Ieri negli uffici della Procura si è svolto un vertice tra il pm Maria Letizia Golfieri e i carabinieri del Nas incaricati di eseguire accertamenti sulla pericolosità dell'acquedotto gestito della Regione Lazio attraverso l'Arsial, un carrozzone pubblico alla mercè dei politici commissariato da due anni. L'ipotesi di reato formulata dagli investigatori è avvelenamento. Dopo il week-end saranno ascoltati i responsabili dell'agenzia e probabilmente anche alcuni funzionari della Regione che hanno avuto a che fare con la gestione della rete idrica. I pm faranno accertamenti anche sulle comunicazioni che Asl e Arsial hanno diramato negli anni passati sulla potabilità dell'acqua. L'obiettivo è capire se i dossier siano effettivamente stati presi in considerazione da parte di Comune e Regione e se di conseguenza i cittadini della zona siano stati informati con tempestività.
RICHIESTE IGNORATE
Oltre ai livelli fuorilegge di arsenico nell'acqua, la Procura intende avviare una serie di controlli sui materiali delle tubature dell'impianto regionale. I residenti hanno più volte denunciato la presenza di amianto in alcuni tratti delle vecchie condutture interrate nella zona. Ma finora l'Arsial ha sempre ignorato quelle sollecitazioni. Proprio sull'amianto la Procura ha aperto il primo fascicolo dell'inchiesta scattata ai primi di marzo, dopo la pubblicazione dell'ordinanza del sindaco Marino, firmata il 21 febbraio, che vietava a 500 nuclei familiari di utilizzare l'acqua degli impianti di Santa Maria di Galeria, Piansaccoccia, Malborghetto e Brandosa. La decisione del Campidoglio è arrivata otto mesi dopo la prima relazione della Asl Roma C, che già a giugno 2013 aveva scritto al direttore della direzione comunale Opere igienico-sanitarie e all'Arsial per chiedere "un provvedimento di ordinanza per gli acquedotti rurali" perché i valori batteriologici e chimici riscontrati erano fuori legge. Il Comune però si è mosso solo a fine febbraio, due mesi dopo l'ennesimo sollecito della Asl datato 17 dicembre, quando è stato firmato l'atto per vietare il consumo dell'acqua regionale in alcune zone di Roma Nord.
LIVELLI FUORI LEGGE
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità un'esposizione prolungata all'arsenico può avere effetti devastanti: «Bere acqua e mangiare cibo con acqua ricca di arsenico - spiegano dall'Oms - può causare un avvelenamento cronico, le cui manifestazioni più tipiche sono le lesioni cutanee e il cancro della pelle». Ma non solo: chi beve l'acqua inquinata per molto tempo rischia anche un tumore ai polmoni e alla prostata, danni a livello neurologico, cardiovascolare e riproduttivo. Per questo nel 2001 l'Unione Europea ha varato una direttiva che imponeva agli stati membri di abbassare drasticamente i livelli tollerabili di questa sostanza cancerogena nelle acque potabili, portando la soglia consentita da 50 microgrammi per litro a 10. L'Italia e la Regione Lazio però hanno sempre chiesto deroghe, l'ultima è scaduta il 31 dicembre 2012. Nel frattempo i cittadini continuavano a bere.
RICHIESTE IGNORATE
Oltre ai livelli fuorilegge di arsenico nell'acqua, la Procura intende avviare una serie di controlli sui materiali delle tubature dell'impianto regionale. I residenti hanno più volte denunciato la presenza di amianto in alcuni tratti delle vecchie condutture interrate nella zona. Ma finora l'Arsial ha sempre ignorato quelle sollecitazioni. Proprio sull'amianto la Procura ha aperto il primo fascicolo dell'inchiesta scattata ai primi di marzo, dopo la pubblicazione dell'ordinanza del sindaco Marino, firmata il 21 febbraio, che vietava a 500 nuclei familiari di utilizzare l'acqua degli impianti di Santa Maria di Galeria, Piansaccoccia, Malborghetto e Brandosa. La decisione del Campidoglio è arrivata otto mesi dopo la prima relazione della Asl Roma C, che già a giugno 2013 aveva scritto al direttore della direzione comunale Opere igienico-sanitarie e all'Arsial per chiedere "un provvedimento di ordinanza per gli acquedotti rurali" perché i valori batteriologici e chimici riscontrati erano fuori legge. Il Comune però si è mosso solo a fine febbraio, due mesi dopo l'ennesimo sollecito della Asl datato 17 dicembre, quando è stato firmato l'atto per vietare il consumo dell'acqua regionale in alcune zone di Roma Nord.
LIVELLI FUORI LEGGE
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità un'esposizione prolungata all'arsenico può avere effetti devastanti: «Bere acqua e mangiare cibo con acqua ricca di arsenico - spiegano dall'Oms - può causare un avvelenamento cronico, le cui manifestazioni più tipiche sono le lesioni cutanee e il cancro della pelle». Ma non solo: chi beve l'acqua inquinata per molto tempo rischia anche un tumore ai polmoni e alla prostata, danni a livello neurologico, cardiovascolare e riproduttivo. Per questo nel 2001 l'Unione Europea ha varato una direttiva che imponeva agli stati membri di abbassare drasticamente i livelli tollerabili di questa sostanza cancerogena nelle acque potabili, portando la soglia consentita da 50 microgrammi per litro a 10. L'Italia e la Regione Lazio però hanno sempre chiesto deroghe, l'ultima è scaduta il 31 dicembre 2012. Nel frattempo i cittadini continuavano a bere.
Sabato 15 Marzo 2014 - 08:02
Ultimo aggiornamento: 10:27
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