che proseguirebbero fino alla loro scadenza per terminare in un arco di tempo che oscilla da un minimo di 1 anno e 3 mesi a un massimo di 11 anni. Sulla questione disoccupazione si fa terrorismo mediatico: il referendum riguarda concessioni che erogano il 9% del petrolio e il 27% di tutto il gas estratti in Italia; i pozzi di gas hanno superato da anni il picco di produzione e hanno una vita residua media di 5/6 anni, un tempo sufficiente per riqualificare il settore”.
Umberto Minopoli per il ‘no’ – “L’opportunità offerta dalla scoperta degli idrocarburi in Italia ha consentito la nascita dell’Eni e, intorno a esso, di una miriade di aziende che, partendo dal business nazionale, hanno sviluppato tecnologie d’avanguardia e sono diventate leader nel mondo. Il referendum, imponendo la fermata della produzione di campi a gas già funzionanti in piena sicurezza e in modo redditizio, bloccherebbe il motore che ha finora consentito alle aziende di investire in Italia. Il fenomeno sta già verificandosi a Ravenna e in Adriatico. Il ragionamento dei sindacati lucani è totalmente miope.
Il caso Ravenna è emblematico. Secondo alcuni studiosi gli impianti non danneggiano il turismo, secondo altri in quell’area le estrazioni di acqua e gas dal sottosuolo accelerano il fenomeno della subsidenza costringendo a investimenti per tutelare spiagge e suolo.
EG per il ‘sì’ – “Dove sono finiti quelli che – Prodi in testa – indicavano nella Croazia il modello da seguire? Il nuovo governo croato ha deciso di bloccare i progetti di estrazione in Adriatico per difendere il turismo. Noi, invece, scegliamo le trivelle. L’accelerazione del fenomeno della subsidenza è un dato: secondo l’Arpa dell’Emilia Romagna, in prossimità del giacimento di gas Angela-Angelina le estrazioni hanno prodotto in oltre 20 anni, sui fondali compresi tra i 4 e i 6 metri, abbassamenti superiori a 2 metri. Da Nord a Sud: anche in Calabria, vicino Crotone, Leonardo Seeber, sismologo della Columbia University, ha registrato un nesso tra estrazioni di gas in mare e subsidenza. Su Capo Colonna è stato eretto un muro di silenzio perché in quell’area dello Ionio, molto vicino alla costa, si estrae quasi il 15 per cento di tutto il gas estratto in Italia”.
UM per il ‘no’ – “Il Turismo a Ravenna è un dato di fatto. I veri problemi ci sono stati al più in passato quando una raffineria e un polo petrolchimico (che importavano petrolio dall’estero) hanno obbligato a trovare un equilibrio complesso. Ma dal settore ricerca e produzione di idrocarburi si sono solo avuti benefici importanti, fino a giungere alla simbiosi fra piattaforme di produzion e di gas naturale e la coltivazione di cozze con il ripopolamento della fauna ittica. Sulla subsidenza sono stati effettuati studi approfonditi a altamente scientifici, con la creazione di modelli elaborati da università e centri di ricerca. La subsidenza riguarda tutta la fascia appenninica con un costante spostamento verso Est, che porterà fra un milione di anni alla scomparsa del Mare Adriatico”. di Luisiana Gaita | 30 marzo 2016 http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/trivelle-guida-al-referendum-lavoro-inquinamento-e-politiche-energetiche-fronte-del-si-e-del-no-confronto/2563033/2/
Referendum trivelle, la guida: lavoro, inquinamento e politiche energetiche. Fronte del Sì e del No a confronto
Il 17 aprile italiani alle urne per votare sulla durata delle concessioni alle società petrolifere. Enrico Gagliano (promotore della tornata e fondatore del coordinamento No Triv) e Umberto Minopoli (presidente dell’Associazione italiana nucleare) rispondono alle domande de ilfattoquotidiano.it sui temi centrali della consultazione
Occupazione, inquinamento, ambiente e politiche energetiche. Ecco i temi su cui ci si deve interrogare prima di votare ‘sì’ o ‘no’ al referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile, che per essere valido deve raggiungere il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto. Oggi in Italia non si possono ottenere permessi di ricerca o prospezione né concessioni di coltivazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa. Eppure in quelle aree off limits alcune società continuano le loro attività. Lo consente il comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 152 del 2006, sostituito dal comma 239 dell’articolo 1 della legge di Stabilità (del 28 dicembre scorso) che permette a chi ha già ottenuto una concessione di rinnovarla continuando l’attività ‘per la durata di vita utile del giacimento’. Se prima le concessioni di coltivazione avevano una durata di 30 anni (prorogabile per periodi di 10 e 5 anni) e i permessi di ricerca di 6 anni (anche questi prorogabili), la legge di Stabilità ha decretato che i titoli già rilasciati non abbiano più scadenza.
PERCHE’ LA LEGGE IN VIGORE E’ FAVOREVOLE ALLE SOCIETA’ PETROLIFEREUn particolare non di poco conto. Perché dismettere un impianto comporta costi altissimi per le società concessionarie, che quindi puntano a estrarre il minimo indispensabile per il maggior arco di tempo possibile. Questo modus operandi, inoltre, ha anche un’altra spiegazione, tutta economica: le franchigie. Le società petrolifere, infatti, non pagano le royalties se producono meno di 20mila tonnellate di petrolio su terra e meno di 50mila in mare. Ma rivendono tutto a prezzo pieno. E se si superano le soglie, ecco che scatta un’ulteriore detrazione di circa 40 euro a tonnellata. Morale: il 7% delle royalties viene pagato solo dopo le prime 50mila tonnellate di greggio estratto e neppure per intero. “Sistema comodo per le società, che possono mantenere in vita impianti da cui producono quantità modeste di petrolio”, spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Smantellare costa di più – aggiunge – meglio continuare a produrre anche poco, sotto la soglia della franchigia, senza pagare le royalties”. In Italia, inoltre, sono esentate dal pagamento le produzioni in regime di permesso di ricerca. Ecco perché per chi estrae è fondamentale quella “durata di vita utile del giacimento“.
NUOVE TRIVELLE? SI’, ECCO PERCHE’
Che non scongiura la possibilità di costruire nuovi impianti entro le 12 miglia, specie se previsto nel programma originario delle concessioni già rilasciate. Se il giacimento può essere ancora sfruttato, infatti, le aziende potranno rinnovare gli impianti e aumentare la produzione estrattiva, chiedendo di portare a termine il programma. E potrebbero anche avere bisogno di nuove piattaforme e nuovi pozzi. Quindi nuove trivelle. Sta accadendo inSicilia, con il progetto della Vega B (è prevista la realizzazione dei primi 4 pozzi, a cui se ne aggiungeranno altri 8), che potrebbe sorgere all’interno della concessione per la Vega A. Situazione simile a quella di Rospo Mare (di fronte all’Abruzzo) per la quale si parla di altri 4 pozzi.
Che non scongiura la possibilità di costruire nuovi impianti entro le 12 miglia, specie se previsto nel programma originario delle concessioni già rilasciate. Se il giacimento può essere ancora sfruttato, infatti, le aziende potranno rinnovare gli impianti e aumentare la produzione estrattiva, chiedendo di portare a termine il programma. E potrebbero anche avere bisogno di nuove piattaforme e nuovi pozzi. Quindi nuove trivelle. Sta accadendo inSicilia, con il progetto della Vega B (è prevista la realizzazione dei primi 4 pozzi, a cui se ne aggiungeranno altri 8), che potrebbe sorgere all’interno della concessione per la Vega A. Situazione simile a quella di Rospo Mare (di fronte all’Abruzzo) per la quale si parla di altri 4 pozzi.
COSA SI VA A VOTARE: IL QUESITO
Che cosa, quindi, i cittadini italiani potranno cambiare in concreto con il loro voto? Potranno decidere se abrogare (con il ‘sì’) questa parte di norma e far valere, anche per i titoli già rilasciati, il divieto di ‘operare’ entro le 12 miglia dalla costa, facendo cessare le attività in corso in mare. Non immediatamente, ma alla data di scadenza ‘naturale’ della concessione. Anche se ci fossero ancora petrolio o gas da estrarre. Se passa il ‘no’, invece, si va avanti fino all’esaurimento. In Italia sono state rilasciate 35 concessioni per estrazione di idrocarburi (coltivazione) in mare che interessano anche aree entro le 12 miglia dalla costa. Ventisei sono quelle produttive tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi. L’attuale norma salva anche i permessi di ricerca già rilasciati: sono dodici, compreso quello che riguarda Ombrina Mare. Partendo dai nodi attorno a cui si sviluppa il dibattito, ilfattoquotidiano. it ha chiesto le ragioni del ‘sì’ e quelle del ‘no’ rispettivamente a Enrico Gagliano, tra i fondatori del coordinamento nazionale NoTriv e primo promotore del referendum, e a Umberto Minopoli, presidente dell’Associazione italiana nucleare. di Luisiana Gaita | 30 marzo 2016 http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/trivelle-guida-al-referendum-lavoro-inquinamento-e-politiche-energetiche-fronte-del-si-e-del-no-confronto/2563033/
Livorno, la discarica di inerti diventa un problema anche per il M5s. Nogarin: “Mi arriverà un avviso di garanzia. Ma non mi dimetterò”
L'impianto di Limoncino è al centro da 10 anni di uno scontro tra il Comune, l'azienda che lo ha realizzato (con 6 milioni di euro) e i proprietari di piccoli terreni vicini. Ma se il Pd era favorevole, i Cinquestelle sono contrari. E il sindaco finisce in un esposto dell'imprenditore che chiede anche un risarcimento di 54 milioni
“Sono sicuro che arriverà un avviso di garanzia. Dimettermi? Non ne vedo il motivo”. Non è preoccupato il sindaco di Livorno Filippo Nogarin che risponde così a RaiNews24, ora che ladiscarica di Limoncino diventa anche un suo problema, così come lo era stato per l’amministrazione precedente, a guida Pd. L’avviso di garanzia che il primo cittadino ritiene probabile riguarda un esposto in Procura dell’impresa che da anni lavora alla realizzazione dell’impianto, tra le proteste dei proprietari di alcuni piccoli terreni della zona. Ancora i i rifiuti, dunque, diventano un problema da affrontare per Nogarin. La discarica di Limoncino, ricavata da una ex cava, dovrebbe raccogliere materiali inerti: non è mai entrata in funzione e, anzi, è rimasta sequestrata per 3 anni. L Procura, infatti, era convinta che l’ok all’impianto fosse arrivato con un abuso d’ufficio e commettendo alcuni reati ambientali. Il giudice tuttavia ha assolto tutti gli imputati (tecnici di Comune e Provincia e l’imprenditore) e tolto i sigilli.
Ora però i problemi restano, a parti rovesciate. Il M5s – che ora guida il Comune – si è sempre detto contrario alla realizzazione della discarica (il cui iter autorizzativo è ormai partito 10 anni fa). Una presa di posizione alla quale l’azienda proprietaria della discarica, la ditta Bel.ma di proprietà della famiglia Bellabarba, ha replicato con un esposto in Procura (che ha fatto
partire un’inchiesta per abuso d’ufficio) e un ricorso al Tar nel quale si chiede unrisarcimento di 54 milioni. Secondo i Bellabarba il Comune, guidato da Nogarin, ha favorito il comitato anti-discarica (a discapito dell’interesse generale). Per farlo, tra l’altro, l’amministrazione avrebbe passato quasi in tempo reale ai legali dell’associazione dei cosiddetti frontisti documenti appena approvati e addirittura non ancora trasmessi all’avvocatura civica. “Non è vero – controbatte Nogarin – la documentazione è stata fornita rispettando i tempi. Non sto poi facendo niente di più o di meno di ciò che è scritto sul mio mandato di governo: lo faccio non per il comitato ma per tutti i cittadini che mi hanno votato”.
L’impianto (4 ettari in zona collinare, alla periferia est della città,6 milioni di euro di investimenti) non è mai entrato in funzione non tanto perché non in regola, ma perché è collegata al resto della città da una strada privata. Il tribunale civile ha confermato questo orientamento nel 2013 con una sentenza, ma l’azienda e l’allora giunta di centrosinistra ricorsero in appello, processo che non si è ancora celebrato. Lo scontro al tribunale civile iniziato negli anni scorsi vedeva schierato da una parte il comitato anti-discarica e dall’altra i Bellabarba e l’amministrazione comunale Pd. “E’ solo per continuità amministrativa che la giunta non è potuta uscire dalla causa” precisò lo scorso anno Nogarin. La Bel.ma ora sospetta che l’amministrazione grillina – formalmente al suo fianco nella causa civile “chiave” iniziata dalla giunta Pd – stia in realtà facendo il doppio gioco per favorire il comitato anti-discarica.
E quindi ecco l’esposto ai pm e il rischio che il nome di Nogarin finisca sul registro degli indagati. “Dimettermi, e perchè? Chiunque può accusare una persona o un sindaco di una situazione uguale a quella che mi viene notificata”. Nessun passo indietro neanche se la richiesta arrivasse dai vertici (“nel M5S non esistono i vertici”): la questione al limite potrebbe essere presa in considerazione solo “se lo dovesse chiedere la base”. Inevitabile che le opposizioni tornino all’attacco. Federico Bellandi, segretario del Pd in città, osserva: “Se le responsabilità del primo cittadino dovessero emergere con chiarezza dovrebbe fare un passo indietro”. L’ex grillino Marco Valiani, ora consigliere comunale di minoranza con Livorno bene comune, ha invece lanciato l’hashtag #nogarindimettiti: “Dimissioni senza se e senza ma”. di David Evangelisti | 30 marzo 2016 http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/livorno-la-discarica-di-inerti-diventa-un-problema-anche-per-il-m5s-nogarin-mi-arrivera-un-avviso-di-garanzia-ma-non-mi-dimettero/2592763/
Carburanti, nel ddl Concorrenza moratoria su bonifiche degli impianti che chiudono. “Rischi per salute e ambiente”
Un emendamento del senatore Paolo Galimberti (Forza Italia) prevede che il proprietario dell’impianto, compagnia petrolifera o piccola azienda privata, dovrà sostenere i costi di decontaminazione solo “in caso di riutilizzo dell'area”. Ma molti di quei terreni resteranno inutilizzati. Il rischio è che debba pagare lo Stato Sta passando in sordina un vero e proprio blocca-bonifiche per gli impianti di carburante che chiudono e devono esseresmantellati, con tutti i rischi connessi per l’ambiente e la salute. La commissione Industria del Senato ha approvato martedì un emendamento al ddl Concorrenza del senatore Paolo Galimberti (Forza Italia) dove si legge che “in caso di riutilizzo dell’area, i titolari di impianti di distribuzione dei carburanti procedono alla rimozione delle strutture interrate e alla bonifica del sito in caso di accertata contaminazione“. Tradotto: il proprietario dell’impianto, compagnia petrolifera o piccola azienda privata, non dovrà sostenere i costi di bonifica del suolo al momento della chiusura ma solo “in caso di riutilizzo dell’area”, che potrebbe avvenire domani come tra vent’anni, trenta o anche mai. Un escamotage che recepisce le richieste del settore petrolifero e permette di lasciare sotto terra i serbatoi, che possono diventare con il tempo delle vere e proprie bombe inquinanti, contaminando il territorio e le falde acquifere vicine.
E’ facile infatti pensare che molti terreni dove ora sorgono gli impianti in dismissione non verranno mai riutilizzati: parecchi sono situati in posti poco strategici, come su marciapiedi a ridosso delle strade. Quindi, se sotto il suolo c’è una contaminazione, lì rimane. Ma anche qualora il sito venisse riutilizzato (chissà quando), alcuni problemi potrebbero comunque sorgere. Ad esempio, chi paga la bonifica se la società che gestiva l’impianto èfallita? E ancora: se il proprietario del sito è il Comune(proprietario della strada o del marciapiede su cui era l’impianto) e dopo anni decide di utilizzarlo in altro modo (magari perché vuole allargare la sede stradale o perché vuole destinare quell’area a verde) ma non trova più l’ex-titolare dell’impianto, sarà l’ente è pubblico a sobbarcarsi l’onere? Magari a carico della collettività?
Ora alcuni parlamentari stanno lavorando per trovare una soluzione di compromesso che venga incontro alla lobby petrolifera e tuteli al tempo stesso l’ambiente. L’ipotesi più gettonata consiste nell’inserire un termine all’obbligo di bonifica. “In Aula presenteremo la proposta di imporre il termine di tre anni per riqualificare il territorio. Altrimenti, dopo tanti anni la ditta che deve fare la bonifica potrebbe non esserci più e a quel punto chi pagherà?”, ha spiegato al fattoquotidiano.it il senatore dei Conservatori e Riformisti, Luigi Perrone, che aggiunge: “E’ vero, il problema bonifiche c’è, ma se la norma passasse così è come firmare una cambiale in bianco”.
L’emendamento Galimberti accoglie pienamente le richieste del settore petrolifero, che mesi fa aveva raggiunto un accordo in cui si prevedeva la stessa cosa. Le compagnie e soprattutto le piccole aziende private spingono infatti da tempo per una semplificazione e una riduzione dei costi per la riqualificazione degli impianti smantellati. Molti distributori rimangono in vita, anche se non più non redditizi, solo perché gli oneri per la chiusura sono troppo altri. Questo è uno dei motivi per cui in Italia non si riescono a diminuire i punti vendita, razionalizzare il settore e quindi azzerare il cosiddetto “stacco Italia” (il prezzo più alto che gli italiani pagano per benzinae gasolio rispetto al resto d’Europa). Bloccando le bonifiche, invece, chiuderanno 3mila impianti con la cessazione dell’utilizzo di circa 10.000 serbatoi interrati, sostieneAssopetroli, l’associazione dei retisti privati che più ha spinto per l’emendamento Galimberti. di Elena Veronelli | 30 marzo 2016 http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/carburanti-nel-ddl-concorrenza-moratoria-su-bonifiche-degli-impianti-che-chiudono-rischi-per-salute-e-ambiente/2576524/
energia e mafie, dopo biogas e biomasse, l'eolico: Business eolico, quattordici attentati in Irpinia “Pista boss pugliesi”. Ma sotto accusa è la legge
Eolico, 14 attentati agli impianti dell’Alta Irpinia. Indagini su criminalità pugliese. E accuse alla legge che esautora i sindaci
Incendi, bombe rudimentali, persino colpi di kalshnikov contro le pale e i mezzi delle aziende impegnate nei cantieri del business emergente della provincia di Avellino. Dove centinaia di impianti sono sorti negli ultimi anni. Ma - denunciano i comitati locali - senza benefici per le imprese di un territorio a vocazione agricola. La norma che dà la competenza alle Regioni facilita la colonizzazione di aziende esterne. Finora nessun colpevole
“Oggi la mafia si muove in giacca e cravatta, e nel 2009, in Sicilia, fu accertato che quasi metà degli insediamenti eolici sull’isola fossero riconducibili a Matteo Messina Denaro”: le parole diClaudio Fava, vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, risuonano ancora sotto le mura del Castello ducale di Bisaccia, in provincia di Avellino. Ben quattordici attentati, tutti legati al nuovo affare delle energie alternative hanno fatto scattare il campanello d’allarme. Soprattutto perché inseriti in un contesto territoriale storicamente “tranquillo” come quello dell’Alta Irpinia.
Una serie di atti criminosi che comincia anni fa con copertoni in fiamme sotto una torre e addirittura un ordigno che per un po’ mette fuori uso una pala. Ma fa registrare una concentrazione tra il 26 giugno e il 16 novembre dell’anno scorso. Nel mirino, a Bisaccia, ditte che avevano vinto appalti per la realizzazione di lavori dimovimento terra: escavatori, camion-trattori, ruspe. Mezzi del valore totale di centinaia di migliaia di euro. Tutto in fiamme. Così come fuoco è divampato alle rotoballe appartenenti all’azienda agricola di un consigliere di Lacedonia, attivista antieolico. Sempre a Lacedonia, pistolettate contro un aerogeneratore e, dulcis in fundo, bombe rudimentali all’interno di una sottostazione di convogliamento dell’energia elettrica, presso la zona industriale in località Calaggio. Questa dei quattordici attentati in pochi anni nella parte orientale della provincia di Avellino, di cui nove in soli cinque mesi, è una storia che non ha un lieto fine. Ma una morale ce l’ha, eccome: le isole felici non esistono più. Il concetto, che andava sgretolandosi già prima, è crollato con l’arrivo prepotente di questa crisi infinita.
Nel mirino, a Bisaccia, ditte che avevano vinto appalti per il movimento terra: escavatori, camion-trattori, ruspe
Nel fazzoletto di terra Andretta-Bisaccia-Lacedonia-Vallatasono state impiantate centinaia e centinaia di torri. Le prime, riconoscibili perchè “a traliccio”, risalgono al 1996. L’autorizzazione viene concessa dal Comune nel cui territorio insiste l’insediamento, per cui l’iter è molto più snello e veloce. Il 29 dicembre 2003, invece, la Gazzetta Ufficiale pubblica il decreto legislativo numero 387, “Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità”: la competenza passa alle Regioni. E da quel momento in poi, nel territorio altirpino si verifica un fenomeno di vera e propria colonizzazione da parte di società eoliche che nessun legame hanno con il territorio e che ne sfruttano solo la ventosità.
Lo chiamano eolico selvaggio, e la dizione collima perfettamente con l’immagine che anche una sola foto del paesaggio può restituire. Selvaggio perché completamente deregolamentato. La 387/03, infatti, concede mano liberissima alle società del settore. “Interesse pubblico, guadagno privato”, contestano i vari comitati che si sono formati nel tempo e che poi si sono riuniti in un coordinamento. “Interesse pubblico” perché la legge, al comma 1 dell’articolo 12, sancisce che “le opere per la realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, nonchè le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all’esercizio degli stessi impianti, (…) sono di pubblica utilità ed indifferibili ed urgenti”.
La legge del 2003 passa le competenze alle Regioni. Da lì la colonizzazione di aziende prive di legami con il territorio
L’Alta Irpinia è da sempre un territorio a vocazione agricola. Sta cercando di risollevare il proprio destino puntando su un’agricoltura di eccellenza da legare all’intercettazione di flussi turistici. Sono progetti e programmi che politica, istituzioni e società civile stanno provando in questi mesi a concretizzare. L’unica realtà è che questo pezzettino d’Italia, da solo, produce oggi il 6% dell’energia nazionale rinnovabile proveniente da fonte eolica. Senza un reale ritorno per il territorio, completamente deturpato rispetto al suo aspetto originario. Rispetto alla quantità di insediamenti eolici, sono poche le unità lavorative locali occupate nel settore. Il guadagno, al contrario, è cosa certa, oltre che abbondante, e viene finanziato da alcune voci presenti nella bolletta dell’energia elettrica.
Insomma, strada spianata. Portoni spalancati. Un fascino troppo grande per chi avesse intenzione di riciclare un po’ di denaro. Una lavatrice a cielo aperto in cui ripulire. Chiaro però che non tutto l’eolico nasce per fare il bucato a sei zeri. Invitato a Bisaccia dai comitati, Fava non ha lasciato spazio a molti dubbi. “Quando si utilizza il kalashnikov per risolvere delle controversie, vuol dire che siamo nel campo della matrice mafiosa”.
Fava: Quando si utilizza il kalashnikov per risolvere delle controversie, siamo nel campo della matrice mafiosa
Già, perché in Alta Irpinia sono arrivate anche le scariche di kalashnikov. Non contro persone, almeno quello. Il bersaglio è stata una torre eolica, una di quelle bestie da centrotrenta metri di altezza. Non si sa se alla base dell’attentato vi sia un pizzo non pagato o piedi calpestati. Così come nulla si sa degli altri tredici episodi criminosi. Le indagini, come affermano i carabinieri, sono in corso nella più assoluta discrezione. Trapela soltanto che le attenzioni sono rivolte alla criminalità pugliese. Lo ha detto anche il Prefetto di Avellino, Carlo Sessa, chiamato in causa e incontrato tanto dai comitati quanto dai sindaci.
Una moratoria, con successiva approvazione del Pear (Programma Energetico Ambientale Regionale), è stata chiesta più volte allaRegione Campania, e proprio in questi giorni è stata approvata su proposta del consigliere Carlo Iannace (De Luca Presidente) e del vicegovernatore Fulvio Bonavitacola, fedelissimo diVincenzo De Luca. Proprio i sindaci, in questo avversati dai movimenti, denunciano una totale insussistenza del loro ruolo, “esautorato dalla legge che regola la materia”. Qualcuno, all’interno dei comitati, chiede l’istituzione di un Parco Rurale, in modo da salvaguardare il paesaggio o quel che ne resta. Qualcosa sembra muoversi, anche con un fine di stabilità sociale: meno insediamenti eolici vuol dire meno probabilità di assistere ancora a episodi di criminalità. L’unica cosa palese è che nessuno ha ancora mosso un dito per arrivare al passo risolutivo. Stracciare (non stralciare) la 387 e rifarla da capo a piedi.
di Martino Fortunato http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/eolico-14-attentati-agli-impianti-dellalta-irpinia-indagini-su-criminalita-pugliese-e-accuse-alla-legge-che-esautora-i-sindaci/2590645/
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