http://www.rivistamicron.it/letture/sopravviveremo-alla-sesta-estinzione-di-massa/
Nel 2012 emerse a livello nazionale ed europeo la controversa questione dello scoiattolo grigio: questa specie, originaria del Nord America ed estremamente adattabile, stava soppiantando lo scoiattolo rosso, autoctono in Europa, portandolo al rischio di estinzione.
Recentemente, nell’ottobre 2015, il problema si è riacceso in Italia, quando molti umbri hanno ricevuto una lettera in cui veniva richiesto l’accesso alle loro proprietà per poter catturare la specie alloctona. Il progetto, cofinanziato dalla Comunità Europea, prevede la cattura e la soppressione dello scoiattolo americano.
La polemica è chiaramente generata dall’idea di dover estirpare in massa un animale che non ha alcuna colpa per la sua presenza in un territorio estraneo e che diviene inevitabilmente una “specie invasiva”. Nonostante non sia chiaro quando e con quali precise modalità l’animale sia giunto in un Europa, un dato è ovviamente certo: vi è stato portato dall’uomo, che dunque ha la responsabilità dell’estinzione dello scoiattolo rosso e del conseguente impoverimento della biodiversità.
È proprio la responsabilità dell’uomo che interessa Elizabeth Kolbert, premio Pulitzer 2015 con il suo lavoro intitolato “La sesta estinzione”, che nella invasione dell’homo sapiens in tutti gli ecosistemi individua le premesse di una vera e propria estinzione di massa.
Grazie a uno stile scorrevole e avvincente, e soprattutto utilizzando un’impostazione fortemente narrativa, l’autrice rende l’estinzione un fatto concreto e tangibile, al di là del mero dato. Sappiamo tutti che molte specie si stanno estinguendo, che la situazione climatica è critica e che l’uomo ne è responsabile; ma leggere la testimonianza di una persona che, evitando i toni drammatici e mantenendo un’analitica lucidezza, ha assistito in prima persona alla presa di coscienza del mondo scientifico e toccato con mano animali e piante ormai estinti riesce a destare prepotentemente l’interesse e la sensibilità anche dei “non addetti ai lavori”. Sapere che molte specie sono a rischio estinzione a causa dell’operato umano non ha lo stesso impatto sulla nostra immaginazione (e la Kolbert stessa riconosce al tema dell’estinzione di massa una sorta di macabro fascino) quanto la narrazione di come l’ultimo esemplare di una specie sia effettivamente scomparso. Il 3 luglio 1844 Jón Brandsson, Sigurður Ísleifsson e Ketill Ketilsson approdarono sulla piccola isola di Eldey, rifugio dell’ultima coppia di alca impenne. Questo uccello, simile a un pinguino, era stato cacciato sistematicamente per la sua carne e per il piumaggio. Divenuto sempre più raro, iniziò a essere richiesto con alti compensi da musei e privati. Mentre Brandsoon e Ísleifsson catturavano e uccidevano i due adulti, Ketilsson schiacciava l’ultimo uovo. Così scompariva per sempre l’alca gigante. Nonostante la presenza – e con essa i danni – dell’uomo siano adesso massivi, Kolbert traccia uno schema che riconduce l’inizio di questo processo alla nascita stessa della nostra specie, e che è addirittura rintracciabile nel nostro DNA: l’incredibile capacità adattativa, l’inventiva e una sorta di “gene della follia” (quello che ci ha spinti ad esplorare l’ignoto e a raggiungere ogni luogo della terra) sono quelle caratteristiche che ci contraddistinguono come specie e che ci hanno resi vincenti nella selezione naturale.
Siamo allora in una nuova era, dicono alcuni scienziati, l’Antropocene, l’era del dominio umano e delle conseguenze biologiche, ecologiche e geologiche dell’avvento di questa creatura fortemente invasiva: da circa duecentomila anni, l’uomo è la più potente “specie infestante”. Sin dalla grande migrazione Out of Africa l’uomo ha modificato gli ecosistemi che incontrava, a volte volontariamente e a volte no, a volte direttamente e altre volte indirettamente, trasportando animali e malattie che mai avrebbero raggiunto altrimenti determinati luoghi (come nel caso dello scoiattolo grigio, o del più autentico compagno di viaggio dell’uomo, il ratto), isolando fette di un ecosistema più vasto o, al contrario, creando ponti ecologici tra sistemi lontani.
Nonostante Elizabeth Kolbert riconosca senza mezzi termini la colpa dell’uomo, il suo tono non è accusatorio, consapevole che la risposta non può passare attraverso la dialettica buonista propria di certi ecologismi o la misantropia di altri, quanto piuttosto attraverso una forte consapevolezza del problema, che spinga all’analisi e all’azione. Il libro si presenta come un’indagine sul passato, tanto sulla storia del mondo quanto della paleontologia, ai fini di ipotizzare il futuro; comprendere le estinzioni avvenute nell’ultimo mezzo miliardo di anni (le cosiddette “big five”) è essenziale per studiare l’estinzione e in generale gli sviluppi biologici che stanno avvenendo sotto i nostri occhi, a un ritmo sempre più incalzante e per mano nostra. Un lavoro dunque di ampio respiro, che tocca la biologia, geologia, paleontologia ed ecologia, il tutto inserito in un consapevole quadro storico e narrativo: ogni tema è introdotto e arricchito da un racconto a volte tratto dalla storia della scienza (e allora il protagonista sarà Darwin o Cuvier), ma che nella maggior parte dei casi vede l’autrice stessa visitare i luoghi cruciali della sua ricerca. Non bisogna aspettarsi un lavoro organico: Kolbert salta in ogni capitolo da un luogo all’altro (dal Perù alla barriera corallina, fino a Gubbio) e da un aspetto all’altro della complessa problematica che è quella dell’estinzione, fornendo però infine un quadro chiaro e completo. LaviniaAmenduni
sabato 6 febbraio 2016
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