E cosi, ci si rende conto, come in tutte le petroleconomie prima o poi, che occorre cambiare e che dipendere così tanto dal petrolio e dalla vendita di materia prima lascia il paese troppo alla mercè dei mercati mondiali. Si pensa allora di investire sull’high tech e sul manifatturiero di Toronto o del Quebec. Siccome il dollaro canadese crolla, magari si potrebbero aumentare le esportazioni verso gli Usa.  C’è stato un momento in cui un dollaro canadese valeva un po di più del dollaro Usa.  Adesso siamo a 75 centesimi. Ma non è che la si pensa e la si fa in un colpo solo. Per passare al manifatturiero e all’high tech, ci vogliono anni di programmazione, di investimenti, di formazione di personale, che appunto, durante gli anni delle vacche grasse non ci sono state in Canada, come ricorda l’economista Mike Moffatt: “Non è che se il petrolio cala a 20 dollari al barile semplicemente rallentiamo la produzione di petrolio e spostiamo gli operai in Ontario, in fabbriche che già esistono.” 
Perché appunto, non si è investito in questa direzione. In un certo senso quindi, è troppo tardi, troppo poco. Per anni il Canada si è preoccupato di aumentare le sua capacità petrolifere – oleodotti verso gli Usa, petrolio verso la Cina, altri scavi in Alberta. Il manifatturiero era solo un figliastro dell’economia, con bassa produttività e bassa richiesta di prodotti made in Canada perché non competitivi. Solo le ditte che producevano beni utili all’industria petrolifera hanno visto crescita ed efficenza. Adesso crollano anche quelle.
Come sempre, da comunque la si guardi, le società al petrolio sono sempre più vulnerabili di quel che sembrano.
Qui le immagini della deforestazione dell’Alberta per tirare fuori petrolio. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/16/canada-lalberta-la-recessione-e-la-petroleconomia/2039255/