sabato 24 ottobre 2026

Taranto: il futuro di un territorio non può dipendere dalle sentenze

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Taranto: il futuro di un territorio non può dipendere dalle sentenze


Di Fabrizio Bianchi

Mentre Taranto e una nazione attendono la decisione della Corte di Cassazione sul futuro dell’area a caldo dell’ex Ilva, emerge una questione che va ben oltre il pur fondamentale confronto tra diritto alla salute e continuità produttiva, posto erroneamente come problema di bilanciamento dall’avvocato generale di Cassazione.

Bisogna chiedersi come siamo arrivati al punto che il destino di una grande industria, di migliaia di lavoratori, di una città e di un’intera regione debba dipendere ancora una volta da una decisione della magistratura?

Naturalmente la magistratura svolge il proprio compito di garantire il rispetto della legge e la tutela dei diritti, ma non può però sostituirsi alla politica nella definizione del futuro industriale, ambientale e sociale di un territorio. Se da anni le decisioni giudiziarie assumono un ruolo così determinante nella vicenda di Taranto, è necessario interrogarsi sulla capacità delle istituzioni di costruire e attuare una programmazione di lungo periodo. Penso che non abbia bisogno di commento il fatto che la prima richiesta della cordata di imprenditori italiani della siderurgia sia stata di impegno economico statale.

La contrapposizione del lavoro alla salute è la conseguenza, e non la causa, di una incapacità di pensare ad un futuro che dovrebbe cambiare in funzione della storia passata e delle innegabili necessità di mutamenti che pervadono la società e i corpi delle persone.

Il lavoro è un diritto fondamentale che deve essere esercitato in condizioni capaci di proteggere la salute dei lavoratori e delle comunità circostanti e la continuità produttiva non può diventare una giustificazione permanente per rinviare la riduzione dei rischi.

La scienza ha ampiamente assolto al suo ruolo ricostruendo la catena dei rischi e dei danni accumulati a Taranto a seguito di esposizioni industriali storiche, ha stimato i rischi di perseverare a produrre nelle condizioni autorizzate e ha indicato le condizioni di vulnerabilità attuali. D’altra parte i continui incidenti sul lavoro, anche mortali, e le emissioni inquinanti anche con produzioni di un quarto rispetto a quelle autorizzate, lasciano pochi dubbi sullo stato degli impianti, che evidentemente pesa nelle difficoltà palesi di vendita.

Tornando alla tutela della salute, la questione centrale è che essa dovrebbe essere garantita dalla programmazione industriale e non essere trattata come una variabile da negoziare/bilanciare come esterna al sistema. Si tratta di un paradosso solo apparente, perché in realtà è condizione costitutiva del capitalismo che considera ambiente e salute come merce. 

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