Potrei parlarvi, oggi, del rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), secondo cui anche se le nazioni rispettassero i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas serra entro la fine del secolo le temperature globali risulterebbero superiori di 2,6, gradi rispetto ai livelli preindustriali. Ma anche del nuovo rapporto ASVIS che denuncia, nelle parole di Enrico Giovannini, come a causa di politiche sbagliate, “un terzo dei target dell’agenda sostenibile non saranno raggiungibili, a causa di guerra, crisi climatica, inflazione, crescita del debito, insufficienti investimenti in istruzione e salute, tanto che anche in Italia dei 38 obiettivi solo il 29% sono raggiungibili o avvicinabili, mentre il 58% non saranno raggiunti”. Trovate su questi due temi ottimi articoli qui e qui.
Vorrei invece portare l’attenzione sulla nuova saldatura, ormai in atto da tempo, tra “piazze climatiche” e “piazze sociali”. Dopo la partecipazione di Greta Thunberg alla spedizione della Flotilla, così come a manifestazioni pro Palestina in molte parti d’Europa (come in Germania, dove è stata più volte fermata dalla polizia) i temi delle ingiustizie sociali, del lavoro sfruttato, dei migranti si uniscono alla lotta contro la crisi climatica, che è anche lotta per la giustizia climatica. Proprio Greta ha rilanciato lo sciopero generale con manifestazioni a Roma del prossimo 30 ottobre, dopo il suo passaggio, la settimana scorsa a Bagnoli, per parlare di pace e Palestina con Francesca Albanese e per prendere parte a un’assemblea contro il progetto di un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) a Castel Volturno. Dunque lavoro, diseguaglianze, clima, migranti, critica al capitalismo tecnocratico di destra si uniscono in un’unica protesta globale. Il clima non è più – e forse non lo è mai stato – una nicchia per pochi.
Dalle piazze al rapporto tra ambiente e salute: oggi facciamo il punto su un tema tanto cruciale quanto sottovalutato: l’elettromagnetismo. E, anche, sui rapporti di forza nella nostra agricoltura dopo le proteste degli agricoltori per arrivare, infine, a raccontarvi della nuova campagna di Ultima Generazione.
Elettromagnetismo, da Monti a Meloni una pericolosa deregulation
Come dicevo, è un tema fondamentale di cui si parla poco. E che sta vivendo un periodo, ormai da anni, di continua deregulation e di peggioramento rispetto al sacrosanto principio di precauzione. “Già dal 2012 con il governo Monti”, spiega Fausto Bersani, fisico, membro del Comitato Scientifico di ISDE Medici per l’Ambiente, “le misure sono state modificate in questo senso: la media del valore di attenzione del campo elettrico, storicamente fissato a 6 V/m (Volt/metro), non viene più calcolata su un intervallo di 6 minuti, ma sulla media nelle ventiquattro ore, così di notte di fatto si compensano gli sforamenti dovuti ad eventuali picchi diurni. Ma il governo Meloni, con una legge promulgata il 30 dicembre del 2023, quando la gente preparava il capodanno, ha eroso ulteriormente il principio di precazione perché il valore di attenzione è stato innalzato da 6 V/m a 15 V/m, sempre su 24 ore, in via provvisoria e cautelativa, come recita la normativa”. La tendenza, appunto, è peggiorativa e purtroppo sempre di più lobby e governi si appellano alle linee guida dell’ICNIRP, “una ONG privata con sede a Monaco di Baviera che, nel corso degli anni, ha ricevuto forti accuse di conflitti di interesse. L’ICNIRP suggerisce un tetto massimo di 61 V/m. Un parametro che tiene conto solo degli effetti acuti di natura termica dell’esposizione a radiofrequenze, ma non degli effetti cronici di tipo cancerogeno, neurologico, psicologico, né tanto meno dell’elettrosensibilità”. Bersani ha studiato i dati ARPAE dal 2006 al 2025, notando che le stazioni radio base per la telefonia cellulare hanno raddoppiato il loro numero per chilometro quadrato ed hanno incrementato la loro potenza media di quasi nove volte. “Per quanto riguarda i monitoraggi strumentali in continuo, intorno al 2023 la classe di valori compresi tra 3 e 6 V/m ha fatto registrare una tendenza con numero di casi superiori rispetto alla classe in cui le misurazioni del campo elettrico risultavano inferiori ad 1 V/m, ossia alla situazione tipica dei primi anni 2000. Questo sorpasso è imputabile alla densificazione territoriale delle stazioni radiobase e, guarda caso, è risultato concomitante alle modifiche di legge proprio del 2023”. I campi elettromagnetici sono aumentati specialmente nei grandi centri urbani, anche a causa del maggior traffico dei dati, dell’IA, del 5 G. In questo contesto l’adozione di regolamenti comunali, consentiti dalla normativa, avrebbe lo scopo di conseguire un corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare i rischi delle esposizioni specie per i siti sensibili come scuole e ospedali, sarebbe uno strumento di governance strategico, ma che purtroppo non tutti i sindaci utilizzano per paura di contenziosi. “Il vero problema è un altro: ossia avere un regolamento ben costruito su solide basi tecnico – istruttorie che non vieti in assoluto l’installazione di una stazione radio base, ma dopo aver studiato adeguatamente il territorio, sia in grado, eventualmente, di proporre valide alternative ai gestori ed un’efficace applicazione del principio di precauzione. Purtroppo la tendenza legislativa, oltre appunto a spingere verso il riconoscimento dei soli effetti termici, è anche quella di eliminare ogni forma di opposizione locale qualora siano rispettati i parametri nazionali, il che significa, probabilmente, togliere in futuro la possibilità che i comuni si dotino si un regolamento”.

Ricchi vs poveri, anche in agricoltura vincono le disparità
“In piazza? Ci sono i poveri cristi, i piccoli allevatori, quelli che riconosci dai trattori vecchi, quelli che prendono 640 euro di pensione e che su 100 euro di profitti si prendono un euro e mezzo. E poi le aziende medie, e quelle medio grandi”. A farci una mappa delle proteste dei giorni passati, ma soprattutto degli aspetti critici, anche drammatici, dell’agricoltura italiana è Antonio Onorati, membro del direttivo di ARI (associazione Rurale Italiana) e del Coordinamento Europeo Via Campesina. Che spiega la spaccatura che caratterizza questo settore: “Da un lato ci sono i piccoli agricoltori, i coltivatori diretti: circa 800.000 famiglie che non sono certo fricchettoni che chiamano la gallina col nome, ma piccole e piccolissime aziende spesso familiari che faticano a sopravvivere; dall’altra, le grandi e grandissime aziende, società per azioni comprese, basta che facciano agricoltura. Sono pochissimi, è un numero quasi ridicolo, circa 16.000 quelle con più di dieci dipendenti, 500 ettari o 500 vacche, e hanno un modello agricolo basato sul capitale intensivo e il lavoro salariato”.
Questi due modelli sono profondamente in conflitto, perché lo spazio economico e di mercato lo stesso. Il problema però sta soprattutto qui: che secondo le regole attuali “più sei grande più prendi”, perché i fondi europei vengono distribuiti in base agli ettari e alla grandezza dell’azienda. Su circa 1.200.000 aziende prendono una qualche forma di sussidio solo 800.000, quindi moltissimi non prendono nulla. Altri hanno appena 1.500 euro l’anno, oppure 5.000, “mentre lo 0,01 per cento ricevono una massa immensa di soldi che va ad un modello agricolo energeticamente vorace e che usa moltissima chimica, dai fertilizzanti ai pesticidi”.
Dal gasolio al concime, i motivi della crisi
C’è poi la questione delle macchine agricole: quelle piccole non esistono allora anche le aziende familiari devono comprarsi grossi trattori, però magari usati, che “bevono come una Ferrari”. Esistono trattori cinesi, che costano poco “ma bisogna farli arrivare, non è facile.” Per chiarezza occorre ricordare che il diesel agricolo è sovvenzionato, ma non per tutti. Esiste infatti un altro fenomeno nel mondo agricolo: “Le cosiddette call farm, aziende agricole senza dipendenti che chiamano i conto terzisti che per le operazioni fondamentali, tipo la semina. Più di un terzo delle imprese agricole sono lavorate dai contoterzisti, imprese di servizio agricole che non hanno agevolazioni sul gasolio, per questo sono anche loro scontenti, ma non sono agricoltori”, nota Onorati.
L’altra questione che sta alla base della crisi è anche il concime azotato. “I grandissimi l’emergenza del concime azotato non ce l’hanno, hanno credito dalle banche e fanno le scorte, noi piccoli invece le risorse economiche per fare scorte non le abbiamo”.
I nuovi ogm, dramma per il biologico
Per completare il quadro, bisogna anche accennare ovviamente alla PAC europea e al tentativo, ormai sempre più manifesto, grazie al peso crescente delle destre, di picconare le vecchie regole agricole a favore di una deregolamentazione che non giova nessuno. “Il famoso Omnibus X rende le regole ambientali da obbligatorie ad opzionali. E contiene all’interno anche la liberalizzazione dei microorganismi geneticamente modificati”, denuncia Onorati. Quest’ultimo punto rappresenta un problema enorme per il mondo del biologico, fiore all’occhiello del nostro paese. molti paesi hanno equiparato i nuovi ogm ai vecchi, con il rischio che non facciano passare quindi i nostri prodotti contaminati dai nuovi OGM.
Cosa bisognerebbe fare? La cosa più importante sarebbe cambiare le regole a livello europeo, facendo sì che i fondi non vadano solo ai più grandi. Ma le regole andrebbero cambiate, spiega Onorati, anche su altri fronti: ad esempio quelle per entrare nei mercati contadini, controllati dalla Coldiretti e con regole rigidissime per entrare. Poi c’è il problema delle centrali di acquisto, che sono pochissime e controllano gli acquisti per la grande distribuzione, con contratti di acquisti sottocosto, altrove vietati. Ancora: una riforma importante sarebbe quella che riguarda gli oneri sociali per i lavoratori,: servirebbe una distinzione tra i familiari, che aiutano nelle piccole aziende, ed i braccianti. “Bisognerebbe diversificare questi oneri – se sei di fronte, ad esempio, ad un singolo che dà una mano a un pastore solo è diverso se hai un campo di 25 ettari di pomodori da raccogliere, o 30 ettari di vigna. I piccoli dovrebbero potersi mettere in regola, senza essere strozzati”, continua Onorati, che conclude: “Infine servirebbe cambiare, soprattutto, la rappresentanza, anche perché non è possibile che ogni pratica debba passare per forza per le solite organizzazioni accreditate. Se io voglio usare il mio commercialista perché non posso? O farlo io direttamente? Sono colo costi inutili in più”.

Ultima Generazione, la nuova campagna e contro la finanza “Non con i nostri soldi”
“Si chiama “Non con i nostri soldi”, l’ultima campagna di Ultima Generazione, partita con l’azione di disobbedienza civile non violenta fatta alla filiale di Intesa San Paolo a Torino (è stata versata vernice lavabile arancione davanti la sede a Porta Palazzo). “Questa finanza sta alimentando il genocidio in Palestina, l’industria delle armi, ma anche ancora, incredibilmente, progetti estrattivisti rispetto a petrolio e gas. Maria Letizia Ruello, ufficio stampa di Ultima Generazione, fa il punto sui progetti e le proteste del movimento, la cui penultima campagna, “Il giusto prezzo”, era incentrata sull’inflazione causata anche dalla crisi climatica. “Oggi ci siamo resi conto”, continua, “che è inutile che propagandiamo le energie rinnovabili o i comportamenti sostenibili quando rispetto alla finanza noi siamo come un neonato che lotta sul ring contro un lottatore di sumo”.
Per capire la sproporzione, i soldi delle tasse che tramite il PNRR sono destinati direttamente alle rinnovabili sono appena 5,9 miliardi: molto meno “di quanto le grandi banche riversano nei fossili in un solo anno per sostenere nuovi progetti di impianti, che magari saranno usati per trent’anni e lo fanno usando come garanzia i soldi che abbiamo come piccoli investimenti o nei nostri conti correnti”. Ecco perché, conclude Maria Letizia Ruello, “la campagna è finalizzata a creare gruppi territoriali di disinvestimenti, a convincere cioè le persone a disinvestire, ma anche associazioni, gruppi, circoli, parrocchie, per spingerli verso la finanza etica che esiste come esistono le banche etiche, banche a tutti gli effetti. Se non sei d’accordo che la tua banca usi i tuoi soldi per finanziare petrolio o armi firma la nostra petizione”.

Il libro
Eric Lenoir
“Piccolo trattato di giardinaggio punk”
(Elliot Editore)

“Le erbacce non esistono: esistono solo piante che crescono là dove magari preferiremmo non vederle. Atavismi, abitudini, autocensura: si pianta in fila, si allineano gli alberi, si disegnano aiuole. Fare giardinaggio punk significa anzitutto sentirsi liberi di modificare ciò che sembrava immutabile.
A volte, trasgredire significa anche proteggere, a volte significa semplicemente osare. È il momento che la natura si riprenda almeno un po’ dei suoi diritti, prendersi una bella boccata di libertà e, insomma, di (ri)tornare punk!”.
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