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Analizzando ancor più il problema, emerge che i Paesi maggiormente colpiti dalla sottoalimentazione – il Burundi e l’Eritrea – sono quelli che presentano il cosiddetto Indice globale della fame più elevato, rispettivamente, 35,6 e 33,8: sono gli unici Paesi al mondo, entrambi in Africa, che fanno rilevare valori molto preoccupanti.  Le componenti dell’Indice globale della fame (GHI) sono costituite dalla percentuale di popolazione denutrita, dalla prevalenza di bambini sottopeso nella fascia sotto i 5 anni e dalla percentuale dei bambini che muoiono prima dei 5 anni. Quando l’indice supera 30, ci troviamo di fronte ad un fenomeno ”estremamente allarmante”, mentre ad uno “solo allarmante” quando il valore è compreso tra 20 e 30.
Venticinque anni fa erano ben 25 i Paesi del mondo che registravano un Indice globale della fame (GHI) superiore alla soglia di 30, ma il progresso, sicuramente importante, non può inorgoglirci più di tanto: si tratta pur sempre di milioni di persone che ogni giorno combattono ancora contro il mostro della fame.
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Altri indici statistici sottolineano la povertà di questi Paesi: iconsumi sono concentrati in quelli alimentari (la spesa per prodotti alimentari assorbe tra il 42,9% e il 79% del totale dei consumi); la mortalità infantile varia tra il 51,8 per mille (Eritrea) e il 181,6 per mille della Sierra Leone.
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Più è elevato il peso rappresentato dagli alimentari sull’intera spesa per consumi, più il livello di povertà in quel Paese è elevato, poiché deve destinare la maggior parte del suo reddito a un bisogno primario, che viene molto prima del vestirsi o della cultura, o di qualsiasi altra necessità.
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