giovedì 6 agosto 2026

SIGILLI AL CONTATORE DEL COMUNE DI CORI, ACQUALATINA SMENTISCE

 tratto da https://latinatu.it/sigilli-al-contatore-del-comune-di-cori-acqualatina-smentisce/

SIGILLI AL CONTATORE DEL COMUNE DI CORI, ACQUALATINA SMENTISCE

  
 

Acqualatina smentisce: “Nessun sigillo al contatore del Comune di Cori. Informazioni prive di fondamento” “In merito a quanto riportato da alcuni organi

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RePowerEU, la transizione energetica europea avanza ma consumi e dipendenza restano il nodo

 tratto da https://ambientenonsolo.com/repowereu-la-transizione-energetica-europea-avanza-ma-consumi-e-dipendenza-restano-il-nodo/

La domanda di gas è diminuita del 19%
Accanto alla diversificazione delle forniture, l’Unione ha cercato di ridurre i consumi.
dall'articolo di Marco Talluri:
Tra agosto 2022 e gennaio 2026 la domanda europea di gas è diminuita di circa il 19% rispetto alla media del periodo 2017-2021, superando l’obiettivo volontario iniziale del 15%.
Questo risultato è stato favorito dal contenimento della domanda, dalla crisi dei prezzi, dagli interventi di efficienza e dalla sostituzione del gas con altre fonti.
Non tutte le alternative, tuttavia, hanno avuto lo stesso valore climatico. La riduzione del gas può contribuire alla decarbonizzazione solo se accompagnata da rinnovabili, elettrificazione ed efficienza, non se viene compensata da un maggiore ricorso a petrolio o carbone.
Installati 260 gigawatt di nuova capacità rinnovabile
Dal 2021 l’Unione europea ha installato 260 gigawatt di nuova capacità rinnovabile:
204 gigawatt di solare fotovoltaico;
57 gigawatt di eolico.
Secondo la Commissione, questa nuova capacità ha consentito di evitare nel solo 2025 acquisti di gas per circa 5,6 miliardi di euro.
Il risultato mostra come le fonti rinnovabili abbiano ormai un ruolo non soltanto climatico, ma anche economico e geopolitico. Ogni incremento della produzione interna riduce l’esposizione ai prezzi internazionali e alle crisi nei paesi fornitori.
L’obiettivo europeo vincolante per il 2030 è stato portato al 42,5% di energia rinnovabile, con l’ambizione di raggiungere il 45%.
La produzione energetica diventa più pulita
Tra il 2020 e il 2024 la quota di energia prodotta nell’Unione europea da fonti rinnovabili e biocarburanti è aumentata dal 40,8% al 48,1%, con una crescita di 7,3 punti percentuali.
Nello stesso periodo sono diminuite le quote di combustibili fossili, gas naturale e nucleare.
La Germania ha registrato una crescita delle rinnovabili superiore alla media europea, pari a 15,6 punti percentuali, in un periodo segnato anche dalla chiusura delle ultime centrali nucleari.
In Italia l’aumento della quota rinnovabile nella produzione primaria è stato più contenuto, pari a 5,4 punti percentuali, accompagnato da una riduzione del gas naturale di 2,8 punti e del petrolio e derivati di 2,7 punti.
I consumi raccontano però una storia diversa
Il cambiamento appare meno netto se si osservano i consumi finali.
Tra il 2020 e il 2024, nell’Unione europea il consumo di gas naturale è sceso dal 22% al 19,6%, ma quello di petrolio e derivati è aumentato dal 35% al 37,4%.
La quota di rinnovabili e biocarburanti nei consumi è cresciuta di appena 0,7 punti percentuali.
Il sistema produttivo energetico sta quindi cambiando più rapidamente delle abitudini di famiglie e imprese. I settori più difficili da trasformare restano trasporti, riscaldamento, industria pesante e parte dei consumi agricoli.
La situazione italiana è ancora più problematica: tra il 2020 e il 2024 il consumo di gas è diminuito di 3,1 punti percentuali e quello di calore di 2,3, ma il consumo di petrolio e derivati è aumentato di 6,7 punti.
Il dato evidenzia il peso persistente della mobilità stradale e della dipendenza dai carburanti fossili. Senza un’accelerazione del trasporto pubblico, della mobilità ferroviaria, dell’elettrificazione e della riduzione della domanda di spostamenti motorizzati, la transizione energetica rischia di rimanere incompleta.
L’Italia resta molto dipendente dalle importazioni
Nel 2024 il 57,3% dell’energia disponibile nell’Unione europea proveniva da importazioni. Il valore è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2020.
Tra i grandi paesi europei, l’Italia presentava la dipendenza più elevata, pari al 73,9%, davanti a Spagna, con il 68,9%, e Germania, con il 66,8%.
La dipendenza dall’estero non è necessariamente un problema in assoluto, ma espone il sistema energetico alle oscillazioni dei prezzi, alle crisi internazionali e alle decisioni dei paesi produttori.
Spostare le importazioni dalla Russia verso altri fornitori può migliorare la sicurezza geopolitica nel breve periodo, ma non risolve la vulnerabilità strutturale. Per ridurla servono meno consumi, più efficienza, maggiore produzione rinnovabile interna, accumuli e reti europee integrate.
Il rischio di sostituire una dipendenza con un’altra
RePowerEU nasce dalla necessità immediata di emanciparsi dall’energia russa, ma il suo successo non può essere misurato soltanto sulla base della provenienza del gas.
Sostituire i gasdotti russi con maggiori importazioni di Gnl da altri paesi può diversificare le forniture, ma mantiene la dipendenza dai combustibili fossili e richiede terminali, navi, rigassificatori e nuove infrastrutture.
Questi investimenti rischiano di avere una vita economica lunga e di rallentare la decarbonizzazione, soprattutto se vengono presentati come opere strutturali anziché come soluzioni strettamente transitorie.
Lo stesso vale per i nuovi gasdotti: la loro compatibilità con gli obiettivi climatici dipende dalla reale necessità, dalla durata prevista e dalla possibilità concreta di riconversione, senza usare l’ipotesi futura dell’idrogeno come giustificazione automatica.
Sicurezza energetica e politica climatica devono coincidere
Il principale insegnamento del RePowerEU è che sicurezza energetica e transizione ecologica non possono essere considerate politiche separate.
Ridurre i consumi attraverso edifici efficienti e città meno dipendenti dall’automobile significa diminuire contemporaneamente le emissioni, la spesa energetica e la vulnerabilità geopolitica.
Produrre elettricità da fonti rinnovabili riduce il ricorso al gas e aumenta l’autonomia. Rafforzare le reti e gli accumuli rende possibile integrare quantità maggiori di solare ed eolico. Investire nel trasporto pubblico e ferroviario riduce il peso del petrolio, ancora dominante nei consumi.
Da questo punto di vista, il dato italiano sull’aumento dei prodotti petroliferi rappresenta uno dei principali segnali d’allarme.
Un bilancio ancora provvisorio
Il RePowerEU ha contribuito a modificare rapidamente il sistema energetico europeo. Il gas russo ha perso gran parte del proprio peso, la domanda di gas è diminuita e la capacità rinnovabile è cresciuta in modo significativo.
Tuttavia, al momento dell’analisi di Openpolis, a livello europeo risultava completato soltanto il 37% delle scadenze. In Italia, nonostante il 59% dei target raggiunti e il grande numero di progetti terminati, erano ancora aperti gli interventi economicamente più rilevanti.
Soprattutto, la crescita del consumo di petrolio e l’elevata dipendenza dalle importazioni mostrano che il passaggio a un sistema realmente decarbonizzato è ancora lontano.
Il successo del piano non dipenderà soltanto dalla capacità di spendere le risorse entro le scadenze. Dipenderà dalla qualità degli investimenti, dalla loro coerenza con gli obiettivi climatici e dalla capacità di produrre una riduzione strutturale della domanda di combustibili fossili.
Fonte: Openpolis, La sfida energetica dell’Europa: a che punto è l’attuazione del RePowerEU.
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Miniere ed estrazioni petrolifere minacciano le foreste della Repubblica Democratica del Congo, svela report di Greenpeace

 tratto da https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/31556/miniere-ed-estrazioni-petrolifere-minacciano-le-foreste-della-repubblica-democratica-del-congo-svela-report-di-greenpeace/

Il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa, una delle più ambiziose iniziative di conservazione della Repubblica Democratica del Congo, rischia di essere compromesso dall’espansione delle attività petrolifere e minerarie. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Greenpeace AfricaThe Kivu–Kinshasa Green Corridor: Warning Signs and the Urgent Need for a Moratorium on New Extractive Projects”, che denuncia le contraddizioni tra gli obiettivi di tutela ambientale di quest’area protetta e il continuo sviluppo di progetti estrattivi al suo interno.

dall'articolo: "Il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa, una delle più ambiziose iniziative di conservazione della Repubblica Democratica del Congo, rischia di essere compromesso dall’espansione delle attività petrolifere e minerarie. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Greenpeace Africa “The Kivu–Kinshasa Green Corridor: Warning Signs and the Urgent Need for a Moratorium on New Extractive Projects”, che denuncia le contraddizioni tra gli obiettivi di tutela ambientale di quest’area protetta e il continuo sviluppo di progetti estrattivi al suo interno.
Secondo la nuova analisi dell’organizzazione ambientalista, il 72% del corridoio ecologico Kivu-Kinshasa si sovrappone a zone di estrazione petrolifera, mentre oltre 12,3 milioni di ettari dell’area sono interessati da concessioni minerarie. A essere minacciati sono anche circa 6,5 milioni di ettari di torbiere, ecosistemi di zone umide che accumulano grandi quantità di carbonio nei suoli e che, se degradati, contribuiscono all’aumento delle emissioni di gas serra, oltre a compromettere habitat fondamentali per numerose specie.
«Il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa rappresenta un’opportunità importante per proteggere uno degli ecosistemi forestali più preziosi del pianeta, ma rischia di perdere efficacia se, nella stessa area, continuano a espandersi nuove attività estrattive», dichiara Martina Borghi della campagna Foreste di Greenpeace Italia. «La tutela delle grandi foreste tropicali richiede coerenza: non è possibile presentare un territorio come modello di conservazione e contemporaneamente aprirlo a nuovi progetti minerari e di estrazione di gas e petrolio, che possono mettere in pericolo ecosistemi unici al mondo e i diritti dei Popoli Indigeni e delle comunità locali».
Istituito nel gennaio 2025, il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa si estende per oltre 544 mila chilometri quadrati, un’area grande quanto la Francia, ed era stato presentato come una delle più grandi iniziative di conservazione forestale tropicale al mondo. L’area si trova nel cuore della foresta del bacino del Congo, la seconda foresta tropicale più estesa al mondo: un ecosistema fondamentale per il clima globale grazie alla sua capacità di immagazzinare carbonio e alla straordinaria biodiversità che ospita.
Il rapporto di Greenpeace Africa denuncia invece numerose criticità legate alla governance dell’area. Nel 2025, infatti, il governo della Repubblica Democratica del Congo ha avviato una nuova gara per l’assegnazione di 55 blocchi petroliferi, ovvero aree destinate a possibili attività di esplorazione e produzione di petrolio, alcune delle quali situate all’interno o in prossimità di territori caratterizzati da elevata biodiversità e dalla presenza di comunità che dipendono direttamente dalle foreste.
Per Greenpeace, qualsiasi modello credibile di conservazione della natura deve garantire il pieno rispetto dei diritti dei Popoli Indigeni e delle comunità locali, attraverso il riconoscimento del diritto alla terra, la partecipazione alle decisioni e il rispetto del consenso libero, previo e informato. Greenpeace chiede quindi al governo della Repubblica Democratica del Congo di dichiarare il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa zona vietata ai nuovi progetti estrattivi, introducendo una moratoria su petrolio, gas e miniere nell’area, in modo da garantire che gli investimenti pubblici e privati non contribuiscano alla distruzione degli ecosistemi. L’organizzazione chiede inoltre a decisori politici, partner internazionali, istituzioni finanziarie e investitori di mettere al primo posto la protezione delle persone e della natura."
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Incendi, nel 2026 in Italia aumento del 133% rispetto alla media degli ultimi 20 anni. WWF Nel 2026 bruciati in Europa già 435mila ettari

 tratto da https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/incendi-nel-2026-in-italia-aumento-del-133-rispetto-al-2025/

Dall’Ontario canadese alla Francia, dal Galles alla Sicilia. L’estate 2026 conferma come incendi sempre più estremi siano ormai una nuova normalità.
Nel nostro Paese gli ettari percorsi dal fuoco sono 70.000, l’equivalente di circa centomila campi da calcio, con un aumento del 133% rispetto la media degli ultimi venti anni. Quasi un terzo dei roghi ha interessato aree protette. La situazione è ancora più grave nel resto d’Europa: in Spagna sono già bruciati 219.000 ettari, in Francia 91.000, con decine di vittime e oltre 300.000 persone costrette ad abbandonare temporaneamente le proprie abitazioni. Complessivamente in Europa invece sono già andati in fumo circa 435.000 ettari, 100.000 in più dello stesso periodo del 2025 che è stato il peggiore degli ultimi venti anni in Europa con complessivamente oltre un milione di ettari bruciati.
Serve prevenzione
Il cambiamento climatico rende più frequenti e intensi gli eventi estremi, e a questo si aggiunge una gestione non adeguata a rendere i territori più resilienti. Seppur l’intervento emergenziale continuerà a essere fondamentale, con fronti di fiamma estesi per chilometri e incendi sempre più intensi e simultanei questo non è più sufficiente. Il nuovo report del WWF Italia: “È stata la mano dell’uomo. Cambiare strategia per prevenire gli incendi estremi” chiarisce che è necessario un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche: la prevenzione deve diventare il principale investimento nella lotta agli incendi, integrando gestione forestale sostenibile, pianificazione territoriale, tutela degli ecosistemi, coinvolgimento delle comunità locali, monitoraggio del territorio e aggiornamento e piena operatività dei Piani Antincendio Boschivo.
“Ogni estate assistiamo allo stesso copione: territori devastati, comunità evacuate, biodiversità distrutta e costi economici enormi. Non possiamo più limitarci a rincorrere gli incendi e privilegiare la soppressione, la vera sfida è impedire che gli incendi diventino incontrollabili, intervenendo prima che si sviluppino. Il WWF auspica si possa celermente affrontare le criticità e ridurre le fragilità e del sistema di prevenzione” dichiara Edoardo Nevola, Responsabile Foreste del WWF Italia.
Le misure
Il report del WWF illustra alcuni esempi di efficaci misure di prevenzione e individua dieci priorità per le istituzioni, tra cui aumentare gli investimenti nella prevenzione, rafforzare il coordinamento tra enti, migliorare il monitoraggio del rischio, aumentare divieti e sorveglianza del territorio, sensibilizzare coinvolgere maggiormente le comunità locali e integrare la prevenzione nelle politiche di adattamento al cambiamento climatico.
È stata la mano dell’uomo ad alimentare il cambiamento climatico ed è ancora la mano dell’uomo a provocare la quasi totalità degli incendi. Per questo è anche nelle nostre mani cambiare rotta: servono decisioni coraggiose e investimenti strutturali per rendere i territori più resilienti prima che ogni estate diventi peggiore della precedente.
Il fuoco ha accompagnato la storia dell’umanità, consentendo lo sviluppo delle civiltà. Oggi, però, rischia di trasformarsi in una minaccia sempre più difficile da controllare. Riprenderne il controllo significa investire nella prevenzione, che non va considerata come un costo ma come il più importante investimento per la sicurezza del Paese.
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Da diversi giorni l'intero litorale del Lazio, da Minturno/Scauri (LT) a Montalto di Castro (VT), è interessato da fenomeni di schiume causate da fioriture algali, anche in conseguenza dell'elevata temperatura. L'ARPA Lazio sta monitorando la situazione con campionamenti, analisi microbiologiche e analisi al microscopio per l'identificazione delle microalghe.

 tratto da https://www.facebook.com/arpalazio

Da diversi giorni l'intero litorale del Lazio, da Minturno/Scauri (LT) a Montalto di Castro (VT), è interessato da fenomeni di schiume causate da fioriture algali, anche in conseguenza dell'elevata temperatura.
L'ARPA Lazio sta monitorando la situazione con campionamenti, analisi microbiologiche e analisi al microscopio per l'identificazione delle microalghe.
Salve gentilissimi le Alghe lasciano strisce marroni simile al colore delle feci lungo tutto il litorale ?
  • Rispondi
  • Buongiorno, sì, alcune alghe danno una colorazione marrone e il fenomeno di fioritura in questi giorni è particolarmente intenso. Come riportato nel testo della notizia, sono state fatte in più punti le analisi per E. Coli e Enterococchi, senza riscontrare superamenti (che sarebbero stati indicatori di contaminazione fecale)
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