La sua squadra
Lui ha pagato
con la vita, un
altro lo ha portato
via la leucemia,
altri due si sono
a m m a l at i
LUCA FERRARI
E NELLO TROCCHIA
Pubblichiamo un estratto dal
libro “Io, morto per dovere” ,
scritto da Luca Ferrari e Nello
Trocchia per ricordare la figura
di Roberto Mancini, investigatore
di polizia, morto di
tumore dopo aver indagato
per anni sui traffici dei rifiuti
che hanno avvelenato la cosiddetta
“terra dei fuochi”.
I
l processo, iniziato nel
2011, è ancora in corso. Il
principale imputato è Cipriano
Chianese, “l’i nventore
dell’e c o m a fi a ”. Le
persone che, secondo la magistratura
di Napoli, compongono
l’organigramma criminale
che ha devastato diverse
aree della Campania non hanno
ancora pagato il conto con
la giustizia. Eppure, quasi
vent’anni fa, Roberto Mancini,
agente della Criminalpol,
depositava al riguardo una
dettagliata informativa alla
Procura della Repubblica
partenopea. Nella premessa
si legge l’oggetto di un lavoro
durato tre anni: “Spiegare come
camorristi,
imprenditori ‘ecom
afio si’, usurai,
banchieri,
bancari e professionisti
della finanza
possano
concorrere, da
luoghi e con tempi
e ruoli diversi,
alla realizzazione
di un progetto
unico dagli effetti
letali per il sistema
economico
nazionale e per
l’ambiente”. (...)
SIAMOnei primi anni Novanta.
Il gruppo di Mancini alla
Criminalpol è una sottosezione
della terza squadra. Quei
ragazzi si sono messi in testa
di indagare sulla spazzatura.
Il livello di attenzione sul tema
da parte delle forze di polizia
e della magistratura,
tranne qualche eccezione, è
praticamente nullo. Anche a
casa Roberto avverte una certa
diffidenza su quanto sta
portando avanti. “Ma come si
fa a indagare sulla monnezza?
Quelli sono rifiuti, mica soldi”
gli ripete spesso incredula
mamma Giovanna. Saranno
proprio quella distrazione generale
e l’assenza di leggi adeguate
che consentiranno a una
cricca imprenditoriale di
costruire castelli dorati, mettere
in atto pratiche illegali e
devastare immense aree del
nostro paese – non solo della
Campania – in combutta con
le organizzazioni criminali
che garantivano controllo territoriale
e un intervento manu
militari all’occorrenza. I boss
in cambio incassavano la percentuale
sui chili
smaltiti. La squadra
di Roberto lavora
su quel business
quando tutti
intorno pensano
che non sia una
priorità, nonostante
poco prima,
nel 1992, il
boss pentito
Nunzio Perrella
avesse aperto gli
occhi agli inquirenti
con una frase
choc:“La monnezza
è oro, dotto’, e la politica
è una monnezza”. Perrella sarà
il primo a raccontare l’affa -
re dei rifiuti e le sue parole finiranno
nel procedimento Adelphi:
decine di arresti nel
1993, che si ridurranno in seguito
a un insieme di assoluzioni,
prescrizioni e qualche
lieve condanna. Roberto ha una
squadra di pochi uomini,
meno di una decina. “Noi non
esistevamo, eravamo ectoplasmi,
ma abbiamo messo l’ani -
ma in quella indagine” r a cconta
uno di quei ragazzi, oggi
ancora in polizia, che preferisce
la riservatezza per ragioni
di servizio. “Roberto ha pagato
con la vita, un altro di noi è
morto di leucemia, altri due si
sono ammalati. Metà del
gruppo ha riportato sulla propria
pelle le conseguenze di
qu ell ’inchiesta sepolta senza
ritegno nei cassetti. Per noi è
stato uno schianto, un risveglio
amaro saperne l’esito”.
LA LORO squadra è la più scalmanata
e la meno considerata.
A guidarla c’è un cane sciolto,
un sindacalista. Roberto, infatti,
ha sempre avuto un rapporto
particolare con i vertici
della Criminalpol. Quando si
indiavolava con loro ripeteva
con una punta di ironia: “Gesù
Cristo ha sbagliato su due cose:
le mosche e i funzionari. Due
cose inutili”. (...)
Roberto ha dato tutto per
quel dossier. “L’ho incontrato
pochi giorni prima che morisse”
racconta con le lacrime agli
occhi un altro collaboratore
del tempo. “Sapeva che non
ce l’avrebbe fatta. Mi disse che
avrebbe voluto altro tempo
per consegnare alla giustizia
tutti i responsabili della mattanza.
Ripeteva che persone
complici erano rimaste impunite
e questo non poteva sopport
arlo”. In quell’occas ione
l’amico poliziotto gli dice di
pensare piuttosto alla salute
(...). Roberto, ormai a un passo
dalla morte, reagisce come
sempre, arrabbiandosi: “Ma
che ti stai ad amalgama’? Non
è finito un cazzo”.
mercoledì 10 febbraio 2016
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